Visualizzazione post con etichetta antiglobal. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta antiglobal. Mostra tutti i post

lunedì 10 agosto 2015

il dio fallito

Ve la ricordate quella bella favoletta che vi hanno insegnato in tutte le scuole di ogni ordine e grado che avete frequentato e i cui personaggi erano la "concorrenza perfetta" che garantiva il massimo dei benefici ai produttori e ai consumatori di beni, il mercato quale "migliore allocatore di beni e servizi" immaginabile da mente umana, l'insuperabile efficienza della libera iniziativa privata che garantisce sempre e comunque il meglio del meglio che si possa desiderare?
Ve la ricordate?
Dovreste, perché la favoletta viene ripetuta ogni giorno, milioni di volte al giorno, da tutto l'universo mediatico con cui venite in contatto (tv, giornali, web, pubblicità, ecc.)
Beh, adesso che vi siete ricordati metteteci una pietra sopra e dimenticatevela, la favoletta, perché proprio da uno dei massimi esponenti del pensiero unico fondato sulla religione del mercato, il liderino renzifonzi, abbiamo saputo che l'efficienza del mercato, della concorrenza, dell'iniziativa privata è una insulsa buffonata. Nel senso che tutta questa efficienza non è assoluta, è relativa. Anzi relativissima.
Non che la cosa non fosse nota, anzi tutti i manuali di economia appena decenti trattano il tema del "fallimento del mercato" in circostanze determinate, però sentirlo dire a uno di quelli che ci sta tormentando giorno e notte dicendoci che si deve liberalizzare, privatizzare, rendere tutto più efficiente con sempre maggiori dosi di "mercato" e di "concorrenza" fa un certo effetto.
Il liderino renzifonzi ce lo ha fatto presente l'altro ieri quando ha presentato il supermega piano per la banda ultra super mega larghissima. Il piano prevede investimenti per 12 miliardi, di cui 7 statali e 5 provenienti dai "privati", per "non lasciare" nessuna zona d'Italia senza banda larga, cioè senza Internet superveloce.
Il liderino ha ammesso, impappinandosi non poco (vedere il video, dal minuto 2':45" in poi, per capire il disagio che gli provocava dirlo), che i "privati" investono solo dove pensano di potere fare profitti e quindi se si sta con la speranza che i "privati" investano in infrastrutture per portare la banda extra large pure nei paesini di montagna del già sottosviluppato Sud stiamo freschi.
Pertanto che fa lo Stato? Mette mano al portafoglio e sgancia una montagna di denari per incentivare i "privati" a investire dove non c'è nulla da guadagnare. In altre parole lo Stato paga i privati per garantire un servizio che i privati, cioè l'efficientissimo libero mercato di questa gran cippa, non riescono a garantire.
Detto con altre parole ancora, per chi fosse duro di comprendonio, lo Stato si fa carico delle inefficienze, del fallimento, del mercato pagando profumatissimamente con denari pubblici i privati pregandoli di fare una cosa che non farebbero manco morti. Chiaro adesso?
Eppure, ve lo ricordate?, la Telecom (come mille altre aziende di Stato), quindici anni fa, è stata privatizzata sotto la spinta mortifera dell'onda anomala che chiedeva più mercato e meno Stato. Perché il mercato è il bene e lo Stato è il male. Epperò, all'evidenza, il mercato fa schifo almeno quanto lo Stato visto che se fosse stato efficiente oggi non solo ci sarebbe la banda larga almeno in tutte le città capoluogo di regione (e così non è) ma pure nel più piccolo paesello sperduto in mezzo alle valli delle Madonie.
E questo al netto di tutte le porcherie finanziarie che si sono fatte alle spalle di una delle maggiori compagnie di telecomunicazioni del mondo che l'hanno ridotta ad un pozzo senza fondo di debiti arricchendo però un pugno di "liberi imprenditori" uno più inefficente e deficiente dell'altro (da colaninno e i "capitani coraggiosi" di dalemiana memoria ai tronchetti groviera).
Cinquant'anni fa le cose non erano così disgustose.
Cinquant'anni fa o poco più (luglio 1962 per essere precisi) Amintore Fanfani assieme a Pietro Nenni, in procinto di entrare nella maggioranza di governo, per risolvere il penoso problema dell'assenza di energia elettrica in mezza Italia (isole comprese) non chiese alle compagnie elettriche private se volevano aderire ad un piano per portare la luce a tutti gli italiani. No, fece un'altra cosa: consapevole del "fallimento del mercato", nazionalizzò tutte le compagnie elettriche e creò l'Enel. Che portò la luce ovunque. E affanculo l'efficienza del mercato.
Ora tutti a battere le manine al liderino renzifonzi che, coraggiosamente, "stacca assegni" come dice lui, per ammodernare la città e fare vedere a tutti YouPorn sul telefonino e nessuno che noti come questo "staccare assegni" dia la certificazione, incontrovertibile oltre che ennesima, che il dio unico chiamato mercato è un dio fallito per definizione e chi crede alla sua efficienza sempre e ovunque è più fallito del dio che adora.

P.S.: ah, un'altra cosa. Avete sentito che i cinesi della Tre e i russi della Wind hanno fuso le due società creando il primo operatore di telefonia mobile in Italia? Adesso gli operatori sono diventati tre da quattro che erano. Era già un oligopolio prima e lo è ancora di più adesso. La prova provata, l'ennesima, che il "mercato" - lungi dal prediligere la famosa atomizzazione di produttori e consumatori, cioè la dura concorrenza tra produttori in primis che abbassa i costi e migliora i prodotti - predilige la concentrazione, l'accordo tra i concorrenti, i "cartelli" e, in ultima analisi, la "reductio ad unum" cioè la tendenza al monopolio privatistica, cioè il massimo dell'inefficienza del "libero mercato".

Un'altra prova dell'esistenza del dio fallito.

 Turi Comito

 
 

mercoledì 31 dicembre 2014

Cremaschi : 2015, col Jobs act sarà l’anno dei licenziamenti di massa

Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo 18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e la disoccupazione aumenta.

Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi. 
La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori. 
In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso. 
La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità. Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale. 
Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.

La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto, né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare. 
Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact : un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori. 
Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta. Alla fine l’ occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico.
A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità. i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese militari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.

Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo. 
Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nella storia italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo .

Giorgio Cremaschi
 
 

venerdì 27 giugno 2014

Il cambiamento produttivo italiano nell’integrazione economica della UE

Da anni sui quotidiani e organi vari di discussione politico-economica si fa riferimento allo straordinario potenziale artistico dell’Italia colpevolmente non sfruttato, nonché all’export quale strumento principale su cui l’economia italiana dovrebbe puntare per stimolare la crescita. Una discussione apparentemente innocente o di buon senso, ma che in realtà nasconde obiettivi assolutamente pragmatici e in linea con la nuova specializzazione produttiva interna all’Unione Europea. La struttura produttiva italiana sta cambiando da anni. Lo smantellamento progressivo dell’industria manifatturiera – e più in generale di ogni suo mezzo di produzione effettivo – non è un caso della storia, e neanche una necessità data dalla competizione mondiale, ma un preciso obiettivo perseguito dalla struttura economica europea. Per capire questo passaggio è utile guardare agli Stati Uniti. Nessun singolo Stato degli USA ragiona in termini di autosufficienza economica, ma tutti hanno adattato con il tempo la propria economia alle necessità della struttura produttiva generale. Così abbiamo Stati in cui si ritrova una concentrazione manifatturiera, altri in cui è centrale la specializzazione tecnologica, altri ancora destinati al turismo, soprattutto interno. Ogni singolo Stato degli Stati Uniti non durerebbe un giorno senza l’integrazione economica derivante dai rapporti con il resto dell’Unione. Quello che sta avvenendo in Europa è un processo simile. 

Non è più pensabile un’autosufficienza economico-produttiva dei vari paesi, ma tutti devono specializzarsi in un settore economico preciso stabilito dal livello di integrazione e compenetrazione economica continentale. Non c’è alcuna ragione per cui esistano due grandi Stati manifatturieri, la Germania e l’Italia, in un unico contesto economico. Meglio sfruttare le economie di scala e la produttività tedesca, smantellando quella italiana riconvertendola in quei settori in cui risulta più competitiva della Germania. Il problema di questo processo è la sua ricaduta politica. Trasformando i vari Stati europei in soggetti economici specializzati e legati indissolubilmente al resto della struttura economica, diventerà sempre più impossibile lo sganciamento di qualcuno di questi dal resto della struttura. Proprio come è impossibile immaginare una fuoriuscita, ad esempio, dell’Oregon dal resto degli USA, pena l’immediato fallimento economico dello Stato per mancanza di produzione autosufficiente, così sarà impossibile per un singolo Stato della UE immaginare una propria fuoriuscita, pena l’impossibilità economica di fare fronte alle proprie necessità interne. Chiaramente questa integrazione non è ancora a livello USA, ma la tendenza è quella di adeguarsi velocemente a quel paradigma.

Questo strumento di controllo economico è, per l’Italia, ancora più dannoso, perché all’interno della struttura produttiva europea il nostro paese ha assunto il ruolo di buen ritiro delle classi dominanti. Per continuare il parallelo con gli USA, l’Italia sta rapidamente diventando la Florida dell’Unione Europea, paese destinato a una desertificazione industriale riconvertita in enorme struttura d’accoglienza turistica. Per di più, di un turismo d’elite, benestante, tendenzialmente anziano. Il problema è che questa riconversione renderebbe il paese assolutamente dipendente dal resto dell’Unione Europea per ciò che riguarda le proprie necessità economiche. Esattamente come la Florida, tolto il turismo il paese vedrebbe un’assenza di qualsiasi effettiva capacità produttiva, spostata altrove. Rendendo impraticabile anche il solo immaginare una possibile fuoriuscita del paese dalla UE. Se infatti in questo processo di specializzazione alla Germania continuano a rimanere le industrie, questa potrà sempre prevedere una propria fuoriuscita perché continuerebbe a mantenere una struttura produttiva indipendente, che le garantirebbe la sopravvivenza nella fase di transizione.

La trasformazione economica in atto è un processo d’asservimento dal quale poi non sarà più possibile immaginare una via d’uscita. Se l’Inghilterra è la piazza finanziaria, la Germania quella produttiva e la Francia il nodo logistico, per l’Italia e i paesi del sud non rimane che diventare immensi resort esclusivi del turismo estero. E’ dunque questo a cui mira la retorica del “paese più bello del mondo”, il paese del sole e del turismo, delle bellezze artistiche non sfruttate, e via dicendo.

In questo scenario appena tratteggiato si inserisce perfettamente anche l’ideologia dell’export. Anche qui, ci troviamo apparentemente davanti a un discorso di buon senso. Se la domanda interna ristagna, puntiamo ad esportare di più per far ripartire la nostra economia. Chi potrebbe affermare il contrario senza passare per matto o per menagramo, ostile a prescindere alle sorti economiche del “bel paese”, ideologicamente avverso all’economia di mercato? Noi, ad esempio. Perché la retorica dell’export maschera quel processo di specializzazione produttiva visto sopra. Infatti l’export non è una scelta, ma la necessità del sistema economico che convive con una domanda interna stagnante o in regressione. Puntando tutto sulle esportazioni, non è più necessario per i sistemi economici stimolare la domanda interna, dunque diventa ininfluente immaginare aumenti salariali, sistema di diritti sul posto di lavoro, redistribuzione economica, leva fiscale, eccetera.  Al contrario, visto che esportare significa essere economicamente competitivi con le economie emergenti, le condizioni di lavoro dei paesi a capitalismo matura dovranno adattarsi a quelle dei suddetti paesi emergenti, pena l’esclusione dal mercato. Per di più, un economia basata sull’export avvantaggia i profitti del padronato, ma questi non hanno ricadute sui lavoratori autoctoni, proprio perché la domanda di beni non proviene da parte di questi lavoratori, ma nei mercati esteri in cui viene posta in vendita la merce prodotta.

Emblema dell’economia dell’export è la Germania. La crescita costante di questo decennio è stata prodotta proprio dalla capacità competitiva del paese di esportare ai quattro angoli del mondo. Ma tale capacità competitiva è stata raggiunta attraverso le riforme Harz, dai mini-jobs da 400 euro al mese, dall’enorme messa a lavoro di un proletariato migrante che produce in condizioni peggiori addirittura di quelle italiane o del sud Europa. Non a caso, nonostante questa crescita economica stupefacente in anni di crisi, la domanda interna tedesca è in regressione da un decennio. Il fatto è che questa regressione non interessa al padronato, che estrae i propri profitti non più dal mercato interno ma dall’export. Questo fatto rende ininfluente, per le classi dominanti, il mantenimento di una domanda interna adeguata, quindi di condizioni salariali tali da assorbire una quota rilevante della produzione interna. E rende ogni paese basato sull’export subalterno alla volatilità dei mercati esteri. Modellando il sistema giapponese toyotista alle condizioni europee, agli Stati del centro economico della UE basta salvaguardare una percentuale di know how basato su una ristretta elite operaia, con livelli salariali adeguati e sistema efficiente di welfare, dislocando la produzione effettiva sulla grande massa precaria sorta attorno all’azienda. Se è vero, ad esempio, che gli stipendi della Volkswagen sono elevati, questi però sono espressione di una piccolissima parte della costruzione concreta dell’autovettura, ridottasi ormai al mero assemblaggio, che di fatto viene prodotto quasi esclusivamente dall’indotto, che nel frattempo ha sostituito la casa madre nella costruzione della macchina. E se quindi le condizioni di lavoro degli “operai Volkswagen” sono accettabili, le condizioni lavorative dell’indotto controllato dalla casa madre, che nei fatti produce la merce, sono precarizzate oltre ogni confine. E su questo che si basa la competitività dell’economia tedesca, talmente competitiva che vede una dislocazione al contrario della produzione: numerose aziende dell’est europeo dislocano la propria produzione in Germania perché più conveniente del proprio paese!     

Questa dinamica contribuisce a spiegare il disinteresse, per le classi dominanti, del processo di integrazione di quote di lavoratori nel contesto della rappresentanza politica ufficiale. Le condizioni dei lavoratori autoctoni dei paesi europei non hanno più alcun rilievo perché economicamente ininfluenti. Non serve stimolare alcuna domanda interna, dunque non è più necessaria alcuna mediazione sociale, men che meno quindi politica. Il processo di valorizzazione capitalistica procede anche senza mercato interno di sbocco, e questo fatto determina l’inutilità di qualsiasi discorso sulla salute e le capacità economiche del mercato interno. L’economia dell’export è dunque lo strumento con cui il Capitale spezza la retorica del “patto fra produttori” che aveva retto le sorti del “capitalismo renano” europeo dalla Seconda Guerra Mondiale agli anni Novanta. Questo determina allora l’irrilevanza delle posizioni sindacali delle rappresentanze del mondo del lavoro, prive di qualsiasi potere contrattuale da far valere nella lotta per strappare condizioni economiche migliori. Una situazione di cui tener conto, soprattutto riguardo alle vicende delle lotte sociali presenti oggi in Europa.

 
Collettivo Militant - 16/06/2014
http://www.militant-blog.org 

giovedì 12 giugno 2014

La Germania colpisce il diritto di sciopero

La giungla dei contratti

L’informazione mainstream, puntualmente, ci parla delle “meravigliose sorti e progressive” del cosiddetto modello tedesco. Ci dicono, e ci ripetono, che in Germania i sindacati e i lavoratori partecipano e cogestiscono le contrattazioni e le sorti dell’impresa, facendo un favore a lavoratori e padroni e instaurando così una sorta di armonia che preannuncia l’evoluzione dell’umanità. Addirittura, in un recente articolo di “Economia web” del 21 Marzo si fa accenno a un accordo tra SPD e CDU sul salario minimo, dipingendolo come un cedimento della Merkel alle istanze della sinistra. Da tempo abbiamo imparato a diffidare di questi panegirici.

Tra le innumerevoli contraddizioni della cosiddetta cogestione sindacati-padroni, infatti, troviamo questo (per nulla) nuovo ritrovato della tecnica repressiva dei padroni: Si tratta della prassi informale ma diffusa della Tarifeinheit, ovvero unità contrattuale (oppure unità di contrattazione).

Il sistema contrattuale tedesco è particolare, non solo per il larghissimo ricorso alle agenzie interinali che forniscono manodopera alle aziende, creando così una giungla di contratti differenti, ma anche per la struttura federale dello Stato, che prevede contrattazioni diverse da regione a regione. Inoltre, sono previsti differenti trattamenti contrattuali a seconda dei settori produttivi. Insomma, una vera e propria “boutique dello sfruttamento” nella quale il padrone può scegliere le forme e i trattamenti che preferisce.

Di recente, però, la coalizione di governo (un governo di larghissime intese) tedesca ha trovato un accordo sul cosiddetto piano Nahles per il lavoro. La riforma del ministro della SPD Andrea Nahles prevede di istituire per legge l’unità di contrattazione. “Ad ogni fabbrica il proprio contratto”, recita un principio che sembra essere tutto sommato condivisibile e che dovrebbe mettere ordine in quella giungla di forme contrattuali che è una porta spalancata alla precarietà, alla concorrenza tra lavoratori, alla subordinazione dei diritti agli interessi dei padroni. Non è così, e il motivo è semplice: l’unità di contrattazione si appoggia al principio secondo il quale solo i sindacati più rappresentativi possono gestire il conflitto e la contrattazione delle condizioni di lavoro.

continua QUI

da : http://clashcityworkers.org
09/06/2014


mercoledì 26 marzo 2014

Un bel contratto dura poco (figurarsi uno brutto)

Eccolo, il decreto-legge che inaugura il Jobs Act di Matteo Renzi, che entra in vigore *da domani*: se il buon giorno si vede dal mattino, c’è davvero da preoccuparsi.

Non ci sono particolari sorprese rispetto a quanto annunciato nel comunicato stampa del governo e nei successivi chiarimenti del Ministero del Lavoro, di cui avevo scritto la scorsa settimana. Ora apprendiamo che il provvedimento viene ufficialmente spacciato per una misura “al fine di generare nuova occupazione, in particolare giovanile“, e in particolare per rendere il contratto a termine e l’apprendistato “maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto occupazionale e produttivo, nazionale e internazionale“.

È assolutamente evidente che le attuali esigenze di cui si parla sono quelle del padronato, che non si stanca mai di incassare nuovi strumenti per ricattare i lavoratori, stroncare i focolai di protesta, e alla fine della fiera abbassare gli stipendi: ancora una volta sono questi gli obiettivi, e questi i verosimili risultati dell’ennesima controriforma, che come tutte quelle che l’hanno preceduta non creerà neppure un posto di lavoro e contribuirà a peggiorare sensibilmente la qualità della vita di milioni di persone.

È questa la vera ragione per cui viene scelto lo strumento del decreto-legge: non certo il timore che un Parlamento largamente addomesticato possa disapprovare il testo, ma il desiderio di imporre questa riforma senza che neppure se ne discuta, per fare in modo che passino il meno possibile, al di fuori dei soliti circoli, il vero significato e le conseguenze concrete del decreto.

Vediamone ancora una volta il contenuto, visto che ora abbiamo qualcosa di certo da commentare:

1. I contratti a termine (e in somministrazione)


Da domani sarà sempre possibile stipulare contratti a termine di qualsiasi durata (fino a 36 mesi, ma 36 mesi è appunto il periodo massimo in cui si può essere assunti a termine) per lo svolgimento di qualsiasi mansione, senza necessità di individuare e specificare alcuna ragione. Entro i 36 mesi lo stesso contratto potrà essere anche prorogato fino a 8 volte: in pratica, un’azienda potrà assumere un lavoratore con un contratto di quattro mesi, e rinnovarlo o prorogarlo ogni 4 mesi per tre anni. In qualsiasi momento, naturalmente, oltre che alla fine dei tre anni, potrà anche decidere di non rinnovarlo o prorogarlo, senza che sia possibile protestare.


La conseguenza pratica è che, per tre anni, il datore di lavoro avrà diritto di vita e di morte sul lavoratore, potendo pretendere qualunque cosa (straordinari non pagati, disponibilità a saltare ferie o a lavorare in malattia) con la minaccia anche solo implicita che in caso di “sgarro” lo potrà mandar via senza colpo ferire; nel caso di una lavoratrice, non appena le vedrà al dito un anello di fidanzamento potrà non rinnovare il contratto nel “timore” che rimanga incinta. E via discorrendo.


Il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha dichiarato qualche giorno fa che, dopo 36 mesi di contratto, è verosimile che l’azienda stabilizzi il lavoratore. La realtà dei fatti dimostra esattamente il contrario: già adesso, pur sapendo che se non li stabilizzano dopo i 36 mesi quelli possono fare causa e in 9 casi e mezzo su 10 la vincono, li mandano via. Figuriamoci con la certezza dell’impunità!


Qualcuno obietterà che è fissato un limite quantitativo all’utilizzo di contratti a termine, il 20% dell’organico complessivo. Innanzitutto, il decreto stesso fa salve tutte le già ampie possibilità di derogare a questo limite, comunque superiore a quello attualmente fissato nella maggior parte dei contratti collettivi: in fase di avvio di nuove attività, per ragioni di carattere sostitutivo o per lavori “stagionali”, nell’ambito del teatro e della televisione per specifici spettacoli o programmi, con lavoratori sopra i 55 anni non esisterà comunque nessun limite.

Ma oltre a questo, nelle grandi aziende è comunque praticamente impossibile superare il 10% di personale a tempo determinato, considerando il personale amministrativo, gli impiegati di alto livello e i quadri, che normalmente devono assicurare continuità all’organizzazione aziendale: è per le mansioni a bassa specializzazione, quelle che neppure fanno curriculum e da cui non c’è mobilità ascendente, che la precarietà diventerà sempre l’unica regola.

Per le imprese molto piccole, invece, quelle con meno di 5 dipendenti, sarà comunque sempre possibile stipulare un contratto a tempo determinato: non affezionatevi troppo alla cameriera che vi serve il caffè la mattina, non la vedrete a lungo.

Quasi dimenticavo di scrivere che tutte queste belle novità valgono anche per i contratti di lavoro in somministrazione, quelli tramite agenzia insomma: anche lì, niente più impugnazioni, etc. etc.

 2. I contratti di apprendistato


Neppure qui ci sono sorprese rispetto a quanto era stato annunciato: eliminato l’obbligo di mettere per iscritto il piano formativo e di far svolgere all’apprendista anche della formazione esterna, vengono meno anche gli ultimi (peraltro risibili) ostacoli alla possibilità di assumere un apprendista senza fargli fare nemmeno 5 minuti di formazione. Con l’eliminazione di qualunque vincolo di stabilizzazione di una certa percentuale apprendisti per poterne assumere di nuovi, l’apprendistato diventa ufficialmente soltanto un contratto a termine più a buon mercato, tra agevolazioni contributive e retribuzioni più contenute.


Anche in questo caso, non un solo posto di lavoro verrà creato grazie a questa liberalizzazione: l’unica conseguenza sarà un aumento dello sfruttamento degli apprendisti, e un aumento della concorrenza per gli stessi posti di lavoro, con il prevedibile effetto di diminuire ulteriormente i salari.


Perché, alla fine, si torna sempre lì: per reggere la concorrenza, il padronato non cerca altro rimedio che tagliare il costo del lavoro, e a questo governo che come gli ultimi rappresenta esclusivamente gli interessi dell’imprenditoria non chiede altro che nuovi strumenti per pagare di meno a parità di lavoro.


Sempre il ministro Poletti ha dichiarato che gli effetti di questo decreto si vedranno nel giro di dieci mesi: su questo sono d’accordo. Nei prossimi mesi, i precari con quasi tre anni di “anzianità” perderanno il posto di lavoro senza poter fare più niente per riaverlo indietro, o almeno chiedere una buonuscita. Pure chi finora non si è mai sognato di impugnare un contratto alla scadenza, nella speranza che venga rinnovato, si troverà deluso e disarmato.


Per i precari ancora meno tutelati, quelli con il contratto a progetto o la finta partita IVA, per non parlare di chi lavora in nero, la concorrenza dei contratti a termine e di apprendistato liberalizzati significherà compensi più bassi rispetto a quelli già miserabili di oggi.


Per tutti, anche per i lavoratori a tempo indeterminato, alla prossima ondata di scadenze contrattuali vedremo rinnovi al ribasso, un peggioramento complessivo dei diritti e delle condizioni di lavoro in cambio di poche briciole, la diminuzione progressiva dei salari reali, il tutto in mancanza di un valido strumento per alzare la posta.


Tra dieci mesi, se non si mette in campo da subito una resistenza all’altezza dell’attacco che ci viene portato, sarà troppo tardi per accorgersi di tutto quello che è stato perso.



A.Villari - 21/03/2014
http://www.avvocatolaser.net

venerdì 14 marzo 2014

#renzact: lo statuto dei lavoratori abolito per slide

In sintesi pare che noi Italiani ci fidiamo solo di quelli che hanno scritto in fronte: 
ti sto prendendo per il culo. 
Renzi ha fatto uno show da venditore di pentole, nel perfetto stile del suo sponsor di Arcore.
Ha promesso 1000 euro all’anno ai più poveri, come quello regalava case ai terremotati, senza mettere troppo l’accento sul fatto che è un provvedimento una tantum.
In cambio di questo regalo i lavoratori rinunciano di colpo a tutti i loro diritti, per loro e per le generazioni future. Se prima infatti il periodo di prova in cui si poteva essere licenziati in qualsiasi momento senza dover dare spiegazioni, era di tre mesi, ora diventa di tre anni. E naturalmente si può essere licenziati dopo due anni e 11 mesi senza nessun obbligo di assunzione.
Lo statuto dei lavoratori è abolito senza dover fare non dico una legge, ma nemmeno un decreto.
E’ stato abolito con una conferenza stampa illustrata con delle slide.
Del resto Renzi è diventato presidente del consiglio senza che sia stato sfiduciato il governo precedente e senza essere stato votato se non con le primarie che valgono meno di un sondaggio.
Bonanni e Sacconi festeggiano.
La Camusso per ora tace.
Il ministro Poletti che pochi giorni fa ha dichiarato che le imprese sono criminalizzate e ha proposto che il primo maggio diventi la festa dei lavoratori e delle imprese insieme più o meno con lo stesso ragionamento per cui il 25 aprile dovrebbe essere la festa della liberazione e dei ragazzi di Salò, esulta.
Sui giornali e nei talk si accapigliano quelli che dicono che non ce li ha questi soldi da regalare e quelli che dicono che invece li ha trovati. Per il resto a parte le battute sul web, tutto tace.
Siamo davvero così annichiliti da non reagire?
Manco fossimo stati plagiati da una setta satanica, manco ci avessero tenuti segregati in una stanza al buio insonorizzata e sottoposto all’elettroshok?
Che ci hanno fatto amici e compagni di sventura?
Chiamiamo Amnesty o ci prendiamo ‘sti 1000 euro e ce li giochiamo alle macchinette?


Sabina Guzzanti - 13/3/2014

http://www.sabinaguzzanti.it


mercoledì 12 marzo 2014

L'attacco di Renzi e le risposte sbagliate di Camusso e Landini

Quel terribile applauso che nella trasmissione di Fazio ha sottolineato un passaggio particolarmente reazionario di Renzi fa venire i brividi. Il Presidente del consiglio ha affermato che farà lavorare i disoccupati, e se i sindacati si opporranno pazienza. Quindi secondo Renzi e il pubblico di Fazio i sindacati sarebbero contrari a far lavorare i disoccupati, quindi i disoccupati  ci sono anche per colpa loro. È una vecchia baggianata che periodicamente percorre gli umori della destra: i sindacati hanno rovinato l'Italia  e ora il presidente nuovo e moderno la fa sua, approfittando della crisi evidente e della burocratizzazione di CGIL CISL UIL.  In questo modo Renzi strizza un occhio a chi verrebbe sindacati più forti ed efficaci e un altro a chi non li vorrebbe in nessun modo. È questo il suo modo di non essere né di  destra, né di sinistra, cioè di essere di destra stando formalmente a sinistra. (...)

Avendo passato un bel pezzo di vita sindacale a contestare la concertazione, posso ben dire che non sono a lutto per la sua fine, però non posso non tenere conto del fatto che essa cade dal lato della finanza, delle banche e delle multinazionali, e non da quello dei diritti del lavoro. Socialmente cade da destra.

Noi che la contestavamo da sinistra abbiamo più volte denunciato il fatto che lo scambio che stava alla base della concertazione, rafforzamento del ruolo istituzionale di CGIL CISL UIL in cambio della loro disponibilità ad accettare la regressione del mondo del lavoro, aveva qualcosa di insano. Questo scambio, il  sindacato come istituzione  stava meglio mentre per i  lavoratori andava sempre peggio, non poteva durare all'infinito.

Renzi e il sistema di potere che lo ha messo lì e che oggi lo sostiene sono ingenerosi. Grazie alla collaborazione o non opposizione dei grandi sindacati abbiamo avuto la caduta dei salari, la precarizzazione di massa per legge, il peggioramento delle condizioni di lavoro, un sistema pensionistico che è tra i più feroci ed iniqui di Europa. Appena insediato come ministro dell'economia, Tommaso Padoa Schioppa spiegò  che il suo governo, quello di Prodi, aveva gli stessi obiettivi di quelli della signora Thatcher, solo li voleva realizzare con la collaborazione e non con lo scontro con i sindacati.

Fino alla crisi la concertazione ha funzionato e lor signori dovrebbero essere riconoscenti alla moderazione sindacale. Ora però non serve  più, con le politiche di austerità e i diktat della Troika, anche la sola immagine di essa non piace ai signori dello spread,  per i quali il sindacato è negativo in sé. Come diceva  il generale Custer degli indiani, per chi guida la finanza e ci giudica sulla base dei propri interessi, il solo sindacato buono è quello morto. Già nel libro verde del ministero del lavoro gestione  Sacconi,  si chiedeva il passaggio dal regime della concertazione a quello della complicità con le imprese.  E questa è stata la richiesta dalla lettera BCE del 4 agosto 2011, assunta da Berlusconi che sperava così di salvarsi, e poi resa operativa da Monti. 

Renzi è un puro continuatore di questa politica, ma è lì perché ha  il compito di costruire attorno ad essa quel consenso che non ha mai avuto. Per questo dopo aver sostenuto Marchionne contro la FIOM, ora cavalca lo scontento sacrosanto che c' è verso la passività di CGIL CISL UIL , ma per colpire il sindacato non per rafforzarlo. Renzi ha lamentato che la CGIL si svegli dopo aver dormito venti anni, ciò che vuole è che quel sonno continui per sempre.

Alla crisi e alla ritirata dell'azione sindacale Susanna Camusso e Maurizio Landini stanno reagendo in due modi conflittuali tra loro e comunque sbagliati

La segretaria generale della CGIL difende la linea ed i comportamenti della CGIL di oggi, ne nega la burocratizzazione e la passività e ripropone la concertazione su scala ridotta, come azione comune delle cosiddette parti sociali, sindacati e Confindustria tutti nella stessa barca. L'accordo del 10 gennaio é una disperata difesa della  casa che crolla, ma  in realtà aggrava la crisi democratica del sindacato attraverso regole autoritarie e corporative. 

La risposta di Landini parte dalla giusta denuncia di questa crisi democratica,  ma poi finisce per scegliersi con interlocutore proprio quel Renzi che è avversario politico di un sindacato davvero rinnovato. 

Camusso, per non cambiare, si aggrappa all'intesa con CISL UIL e Confindustria, così prestando il fianco alla demagogia renziana contro le caste sindacali. 

Landini, che afferma di voler cambiare, si aggrappa a Renzi, così compromettendo tutto il senso della sua battaglia.

Entrambe queste scelte sono il segno che la CGIL è una organizzazione in piena crisi, i cui gruppi dirigenti hanno sinora tentato tutte le strade tranne una.  Quella di rompere con i palazzi della politica e del potere e con ogni collateralismo con il centrosinistra, per ricostruire la piena autonomia di azione sociale.

Il sindacato deve cambiare e la sfida  di Renzi va raccolta, ma proprio per lottare meglio contro il suo governo, ultimo esecutore delle politiche di austerità.
  
 
Giorgio Cremaschi
11/3/2014

domenica 12 gennaio 2014

Disobbedire alla resa !

12 Gennaio 2014 
Giorgio Cremaschi

Il regolamento applicativo dell'accordo del 31 maggio sottoscritto venerdì sera da Confindustria e da CGIL CISL UIL viola lo Statuto della CGIL e soprattutto la Costituzione. Naturalmente non è che la cosa ci stupisca, il testo sottoscritto da poco semplicemente trasforma in regole scrupolose i principi e lo spirito antidemocratici già contenuti nell'accordo del 31 maggio 2013. Tuttavia vedere ora quelle regole è sconvolgente. Tralascio il dettaglio degli orrori e vado ai punti di fondo. (...) L'accordo viola la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha riammesso la FIOM in Fiat, e afferma che solo i firmatari che accettano tutte le sue regole hanno i diritti sindacali. L'accordo accetta le deroghe in azienda ai contratti nazionali sugli orari, sulla prestazione e sulle condizioni di lavoro cioè su tutto, alla faccia di tutte le posizioni ufficiali della CGIL. Sacconi e il suo articolo 8 sono soddisfatti. L'accordo prevede la esigibilità degli accordi, di questi accordi in deroga, anche per chi non è d'accordo e le sanzioni per chi li contrasta, sanzioni che colpiscono il sindacato e i delegati aziendali. Questo è semplicemente l'accordo separato di Pomigliano esteso a tutti. L'accordo prevede che una giuria di arbitri formata da tre rappresentanti di CGIL CISL UIL , tre della Confindustria e un "esperto"esterno decida sui comportamenti delle categorie. Cioè la FIOM sarà giudicata da una commissione dove padroni e sindacati complici sono la grande maggioranza. Tutte queste clausole violano i principi e lo Statuto della CGIL, per questo la firma di Susanna Camusso è illegittima, non ci rappresenta e per noi non ha alcun valore. Disubbidiremo e combatteremo questo accordo in difesa delle libertà sindacali e di quelle dei lavoratori con tutti gli strumenti democratici atti a rovesciarlo. A Maurizio Landini che ora dice no e chiede la consultazione (leggi il comunicato di Landini), diciamo che se avesse detto no il 31 maggio ed allora avesse preteso il voto dei lavoratori, che invece su quella intesa non son stati neppure informati, a Landini diciamo che se si fosse opposto allora oggi non saremmo a questo disastro. In ogni caso il gruppo dirigente della FIOM è ancora in tempo per recuperare almeno in parte alla cantonata pazzesca che ha preso. Invece che sospendere i congressi della FIOM, scelta fuori dalle regole che danneggia solo chi dissente, si dissoci dalla maggioranza della CGIL e dal suo documento congressuale, che al primo punto mette proprio l'esaltazione dell'accordo del 31 maggio. Landini rompa con Susanna Camusso e venga a lottare con noi contro questo accordo e contro il modello di sindacato che propone. E lo faccia sul serio, senza le giravolte a cui ci ha abituato da un po' di tempo in qua. Per quanto ci riguarda useremo tutte le assemblea congressuali dove riusciremo ad arrivare per mettere sotto accusa il gruppo dirigente che ha firmato questa resa. Si deve sapere che c'è chi dissente, disobbedisce e soprattutto non si arrenderà mai.

fonte 

lunedì 11 novembre 2013

Il vero obiettivo è privatizzare il pubblico

Riproponiamo da sbilanciamoci.info un pezzo di Agenor pubblicato lo scorso febbraio.
Agenor è un esperto di questioni europee che vive a Bruxelles.

*

A che serve la crisi europea? Una risposta è che rende inevitabile la privatizzazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privati.
Come mostrano i casi di Spagna, Grecia e Portogallo.

L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.
Era ben noto che una politica di repressione della spesa pubblica, in presenza di un eccesso d’indebitamento del settore privato e di tassi di interesse già bassi e ai minimi storici, non poteva che avere effetti deleteri. Il crollo della domanda interna ha raggiunto le economie più solide della zona euro, che si avvicinano anch’esse a scenari recessivi. Assumendo l’impossibilità di una follia collettiva di tutte le classi dirigenti europee, resta da chiedersi cui prodest? A chi giova tutto questo?
Non è un caso che le ricette per uscire dalla crisi più in voga si concentrino su un punto: la dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito. Ovviamente, la sensazione di trovarsi in un vicolo cieco per le finanze pubbliche, con la scelta obbligata di privatizzare enti, beni e servizi pubblici, è la scena classica di un film già visto in tante parti del mondo.
Non ci si arriva per caso, anzi, spesso è uno degli obiettivi neanche troppo nascosti della lunga strategia di logoramento del settore pubblico, la cosiddetta “starve the beast”. La bestia è lo stato, nemico ideologico da affamare, sottraendo continuamente risorse necessarie al suo funzionamento. La qualità dei servizi che esso eroga al cittadino diminuisce. Il cittadino lo nota e incomincia a chiedersi se davvero valga la pena mantenere in piedi con le proprie imposte un servizio pubblico sempre più scadente.
Poi arrivano i salvatori della patria, che comprano l’azienda o servizio pubblico a un prezzo conveniente e ne estraggono profitti. Quando va bene, il nuovo proprietario del servizio ex-pubblico lo eroga in modo più selettivo e a costi maggiori per il cittadino. Quando va male, scorpora la parte migliore da quella cattiva, scarica i costi sulla collettività (bad companies), sfrutta gli attivi ancora validi, e poi scappa.
La privatizzazione della sanità negli Stati Uniti ha raddoppiato i costi per i cittadini, escludendo un’enorme fetta della popolazione da ogni copertura sanitaria. Una volta capito l’errore commesso e verificati i costi economici e sociali di tale processo, l’inversione di questa tendenza nefasta è l’atto che Obama considera come il più importante del suo primo mandato presidenziale.
L’esperienza delle “riforme” nell’Europa centrale ed orientale subito dopo la caduta del comunismo ci insegna che le privatizzazioni realizzate per necessità di far cassa si traducono in svendite di beni comuni a vantaggio di pochi privati, che i primi servizi a essere privatizzati sono quelli che funzionano meglio, i gioielli di famiglia, e che questo contribuisce a un notevole aumento delle disuguaglianze.
Altre parti del mondo, come l’America Latina, hanno vissuto esperienze simili, in cui beni e servizi pubblici sono stati ceduti a condizioni vantaggiose solo per l’acquirente. Non è un caso che Carlos Slim, l’uomo più ricco del mondo secondo Forbes, debba la sua fortuna alle privatizzazioni selvagge degli anni ’80-‘90 in Messico, dalle miniere alle telecomunicazioni.
Adesso è il turno della vecchia Europa. Il Portogallo ha chiuso il 2012 privatizzando gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale, la televisione (ex) pubblica, le lotterie dello stato e i cantieri navali. In Spagna le privatizzazioni “express” riguardano i porti, gli aeroporti, la rete di treni ad alta velocità, probabilmente la migliore e più moderna d’Europa, la sanità, la gestione delle risorse idriche, le lotterie dello stato e alcuni centri d’interesse turistico. La Grecia è stata recentemente esortata ad accelerare il processo di privatizzazione dei beni e servizi erogati finora dallo stato, come condizione per continuare a ricevere gli aiuti europei.
In Italia Mario Monti, poco prima di dimettersi da Presidente del Consiglio, decretava l’insostenibilità finanziaria del sistema sanitario nazionale, spiegando la necessità di “nuovi modelli di finanziamento integrativo”. L’agenda Monti oggi ci ricorda che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane” e quindi invita a “proseguire le operazioni di valorizzazione/dismissione del patrimonio pubblico”. E sulle prime pagine di alcuni giornali c’è anche chi vede ancora “troppo stato in quell’agenda”.
La teoria economica e l’esperienza del passato ci insegnano che la privatizzazione di aziende pubbliche se da un lato riduce il deficit di un dato anno, dall’altro ha un notevole rischio di aumentare il deficit di lungo periodo, nel caso in cui l’azienda dismessa sia produttiva. Inoltre non basta che la gestione privata sia più efficiente di quella pubblica; il guadagno di efficienza deve anche assorbire il profitto che il privato necessariamente persegue.
Se chi vende (lo stato) ha urgenza e pressioni per farlo, chi acquista (privati) ha un chiaro vantaggio negoziale, che gli permette di ottenere condizioni più convenienti. E se le condizioni della privatizzazione sono più convenienti per il privato, esse saranno simmetricamente più sconvenienti per il pubblico, cioè i cittadini.
Studi recenti dimostrano come i cittadini dei paesi che hanno subito privatizzazioni rapide e massicce negli anni ’90 siano profondamente scontenti degli esiti. I giudizi ex-post sono tanto più critici quanto più rapide erano state le privatizzazioni, maggiore la proporzione di servizi pubblici svenduti (acqua ed elettricità in particolare), e più alto il livello di disuguaglianza creatosi nel paese.
La questione delle privatizzazioni è il punto d’arrivo del processo che l’Europa e l’Italia stanno vivendo. Discuterne più apertamente è fondamentale, se si ha a cuore il bene comune. Le decisioni che si prenderanno in proposito definiranno la rotta che l’Italia sceglierà di seguire nel dopo-elezioni.

21/02/2013
http://www.sbilanciamoci.info

mercoledì 23 ottobre 2013

Racconto da Atene

Tutti insieme, nessuno da solo


Sembra essere questo lo slogan scelto dalla resistenza greca, una resistenza dura, per forza e entità eguale a quella sotto la dittatura. Non ci sono torture da evitare c’è da combattere la fame, la povertà, l’espropriazione di uno stato e dei diritti sociali che esso comporta, il fascismo in ascesa e impunito grazie alle coperture militari e governative.
È lo slogan adottato da tutte le associazioni di movimento e politiche di opposizione alle misure della troika che ha portato la Grecia come ci raccontano i compagni e le compagne greche non a un disastro sociale ma addirittura a una crisi umanitaria. Ad Atene si fanno i conti sia con quello che si vede che con quello che si sente. Decine di persone normali che di notte dormono per la strada, un negozio aperto e 10 chiusi, interi stabili in disuso, fabbriche chiuse e università di Atene chiusa con un grande striscione che l’attraversa per tutta la sua altezza.
Intorno ai 4 milioni (su una popolazione di 11!) di persone sono sotto la soglia di povertà. I consumi sono calati del 7,5% nel 2012. 350.000 persone sono state licenziate in un anno, 30.000 al mese.
Su 6 milioni di lavoratori 3 milioni hanno già perso i benefici della sicurezza sociale compresa la sanità e non possono in alcun modo curarsi. La disoccupazione giovanile è quasi del 60%, i salari sono stati tagliati del 22% e del 35% per i giovani. Il governo ha reso legale la vendita di cibi scaduti.
La delegazione Fiom ad Atene, composta da 8 persone tra delegati e funzionari, nei giorni 30 settembre e 1 ottobre ha dovuto misurarsi con questa realtà.

La presenza del sindacato europeo nasce dall’ultimo comitato esecutivo di Industriall Europe che approva la richiesta di partecipazione e solidarietà nei confronti dei lavoratori greci e in particolare dei delegati e sindacalisti (tra cui il presidente del Poem, sindacato metalmeccanico greco) del cantiere navale di Skaramanga che rischiano 6 mesi di galera per presunte violenze avvenute lo scorso inverno durante uno sciopero per rivendicare il loro salario dopo 30 mesi senza stipendio.
La delegazione è composta da 180 persone. La più numerosa è quella belga con la Mwb, sindacato metalmeccanico vallone, da anni gemellato con il Poem greco che ha ben 80 partecipanti.
Sindacato multietnico, multilingue, militante, composto da compagni e compagne figli di generazioni di migranti provenienti dall’Italia, dalla Spagna, dalla Grecia, chi per sfuggire al fascismo, chi alla fame. Cantano i canti della Resistenza italiana, così come quelli della guerra civile spagnola, conosciuti da tutti perché, mi spiega un compagno, li hanno imparati dai loro compagni di lavoro.

Tante le voci che abbiamo ascoltato, dal primo giorno io e Valentina incontriamo Joanna, avvocato che lavora in un pool di avvocati che sostengono legalmente i migranti e soprattutto le migranti. Ci racconta cose impensabili di violenze, razzismi, violazioni dei diritti umani.
Due le iniziative ufficiali che svolge la delegazione della Fiom: la prima è la visita ai cantieri navali di Elefesis la mattina del 30 di settembre, la seconda il pomeriggio al Parlamento greco, ospite del gruppo di opposizione di Syriza.
Il 30 mattina partiamo con un pulmino per Elefesis (oltre il Pireo), cantiere militare, non possiamo portare con noi il filmmaker né possiamo fare foto.
Ci ricevono i delegati sindacali nella loro saletta, il traduttore ha studiato a Perugia, come tanti altri greci che incontreremo e che hanno fatto i loro studi in Italia.
Il cantiere è privato (600 addetti) così come Siros (230 addetti) e Skaramanga (1.200 addetti), gli unici 3 rimasti in piedi dopo la privatizzazione.
Negli ultimi due anni la situazione dei cantieri è precipitata, anche cercando qualche capitale estero non c’è nessun risultato in assenza di qualsiasi sostegno industriale ed economico del governo che anzi incentiva gli armatori greci ad andare a costruire le navi in Corea, dove le banche danno un sacco di soldi a un tasso ridicolo.
 

Sono stati in sciopero per 3 mesi perché non venivano pagati da 18 mesi. Dopo le lotte hanno ripreso a lavorare un po’ (2 navi e fanno anche riparazioni) con la decurtazione del 20% del salario. Per i 18 mesi senza salario hanno recuperato solo 2.000 euro.
Nel 2004 fu venduto il primo cantiere Skaramanga (ai tedeschi della ThyssenKrupp) e dopo tutti gli altri. I risultati della privatizzazione sono sotto gli occhi di tutti. Cantieri chiusi e quelli aperti hanno un sacco di problemi.
Ci dicono che siamo fortunati e che Fincantieri ce l’ha fatta, ce lo dice anche il direttore che incontreremo dopo la discussione con il consiglio di fabbrica che se la prende con l’Europa che ha messo negli anni Novanta la cantieristica europea in competizione con i vari Stati anziché con il resto del mondo permettendo la penetrazione dei coreani.

Alessandro Pagano e i delegati dei cantieri spiegano come abbiamo salvato in Italia i nostri cantieri, con mesi di cassa integrazione, con una lotta dura, con la volontà di difendere ciò che esiste, delle difficoltà di farlo di fronte alla volontà opposta del governo e degli armatori, con il rigore e la determinazione che i lavoratori di Fincantieri insieme alla sola Fiom e al suo coordinatore nazionale, Sandro Bianchi, hanno messo nella battaglia contro la privatizzazione di Fincantieri.
Se avessimo privatizzato oggi saremmo senza lavoro, senza cantieri e senza uno dei pochi settori industriali rimasti, esattamente come i greci.
I compagni del consiglio di fabbrica ci portano a pranzo. Mi sento in imbarazzo e dico che non avrebbero dovuto spendere dei soldi per noi. La risposta è stata per me stupefacente ma anche un pugno nello stomaco: “stai scherzando? Per una volta che qualcuno ci viene a trovare e si interessa di noi, per noi è solo un piacere”. Questa frase mi dà l’idea di quanto le loro condizioni di vita e lavoro e le loro splendide lotte siano lontane da Bruxelles e da Ginevra.

Il pomeriggio andiamo in Parlamento e ci riceve una folta delegazione di deputati di Syriza, con a capo una donna, la deputata Fothiou (geniale!).
Ci illustrano la situazione drammatica e ci dicono che hanno intenzione di proporre una conferenza europea che chieda l’annullamento del debito per tutti i paesi del sud dell’Europa, e una campagna contro il razzismo e il nazismo. Spiegano che Alba Dorata esiste dal dopoguerra ma non aveva mai contato nulla in un paese antifascista. Tutti i parlamentari e i militanti di Syriza sono impegnati nella fitta rete di associazioni sociali e di ong a cui danno anche sostegno economico.
Il primo di ottobre partiamo tutti in pullman per il tribunale. La manifestazione è vivace, peccato un po’ di pioggia. Dopo un’ora escono i nostri compagni, il giudice ha rinviato il giudizio al 5 di maggio perché a parer suo la polizia non ha prodotto le prove (foto) dell’accusa.
I compagni greci non sono affatto soddisfatti, ci ringraziano commossi e ci diamo tutti appuntamento a maggio.

Sia nelle riunioni ufficiali che in quelle con il movimento tutti ci raccontano di una Grecia che resiste. Si sono aperte 41 farmacie e cliniche sociali che curano quelli che non possono permetterselo con il volontariato di 100 medici, distribuiscono pacchi alimentari, in ogni quartiere si fanno mense sociali e si mettono insieme sia quelli che danno il cibo che quelli che lo cucinano e lo mangiano, si sono istituiti corsi di educazione sociale (molte scuole hanno chiuso e in ogni caso la gente non può più permettersi le materie complementari) con corsi di musica o di lingua, pool di avvocati che danno sostegno legale a chi perde la casa o non può più pagare. Per tutto questo lavoro collettivo si decide in assemblea nei quartieri una volta alla settimana e tutti insieme si decidono le priorità. Si sono organizzate decine e decine di cooperative. Ci sono anche esempi di autogestione di fabbriche andate a buon fine.
Questo esperimento di solidarietà e collettività per loro non è solo un esperimento di sopravvivenza, con esso si afferma che nessuno è da solo ma che tutti insieme si danno una speranza di farcela.

La delegazione riparte e l’ultima immagine che ci portiamo dietro è di una signora distintissima che mentre chiacchieriamo dopo aver mangiato un souvlaki ci chiede se può portar via il pane avanzato.
Torniamo con la sensazione di aver fatto qualcosa di buono e di utile. Averci regalato questa sensazione è un merito di tutti e tutte le persone che abbiamo avvicinato.
Non basterà, questo lo sappiano soprattutto una volta tornati nelle nostre routine, chi più chi meno burocratiche e di interminabili, a volte vuote, a volte inutili discussioni.
Io volo a Bruxelles dove c’è il coordinamento sindacale della Fiat in Europa. Con tutto quello che succede nel mondo Fiat in Europa, impieghiamo 5 ore di discussione con i veti di Fim e Uilm per decidere di inviare una lettera all’azienda per convocare un Cae!
Mi viene da pensare che forse i greci, nessuno da solo e tutti insieme, si salveranno, ma noi di sicuro no.


Sabina Petrucci
Ufficio Europa Fiom nazionale


Roma, 10 ottobre 2013

http://www.fiom.cgil.it/europa/comunicati/c_13_10_10-racconto.htm

venerdì 4 ottobre 2013

Mentre noi pensiamo a Dudù, 1,7 milioni di nuclei familiari in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta

Quando questo governo Letta-Berlusconi è nato, il 30 Aprile 2013, ha ottenuto al Senato 233 sì, 59 no e 18 astensioni. Dopo 5 mesi, con gli stessi senatori e dopo interminabili risse e vergognose sceneggiate, ha ottenuto 235 sì, 70 no e un astenuto. A conti fatti tutte queste pagliacciate e giri di giostra per due miseri voti in più. Ma vi rendete conto che mentre “giocate” a fare e rifare maggioranze, a spostare uno o due senatori, a litigare in TV e sui giornali, a fare ridicole sceneggiate come quelle in Senato, 1.7 milioni di nuclei familiari in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta?

Lo sapete, cari Senatori, che mentre giocate a fare governi e governicchi e a insultarvi reciprocamente, nel solo 2013 ben 50mila imprese hanno chiuso i battenti? Ma lo sapete, cari Deputati e Ministri, che mentre siete intenti a guardarvi l’ombelico e tirare a campare, la disoccupazione giovanile ha raggiunto la cifra record del 40,1%? Dico, lo sapete che a causa della vostra incompentenza e litigiosità l’IVA è aumentata al 22% e questo porterà ad una contrazione dei consumi andando così a peggiorare una situazione già di per sè pessima? Dico, lo sapete che mentre mandate in onda queste penose sceneggiate, i fondi avvoltoi speculano sugli stati e dirottano le nostre (poche) ricchezze nei loro conti segreti nei paradisi fiscali? Lo sapete che siete funzionali al loro gioco?

Dico: lo sapete vero? Dico, cari senatori e deputati, ma voi sapete come vivono i comuni cittadini fuori da quel mondo dorato dove vi siete rinchiusi? Onorevoli e Ministri della Repubblica, lo sapete che i comuni cittadini non riescono più a pagare il mutuo e sono costretti a scegliere se curarsi o mangiare, se mandare il figlio all’Università o pagare l’assicurazione della macchina?

Credete siano tutti interessati al congresso del PD, alle regole per le elezioni del nuovo segretario e del nuovo candidato premier? Davvero, lo dico senza iprocrisia e falsa retorica, ma avete mai provato a guardare fuori dalla finestra? Ad aprire le tende, buttare lo sguardo oltre Montecitorio e Palazzo Madama, oltre il Quirinale e Palazzo Chigi: dico avete mai provato a farlo? Capite che a causa dei vostri giochi, risse, stoccate, risate, abbracci, insulti e poi ancora sorrisi, abbracci, insulti e stoccate, l’Italia sta morendo? L’ho scritto varie volte e commentatori ben più autorevoli di me lo hanno ricordato: la coesione sociale del Paese sta per esplodare con gravi conseguenze di ordine pubblico e sociale. Prima lo capite e meglio è per l’Italia. Prima lo capite e meglio è per voi. Così evitate di stare lontani dalla realtà e, magari, provate a fare quel poco che la Troika vi permette di fare.

Perchè, questo non dovremmo mai dimenticarlo, mentre questi teatrini vanno in onda, mentre noi qui discutiamo di maggioranza e opposizione, di fiducia e leggi ad personam, di lizzi e lazzi, lassù lontano dai riflettori che di volta in volta si prendono i vari Scilipoti o Formigoni, là lontano da sguardi indiscreti si pianifica e parla del nostro futuro. Si mettono in piedi politiche economiche che lo Stato, un tempo sovrano, deve accettare e recepire. Letta, uomo della Trilaterale e del gruppo Bildeberg, lo sa bene. E lo sa ancora meglio Napolitano, anch’egli vicino a questi ambienti, che ce lo ha imposto. Poi, ahimè, va in onda questa farsa, sceneggiate degne delle peggiori osterie, condite di insulti e grida. Ognuno a difendere il proprio orticello. Senatori di ogni ordine e grado che qualora si andasse a nuove elezioni non sarebbero più candidati; Bondi che dice quello che tutti sappiamo, ovvero che erano lì per difendere Berlusconi e dell’aumento dell’IVA non gli importa neanche un po’; Letta che sa che mai più sarà premier qualora crollasse questo governo e, soprattutto, sa che gli tocca guidare il semestre europeo: un’occasione, più unica che rara, che non può di certo lasciarsi sfuggire. E mentre ognuno è intento a difendere il proprio orticello o poltrona, i grandi fondi speculativi guardano dalla finestra, assoporando già le lacrime di sangue che dovremo versare per poterli arricchire. Avvoltoi che si lanciano sulle vittime in difficoltà.

Noi questi avvoltoi non li vediamo, perché siamo intenti a guardare le risse di falchi e colombe in casa berlusconiana o la miriade di correnti in casa piddina. Noi questi avvoltoi non li conosciamo perché i media ci parlano di quanto abbaia Dudù e non degli “Vulture Funds”, i fondi avvoltoi che dissanguano i cittadini, che obbligano lo Stato a tagliare i fondi pubblici per la scuola, la sanità, la ricerca, la sicurezza per pagare il debito da usuraio contratto con questi avvoltoi. Così, giusto per fare un esempio, lo scorso anno la Grecia, per salvarsi dalla bancarotta, ha dovuto versare alla Dart Management con base nel paradiso fiscale delle isole Cayman, ben 400 milioni di euro (800 miliardi di vecchie lire). Soldi sottratti ai lavoratori che si sono visti tagliare lo stipendio del 30%, soldi rubati ai pensionati, soldi sottratti all’Università (quella di Atene ha chiuso i battenti qualche settimana fa). Soldi finiti nei paradisi fiscali. Esentasse, manco a dirlo.

Mentre noi pensiamo alla squallida sceneggiata tra Cicchitto e Sallusti, questi fondi avvoltoi dissanguano le finanze degli Stati un tempo sovrani. Elliot, Hemishere, Dart (solo per citarne alcuni) stanno dissanguando le finanze degli Stati, dirottando i nostri soldi (quello che paghiamo con le tasse per intenderci) in paradisi fiscali. Stanno facendo all’Europa quanto hanno già fatto con le finanze del Ghana, dello Zambia, del Congo, dell’Argentina (che ad un certo punto si è rifiutata di regalare i soldi pubblici a questi avvoltoi senza scrupoli) e del Perù.

Ecco, continuiamo a pensare a Dudù noialtri, mentre loro lucrano sulle nostre debolezze. 
 
 
Massimo Ragnedda - 04/10/2013
http://notizie.tiscali.it
 

venerdì 27 settembre 2013

Oltre Telecom - la crisi epocale da cui l'Italia non sa uscire

Il caso Telecom Italia è in queste ore balzato all’onore delle cronache, ricordando all’opinione pubblica come il nostro paese stia drammaticamente perdendo i suoi cespiti più importanti. L’informazione moderna è frenetica e la memoria del pubblico corta: probabilmente la notizia, e il dibattito attorno ad essa, saranno già dimenticati nel giro d’un paio di giorni. Lo dimostra il fatto che il clamore suscitato oggi dal passaggio della compagnia telefonica nazionale in mani spagnole sia in realtà ingiustificato, trattandosi solo dell’ultimo episodio d’un processo di privatizzazione, parcellizzazione e vendita all’estero dei cespiti italiani che prosegue da oltre un ventennio. Processo che va di pari passo con la collocazione del debito pubblico all’estero, l’incremento della pressione fiscale per pagare i sempre più onerosi interessi, la cessione della politica monetaria a un’entità esterna, la rinuncia ad un ruolo statale nell’economia, ed altro ancora. Tutti fenomeni interrelati tra loro, che rispondono ad una carenza strategica dell’Italia e hanno il loro esito nella retrocessione del paese a un ruolo completamento subalterno. Ma andiamo per ordine.

Nel 1963 la nazionalizzazione del comparto elettrico, varata da Amintore Fanfani, conferì il monopolio nel settore all’ENEL. La SIP, una società elettrica rilevata negli anni ’30 dall’IRI e che fin dagli anni ’20 aveva investito nel settore telefonico, sfruttò le entrate derivanti dalla vendita dei cespiti all’ENEL per dedicarsi interamente a quest’ultimo settore, in cui già era da alcuni anni monopolista di fatto controllando tutti gli operatori. La storia della SIP è di successo, d’un operatore all’avanguardia mondiale. Ad esempio, è italiana l’introduzione della prima scheda telefonica al mondo (1976), una tecnologia protagonista per alcuni decenni della telefonia nonché antesignana della scheda ricaricabile. Anche questa seconda tecnologia, decisiva per lo sviluppo della telefonia mobile, fu un’invenzione italiana: la prima scheda ricaricabile al mondo fu emessa dalla TIM, nel 1996. 

Nel 1973 la SIP creò invece RTMI, la prima rete italiana radiomobile integrata nel sistema telefonico nazionale: è lo stesso anno in cui negli USA la Motorola lanciava il primo telefono mobile. Nel 1979 l’azienda statale italiana pose i primi 16 km di fibra ottica a Roma: si tenga presente che tale tecnologia era stata applicata per la prima volta negli USA solo due anni prima. All’inizio degli anni ’90 la SIP era l’azienda europea col maggior numero d’abbonati al servizio radiomobile. La STET, la società tramite cui l’IRI controllava la SIP, aveva più di 135.000 dipendenti e un fatturato di quasi 14.500 miliardi di lire. Tra le controllate di STET erano anche imprese strategiche come Selenia (produzione di radar, avionica, elettronica di bordo, sistemi missilistici) e Sistel (sistemi missilistici).

Nel 1985 cominciò il processo di privatizzazione, con la quota STET in SIP che decrebbe dall’82% al 54%. Nel 1994 dalla fusione di SIP con altre società controllate dalla STET nacque Telecom Italia, che nel 1997 si fuse con la STET stessa mantenendo il proprio nome. 
Nel 1995 fu invece scorporata TIM (che Telecom Italia avrebbe riacquistato nel 2005, aggravando il proprio indebitamento); SEAT fu invece scorporata e privatizzata a vantaggio d’una cordata guidata da De Agostini. 
Nel 1997, sotto il governo Prodi e con Guido Rossi a capo della società, il Tesoro cedette quasi tutte le sue azioni (il 35,26% del capitale) ricavando 26.000 miliardi di lire. Quasi 13 miliardi e mezzo di euro, allora decisivi per l’ingresso dell’Italia nell’Euro, ma ben poca cosa di fronte a un debito pubblico che oggi ha superato i 2000 miliardi di euro. 
All’epoca fallì il progetto di conferire il controllo di Telecom Italia a un “nocciolo duro” costruito attorno agli Agnelli e cominciarono le scalate: prima quella della cordata guidata da Roberto Colaninno e riunita nella società Hopa (1999), poi quella della Olimpia di Marco Tronchetti Provera (2001), infine quella della Telco composta da banche italiane e dalla società spagnolo Telefonica (2007).

L’OPA lanciata dalla cordata guidata dal Colaninno nel 1999 ebbe dimensioni imponenti: un affare da 100.000 miliardi di lire, il più grande (ancora oggi) nel suo genere in Italia e tra i maggiori al mondo. Eppure, tanto Colaninno quanto i suoi soci misero direttamente sul piatto poco denaro, facendosi invece forti del credito ottenuto da varie banche, con in testa la statunitense Chase Manhattan che garantì da sola metà dell’importo. Anche quello della Olimpia fu un acquisto a debito, e questa particolare modalità di scalata si è ripercossa sullo stato di salute della Telecom Italia. Sebbene i protagonisti abbiano sempre respinto l’accusa di aver scaricato sulla società i debiti maturati per acquistarla, è un fatto che dalla privatizzazione a oggi la Telecom abbia sostanzialmente bloccato gl’investimenti sulla rete, dimezzato i dipendenti (da 120.000 a 55.000), ceduto il proprio patrimonio immobiliare (con ingenti ricavi ma acquisendo l’onere d’affitti che ogni anno costano alla società varie centinaia di milioni di euro), passato di mano investimenti e controllate (Italtel, Digitel, Tim Hellas, Alice France e altre ancora). 

Malgrado questo ingente piano di dismissioni e ridimensionamento, il debito della società è esploso, dagli 8,1 miliardi di euro del 1998 ai 36 miliardi di euro di oggi. Ma, mentre la Telecom Italia accumulava questi ulteriori 28 miliardi di debiti, la società ha continuato a distribuire generosi dividendi ai suoi azionisti: ben più di 20 miliardi di euro.

Oggi politica e opinione pubblica fanno mostra d’indignazione per l’acquisizione della Telecom Italia da parte di Telefonica. La società spagnola con un investimento di poco più di 800 milioni di euro acquisisce il controllo di una che sul mercato vale 11 miliardi; i giornali hanno poi ben descritto come Telefonica, già indebitata di suo (54 miliardi di euro di debito netto), difficilmente investirà sulla rete italiana, ma anzi il suo principale interesse è sbarazzarsi della concorrenza che le sussidiarie Telecom Italia in Sudamerica fanno alla compagnia spagnola. Eppure, il disastro della Telecom Italia – da multinazionale dello Stato italiano all’avanguardia nel mondo a indebitato carrozzone svenduto a una compagnia straniera – si è consumato, lentamente e inesorabilmente, nel giro di un quarto di secolo, ed epitoma una sorte simile toccata a tante altre eccellenze italiane coinvolte nel processo di privatizzazione – un mantra che, sempre per un quarto di secolo e più, è stato ripetuto e presentato come taumaturgico dalla politica e dell’intellighenzia italiana. Alitalia e Cirio sono esempi di compagnie che, dopo l’uscita dall’IRI, non hanno certo brillato. Finmeccanica, rimasta in mano pubblica, ha mantenuto e consolidato il suo ruolo nel mercato globale, ma oggi è nel mirino della prossima tornata di privatizzazioni.

Il passaggio in mano straniera di determinate compagnie non è una questione di prestigio nazionale. Pecunia non olet. Il problema è altresì strategico e di tenuta del sistema Italia. La rete telefonica (ivi inclusa Internet) del nostro paese è passata in mano spagnola. Il sistema agroalimentare italiano è stato in larga parte acquisito dai francesi. Nell’informatica sono lontani i tempi in cui la Olivetti gareggiava con i marchi statunitensi nell’introduzione dei primi PC. L’industria degli armamenti, economicamente ancora sana, a causa della pressione della politica e di quella dell’opinione pubblica dopo il disvelamento d’alcuni scandali di corruzione, ha avviato la cessione di cespiti all’estero. L’Italia sta perdendo non solo il controllo di elementi strategici della sua economia e capacità produttiva, ma il processo di privatizzazione – a prescindere che sia avvenuto a vantaggio di compagnie stranieri o di “capitani coraggiosi” di casa nostra – si è accompagnato generalmente al radicale calo degl’investimenti nell’ammodernamento delle strutture e nella ricerca scientifica, nonché alla delocalizzazione d’impianti e produzioni all’estero. Vi è inoltre il problema fiscale: l’acquisizione da parte di grosse multinazionali favorisce quei processi di elusione in virtù del quale corporation dai fatturati miliardari versano in tasse cifre irrisorie (vedi il caso Apple, capace di pagare nel 2011 dieci milioni di tasse pur avendo entrate da 22 miliardi).

La perdita di controllo su strutture strategiche, il calo dell’occupazione, l’uscita da settori ad alta tecnologia (la progressiva sparizione della grande industria in Italia è all’origine di quell’incapacità del sistema d’assorbire i laureati italiani, con conseguente “fuga dei cervelli” istruiti a caro prezzo), sono problemi che l’Italia patisce non da oggi, ma da decenni, e che sono indipendenti dalla nazionalità dell’acquirente del cespite privatizzato. Gioielli dell’industria italiana, oggi finiti in mano straniera o in procinto di farlo, vi sono giunti dopo che il capitalismo nazionale li ha demoliti con una gestione poco lungimirante, e certo incosciente, mirante solo a massimizzare i profitti a breve termine. Uno Stato debole e guidato da funzionari poco coscienziosi, che si sono fatti scudo strumentalmente del tema del debito pubblico (le privatizzazioni hanno inciso e incideranno minimamente a vantaggio delle casse statali), ha svenduto beni così faticosamente creati e accumulati dall’Italia in sforzi pluridecennali. Inutile oggi stracciarsi le vesti perché Telecom Italia diventa spagnola, e il giorno dopo svendere ENI o Finmeccanica. Inutile anche recuperare la rete per decreto – e un nuovo sacrificio finanziario, dal momento che non si può espropriarla senza indennizzo – salvo poi perseverare nel non investirvi per ammodernarla, cosa più che probabile visto che nessuno più in Italia, né lo Stato né le banche né gl’industriali, hanno i soldi necessari e la volontà di spenderli.

Il problema è a monte. 
È in un’adesione ideologica e dottrinaria al neoliberalismo, coi suoi mantra del laissez-faire, della non ingerenza dello Stato nell’economia, del privatizzare, del lasciar fare al mercato. È nell’assenza di una pianificazione strategica da parte dello Stato e di una riflessione strategica da parte della società civile. È nell’incapacità della società italiana di mantenere una coesione morale e un minimo di patriottismo necessari a salvarla dagli ovvi assalti di competitori stranieri giustamente decisi a massimizzare i propri profitti. Sono questi gl’ingredienti della crisi del nostro paese, ch’è non solo la crisi del debito che l’attanaglia ormai da alcuni anni, ma è una più generale retrocessione dell’Italia dal suo rango di paese tra i più avanzati al mondo. Senza affrontare questi macro-problemi il declino proseguirà inarrestabile. E Telecom Italia che passa a Telefonica, nel libro di questo declino, è paragonabile a non più di un breve paragrafo.


D. Scalea - 25/09/2013
http://www.geopolitica-rivista.org