sabato 18 maggio 2013

Fiorella e le altre: "Non lasciamo la speranza. Questa soddisfazione proprio non gliela diamo"


Lindsay è una ragazza americana di venti anni. Ha con se un drappo rosso della Fiom. La sua amica stringe un berretto con gli stessi simboli. Sono in un gruppetto di quattro capitato chissà come in mezzo al corteo della Fiom oggi a Roma. Hanno negli occhi una gioia incontenibile. E la vogliono raccontare. “Magnifico, molto interessante”, esclamano. “Si fanno sentire eh!”m dice Lindsay indicando il serpentone che intanto scende da Santa Maria Maggiore lungo via Merulana. “In America non è mai così forte la protesta”.
Silvia, operaia dell’Iribus, potrebbe essere la mamma di queste quattro fanciulle. Poco distante c’è una televisione che l’intervista. Silvia una figlia ce l’ha davvero. Studia all’università, ma dovrà lasciarla. “Non si vede una via d’uscita – racconta Silvia – Tra quattro/cinque mesi finisce la cassa integrazione e non sappiamo che fine faremo”. “Ci dovrebbero risarcire per i danni che ci hanno fatto. Noi vogliamo solo lavorare”. Urla quasi, Silvia. La giornalista non può far altro che lasciarla parlare senza interromperla. E’ un fiume di parole. “Veniamo a Roma. Li chiudiamo nel Parlamento fino a quando non escono con una soluzione giusta per tutti”.
Marianna è la portavoce degli esodati, anche loro in corteo oggi. A Roma ci rimarrebbe davvero se potesse, almeno fino a quando non riparano a questa grande ingiustizia che hanno commesso nei confronti di centinaia di migliaia di persone. “Ora si rimettono a contare di nuovo – dice – evidentemente non vogliono prendere atto della situazione. E meno male che il Pd ci aveva promesso attenzione. Ho versato quarant’anni di contributi ma se continua con questa storia andrò in pensione nel 2021”. Carla è una lavoratrice della Shelbox. Oggi fa la portavoce di un gruppone di lavoratori, circa una cinquantina, che è venuto a protestare contro la chiusura dell’azienda per fallimento. Costruiscono “case a moduli” e il motivo del fallimento proprio non si capisce. “La speranza è che qualcuno ci compri”.
Anche Nina fa l’operaia, a Mirafiori. Parla dal palco. La sua rabbia, quella della rappresentante sindacale che ne ha viste di cotte e di crude ed ha imparato a calibrare la sua analisi, non risparmia niente e nessuno. Butta lì una domanda come fosse una spadata: “Possibile che l’esigibilità degli accordi vale solo da una parte?”. Ce l’ha con Sergio Marchionne, ovviamente. Con i “nuovi reparti confino” travestiti da “classi di cassaintegrati, A-B-C”, con il silenzio della politica di fronte allo scempio dei diritti. “Siamo in tanti – dice – alla faccia di chi ci vuol male”.
Fiorella Mannoia, anche lei dal palco, fa un intervento molto accorato. Talmente accorato che per non lasciarsi fregare dall’emozione lo legge. Chiude dicendo. “Non voglio lasciare la speranza.
Non gliela do questa soddisfazione”.
 
fa. seba.  - 18/05/2013
http://www.controlacrisi.org

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