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giovedì 21 luglio 2016

RISULTATI SCIOPERO


Le RSU Insiel contestano i dati rilevati dall’azienda Insiel S.p.A.
 
La nostra contestazione deriva dal metodo utilizzato dall’azienda per rilevare i dati, ovvero i lavoratori, che non hanno comunicato la loro adesione allo sciopero, sono stati contattati personalmente dall’azienda per chiedere conto di quanto hanno fatto nella giornata dello sciopero.
 
Questo atteggiamento dimostra la volontà dell’azienda di mascherare il malcontento dei lavoratori nei confronti della direzione e della proprietà.
 
Comunque, nonostante il tentativo da parte della direzione aziendale di modificare il risultato dello sciopero, è evidente che il giorno 15 Luglio non erano presenti neppure 200 persone su 442 dipendenti in azienda, determinando una grande adesione, la più alta degli ultimi 10 anni.
 
Le RSU ringraziano i lavoratori per l’alta adesione che impone una riflessione alla Regione e alla direzione riguardo l’organizzazione aziendale e il piano industriale.
Questo sciopero si configura solo come il punto di partenza per nuove azioni di lotta che vedranno la luce in autunno con rinnovato vigore.
 
Le RSU Insiel Trieste

giovedì 12 giugno 2014

La Germania colpisce il diritto di sciopero

La giungla dei contratti

L’informazione mainstream, puntualmente, ci parla delle “meravigliose sorti e progressive” del cosiddetto modello tedesco. Ci dicono, e ci ripetono, che in Germania i sindacati e i lavoratori partecipano e cogestiscono le contrattazioni e le sorti dell’impresa, facendo un favore a lavoratori e padroni e instaurando così una sorta di armonia che preannuncia l’evoluzione dell’umanità. Addirittura, in un recente articolo di “Economia web” del 21 Marzo si fa accenno a un accordo tra SPD e CDU sul salario minimo, dipingendolo come un cedimento della Merkel alle istanze della sinistra. Da tempo abbiamo imparato a diffidare di questi panegirici.

Tra le innumerevoli contraddizioni della cosiddetta cogestione sindacati-padroni, infatti, troviamo questo (per nulla) nuovo ritrovato della tecnica repressiva dei padroni: Si tratta della prassi informale ma diffusa della Tarifeinheit, ovvero unità contrattuale (oppure unità di contrattazione).

Il sistema contrattuale tedesco è particolare, non solo per il larghissimo ricorso alle agenzie interinali che forniscono manodopera alle aziende, creando così una giungla di contratti differenti, ma anche per la struttura federale dello Stato, che prevede contrattazioni diverse da regione a regione. Inoltre, sono previsti differenti trattamenti contrattuali a seconda dei settori produttivi. Insomma, una vera e propria “boutique dello sfruttamento” nella quale il padrone può scegliere le forme e i trattamenti che preferisce.

Di recente, però, la coalizione di governo (un governo di larghissime intese) tedesca ha trovato un accordo sul cosiddetto piano Nahles per il lavoro. La riforma del ministro della SPD Andrea Nahles prevede di istituire per legge l’unità di contrattazione. “Ad ogni fabbrica il proprio contratto”, recita un principio che sembra essere tutto sommato condivisibile e che dovrebbe mettere ordine in quella giungla di forme contrattuali che è una porta spalancata alla precarietà, alla concorrenza tra lavoratori, alla subordinazione dei diritti agli interessi dei padroni. Non è così, e il motivo è semplice: l’unità di contrattazione si appoggia al principio secondo il quale solo i sindacati più rappresentativi possono gestire il conflitto e la contrattazione delle condizioni di lavoro.

continua QUI

da : http://clashcityworkers.org
09/06/2014


domenica 12 gennaio 2014

Disobbedire alla resa !

12 Gennaio 2014 
Giorgio Cremaschi

Il regolamento applicativo dell'accordo del 31 maggio sottoscritto venerdì sera da Confindustria e da CGIL CISL UIL viola lo Statuto della CGIL e soprattutto la Costituzione. Naturalmente non è che la cosa ci stupisca, il testo sottoscritto da poco semplicemente trasforma in regole scrupolose i principi e lo spirito antidemocratici già contenuti nell'accordo del 31 maggio 2013. Tuttavia vedere ora quelle regole è sconvolgente. Tralascio il dettaglio degli orrori e vado ai punti di fondo. (...) L'accordo viola la recente sentenza della Corte Costituzionale che ha riammesso la FIOM in Fiat, e afferma che solo i firmatari che accettano tutte le sue regole hanno i diritti sindacali. L'accordo accetta le deroghe in azienda ai contratti nazionali sugli orari, sulla prestazione e sulle condizioni di lavoro cioè su tutto, alla faccia di tutte le posizioni ufficiali della CGIL. Sacconi e il suo articolo 8 sono soddisfatti. L'accordo prevede la esigibilità degli accordi, di questi accordi in deroga, anche per chi non è d'accordo e le sanzioni per chi li contrasta, sanzioni che colpiscono il sindacato e i delegati aziendali. Questo è semplicemente l'accordo separato di Pomigliano esteso a tutti. L'accordo prevede che una giuria di arbitri formata da tre rappresentanti di CGIL CISL UIL , tre della Confindustria e un "esperto"esterno decida sui comportamenti delle categorie. Cioè la FIOM sarà giudicata da una commissione dove padroni e sindacati complici sono la grande maggioranza. Tutte queste clausole violano i principi e lo Statuto della CGIL, per questo la firma di Susanna Camusso è illegittima, non ci rappresenta e per noi non ha alcun valore. Disubbidiremo e combatteremo questo accordo in difesa delle libertà sindacali e di quelle dei lavoratori con tutti gli strumenti democratici atti a rovesciarlo. A Maurizio Landini che ora dice no e chiede la consultazione (leggi il comunicato di Landini), diciamo che se avesse detto no il 31 maggio ed allora avesse preteso il voto dei lavoratori, che invece su quella intesa non son stati neppure informati, a Landini diciamo che se si fosse opposto allora oggi non saremmo a questo disastro. In ogni caso il gruppo dirigente della FIOM è ancora in tempo per recuperare almeno in parte alla cantonata pazzesca che ha preso. Invece che sospendere i congressi della FIOM, scelta fuori dalle regole che danneggia solo chi dissente, si dissoci dalla maggioranza della CGIL e dal suo documento congressuale, che al primo punto mette proprio l'esaltazione dell'accordo del 31 maggio. Landini rompa con Susanna Camusso e venga a lottare con noi contro questo accordo e contro il modello di sindacato che propone. E lo faccia sul serio, senza le giravolte a cui ci ha abituato da un po' di tempo in qua. Per quanto ci riguarda useremo tutte le assemblea congressuali dove riusciremo ad arrivare per mettere sotto accusa il gruppo dirigente che ha firmato questa resa. Si deve sapere che c'è chi dissente, disobbedisce e soprattutto non si arrenderà mai.

fonte 

giovedì 12 settembre 2013

Colpiscine 9 per educarne 7000 (piccoli (?) fascismi avanzano...)


Accusati 9 lavoratori per le proteste contro la Fornero

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In settembre a Modena, presso gli uffici del Prefetto cominceranno a Modena le audizioni per i 9 lavoratori sanzionati per l'occupazione dell'Autostrada A1, avvenuta il 31 marzo 2011 nell'ambito  della campagna nazionale di lotta contro la Riforma Fornero e per la difesa dell'art.18.

Il 31 marzo del 2012, più di 7000 operai metalmeccanici, giunti davanti al casello di Modena Nord, rompendo spontaneamente  cordoni e trattative improvvisate con la Digos, decisero di entrare in A1 e di bloccarne la circolazione. L'inziativa si concluse senza danni o tensioni, con ulteriori blocchi di “ritorno” lungo la via Emilia. L'entusiasmo dei lavoratori quel giorno era alle stelle, per aver finalmente partecipato ad un'inziativa non rituale ed essere riusciti persino a “forzarne” l'esito verso l'azione diretta.

Alcuni mesi dopo, arriva la rappresaglia: a 9 lavoratori (su 7.000!) viene contestata l'azione del 31 marzo, con la richiesta di pagare 2500 euro ognuno per l'infrazione commessa.
Ora: in un Italia in cui dalla Val Susa alla Sicilia fioccano arresti e criminalizzazioni di ogni tipo, questi provvedimenti possono risultare blandi o secondari. Ma qualche considerazione va fatta:

1) è la prima iniziativa della CGIL che a Modena subisce una sanzione giudiziaria/amministrativa da decenni a questa parte.  Un brutto calcio in culo, per un sindacato che in questa città è sempre stato nella stanza dei bottoni. Un chiaro segno dei tempi.

2) La sanzione pecuniaria, lungi dall'essere una misura debole o affievolita, rappresenta un pericolo crescente per le lotte sociali: Procure, Questure e Prefetture, spesso evitano la via scivolosa della denuncia penale (i processi sono lunghi e possono sfuggire di mano) e mirano nell'immediato a fare quanti più danni possibili sul piano economico a singoli soggetti, mirati o pescati a caso nella massa. Questo sistema è usato spesso con gli studenti: la novità è l'utilizzo contro delegati e iscritti del sindacato più rappresentativo.

3) La CGIL modenese ha sempre taciuto sulla vicenda, mentre la Fiom l'ha subita come un'infortunio da non ripetere: ma la massa di operaie e di operai che quel giorno si sono riversati sulla carreggiata della Milano Napoli, nell'azione di lotta più importante della storia sindacale modense negli ultimi vent'anni,  rappresentano una lezione da non dimenticare per i profeti del “... tanto i lavoratori non ci seguono...”.

Quando si fa sul serio, gli obiettivi sono forti, il terreno di lotta è chiaro, non solo i lavoratori  “...ci seguono”, ma spesso e volentieri  corrono avanti più veloci delle mediazioni di piazza o di palazzo.
Per le burocrazie e le Questure questo può essere un bel problema da risolvere con denunce e maxi multe. Ma per chi agita il conflitto sindacale e sociale, è una lezione preziosa.

Adesso c'è da capire la volontà di andare fino in fondo da parte della Prefettura (l'organo di appello alle sanzioni). Nel caso si confermasse tale volontà punitiva, le lavoratrici e i lavoratori che quel giorno erano in autostrada con la FIOM dovranno tutti essere nuovamente mobilitati nella solidarietà ai loro compagni colpiti, così come la CGIL dovrà schierarsi apertamente, mettendoci la faccia, a tutela dei propri iscritti.


G. Iozzoli

http://www.rete28aprile.it - 12/09/2013


martedì 2 luglio 2013

Appello contro l’accordo del 31 maggio

No al divieto di sciopero e alla privatizzazione della rappresentanza. Subito una legge sulla democrazia sindacale

APPELLO
Contro l’accordo del 31 maggio tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e Ugl.
No al divieto di sciopero e alla privatizzazione della rappresentanza.
Subito una legge sulla democrazia sindacale

Definito “accordo storico”, intorno all’Intesa sulla rappresentanza sindacale tra Confindustria e CGIL CISL e UIL (e poi UGL) è calata una coltre di silenzio perché tale è la sua gravità che i firmatari intendono attuarla non volendo suscitare lo sdegno e l’opposizione di tutti coloro a cui stanno a cuore i principi della democrazia nei luoghi di lavoro.

Con questo accordo si mira a estendere il modello Fiat, ovverosia a scambiare il monopolio della rappresentanza dato ai sindacati firmatari con la rinuncia al diritto di sciopero e al conflitto sindacale. Confindustria − che oggi canta vittoria − vuole contratti sempre peggiori e lavoratori obbligati ad accettarli. Con l’accordo del 31 maggio si ribadisce il principio che attribuisce la titolarità negoziale ai soggetti sindacali con più voti ma si precisa che “ai fini della misurazione del voto …. varranno esclusivamente i voti assoluti espressi per ogni Organizzazione Sindacale aderente alle Confederazioni firmatarie della presente intesa”, ovverosia varranno solo i voti di CGIL CISL e UIL. Inoltre si afferma che si potrà procedere al “passaggio alle elezioni delle RSU … solo se definito unitariamente dalle federazioni aderenti alle Confederazioni firmatarie il presente accordo”.  Infine si prevede che “il cambiamento di appartenenza sindacale da parte di un componente la RSU ne determina la decadenza dalla carica e la sostituzione con il primo dei non eletti della lista di originaria appartenenza del sostituito”, venendo così  represso ogni dissenso anche nel sindacato.

Con l’accordo del 31 maggio si afferma il principio che il voto è proprio del sindacato e non dei lavoratori che lo hanno espresso, non prevedendosi neppure un diritto certo di referendum sugli accordi facendosi solo un vago riferimento a una “consultazione certificata”. In cambio dell’attribuzione esclusiva della rappresentanza, CGIL CISL e UIL hanno sottoscritto l’impegno “a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi così definiti”, formula amplissima che include ogni forma possibile di opposizione collettiva, che non prevede alcun limite massimo di durata e che non fissa neppure argini alle conseguenti sanzioni massime datoriali (rimesse ai rapporti di forza in ogni singolo contratto nazionale).

Noi crediamo che il diritto di organizzarsi sul posto di lavoro e di scegliere i propri rappresentanti a livello nazionale non sia delle organizzazioni sindacali ma di ciascuna donna e di ciascun uomo che lavora.  E crediamo che non possa esserci mai nessuno scambio tra la rappresentanza democratica e i diritti costituzionalmente garantiti di lottare per ottenere migliori e più dignitose condizioni di lavoro e di vita. Crediamo infine che questa materia necessiti di una legge e che non sia possibile trattarla attraverso accordi privati che escludono altre formazioni sindacali e che soprattutto non rispettano i diritti costituzionali delle lavoratrici e dei lavoratori.  Per questo chiediamo di sottoscrivere questo appello:

-     - per far sentire la propria voce di dissenso verso un accordo che nega i principi della libera e democratica rappresentanza nei luoghi di lavoro;
- 
-
per chiedere che sia varata dal Parlamento una legge che – inverando la sostanza dell’art. 39 della Costituzione − preveda la misurazione senza vincoli e proporzionale del consenso di tutti i lavoratori in relazione a tutte le formazioni sindacali e che - senza alcuno scambio con il diritto di sciopero, non a caso previsto dalla Costituzione all’ articolo 40 con riserva di legge per ogni sua limitazione  − riconosca la rappresentanza in relazione all’effettiva rappresentatività, indipendentemente dalla partecipazione ai tavoli negoziali e alla sottoscrizione degli accordi che comunque dovranno essere sempre definitivamente approvati dai lavoratori.

Invitiamo a partecipare a tutte le iniziative che saranno organizzate contro l'accordo del 31 maggio a partire dall'Assemblea pubblica che si svolgerà a Roma il 4 luglio prossimo.


Forum Diritti - Lavoro   21/06/2013

fonte e primi firmatari  qui


sabato 15 giugno 2013

Il protocollo anti-FIOM

L’accordo tanto atteso e temuto sulla rappresentanza sindacale, è stato infine siglato da Cgil-Cisl-Uil e Confindustria, Venerdì 31 Maggio 2013.
Data storica ha sentenziato la stampa padronale. Storico accordo le han fatto eco Governo e vertici confederali. Un trionfo per tutti insomma, ma come l’esperienza insegna, quando tutti sorridono, a piangere saranno solo i lavoratori. Infatti, storicamente, non abbiamo mai fatto il benché minimo passo in avanti senza lotta e mobilitazione. Perciò, senza alcun mandato dei lavoratori a trattare, senza uno straccio di sciopero per conquistarlo, l’accordo sulla rappresentanza è inequivocabilmente fuori dalla nostra Storia, perché entra di diritto nelle pagine memorabili di quella dei padroni.


Se la firma di Angeletti, Bonanni e Camusso era ampiamente prevedibile, la sorpresa è stata il giudizio positivo e la sostanziale approvazione della Fiom di Landini che in questi anni, pur tra mille contraddizioni, è stata la sola forza di un certo peso ad opporsi all’attacco padronale. Eppure, a ben guardare e solo per menzionare le ambiguità più vistose, la Fiom è passata dalla bocciatura dell’accordo del 28 Giugno 2011 alla sua accettazione, dall’abolizione del patto di solidarietà con Fim e Uilm alla sua riproposizione, dalla presentazione della Piattaforma per il rinnovo al suo accantonamento per un accordo ponte. È, dunque, in questa linea altalenante, nei suoi continui zig-zag che si trova la logica conseguenza del rientro nell’ordine di Landini.

Il Protocollo d’intesa – questa la dizione ufficiale – è basato sull’accordo del 28 Giugno 2011 che apriva al resto d’Italia il modello Marchionne con le deroghe ai contratti e le sanzioni contro gli scioperi. Ed è così in effetti che la Fiom rientra al tavolo delle trattative, non cacciando da Mirafiori e Pomigliano il contratto di Fim e Uilm, il quale resterà in vigore esattamente come prima visto che Fiat è ormai fuori da Confindustria, ma facendo entrare anche nel resto del Paese il modello Fabbrica Italia, alias modello Cisl e Uil, dove se non sei d’accordo preventivamente con le condizioni poste dal protocollo, non hai diritto a trattare. Dalla battaglia perché fossero i lavoratori a poter scegliere liberamente chi dovesse rappresentarli ai tavoli, la Fiom di Landini, con una completa giravolta, è passata infine ad accettare che siano sindacati confederali e Confindustria, a stabilire preliminarmente quali siano le condizioni coercitive per aver diritto a trattare. Un sindacato dovrà rappresentare almeno il 5% dei lavoratori, ma anche qualora rappresenti il 10% o più, se non avrà sottoscritto il protocollo non potrà sedere al tavolo.


È così che verrà eliminato tutto l’arcipelago dei Cobas e dei sindacati di base. A quel punto, la quota di un terzo per le RSU che prima veniva assegnata d’ufficio ai firmatari di contratti nazionali, non servirà più. È questo che viene chiamato superamento della quota 1/3 con elezione interamente proporzionale della RSU. In realtà si passa da un 33% di rappresentanza nominata dall’alto, a una rappresentanza eletta formalmente dal basso, ma controllata al 100% dai vertici sindacali. Infatti, i delegati che durante il mandato cambieranno tessera sindacale, decadranno e saranno sostituiti dai primi non eletti in lista. Non è chiaro se questo varrà anche per chi toglierà semplicemente la tessera o per chi verrà espulso dalla sua organizzazione, ma è evidente che la pressione sui delegati scomodi o contrari ad accordi al ribasso salirà vertiginosamente.

Confermato e rafforzato il monopolio confederale sulla rappresentanza, potrà cominciare la certificazione del peso di ogni organizzazione, che sarà stabilita da una media tra gli iscritti e il numero di rappresentanti. Per validare piattaforme e accordi sarà necessario aver il 50%+1 dei consensi. Ma anche col 50% + 1 della rappresentanza, non è affatto detto che la Fiom riesca a scongiurare accordi separati. Infatti, l’accordo dice che in caso di divergenze e di piattaforme separate, i padroni non saranno obbligati a trattare con la piattaforma che ha il sostegno maggiore, ma dovranno semplicemente limitarsi a “favorirla” diciamo così per buon senso. Ma non sarà facile convincere la loro testa a favorire una richiesta di 200 euro di aumento (quella contenuta nella scorsa piattaforma per il rinnovo della Fiom), quando il loro portafogli avrà tutto l’interesse a favorirne una più modesta che s’accontenta di 135. Nessuno pagherebbe 70 euro circa in più per una merce che può avere a un prezzo decisamente più basso. Alla stessa maniera, Federmeccanica non sborserà 200 euro per comprare i metalmeccanici rappresentati dalla Fiom, per la stessa merce forza-lavoro che Fim e Uilm svendono a 135.

Inoltre, nella migliore delle ipotesi, la piattaforma promossa dalla Fiom col favore di Federmeccanica, dovrà ancora misurarsi col voto dei lavoratori. Il protocollo però, non solo non certifica il voto tramite un referendum – che è l’unico modo per certificarlo davvero – ma demanda le regole alle categorie stesse, lasciando così la Fiom già in partenza in minoranza. Non ci vorrà molto a Fim e Uilm per imporre regole assurde come la necessità, per l’approvazione, della maggioranza degli iscritti in tutte e tre le organizzazioni, oppure semplicemente il voto per impalpabile alzata di mano che prontamente sconfesseranno al momento di verbalizzarlo.

Se questa è l’ipotesi migliore, quella più realistica è che col rientro della Fiom, per abbassarne il suo peso, cominceranno la caccia al tesseramento interessato e la proliferazione dei sindacati di comodo. Frotte di lavoratori saranno minacciati e costretti a iscriversi ai sindacati gialli promossi dalle aziende o più semplicemente a Fim e Uilm, loro complici naturali. Nel giro di poco, la Fiom vedrà quel 50% +1 con cui è convinta di vincere la partita, passare al 50%-1 con cui i padroni le infliggeranno una delle sue più sonore batoste.

Ma cosa succederà qualora, la Fiom riesca lo stesso a ottenere di trattare sulla sua piattaforma e di farla approvare dal 50%+1 dei lavoratori? Quello che la stessa Fiom aveva già preventivato ai tempi dell’accordo del 28 Giugno 2011 e che ora sembra dimenticare. Nella minuziosa analisi critica di ben 8 pagine dell’accordo del 28 Giugno, la Fiom, attraverso quella sua versione allargata che è La Cgil che vogliamo, scriveva infatti: «accordi come questo, ed anche molto, ma molto, più precisi e vincolanti, sono stati sottoscritti nel passato, come quello presente nel Terziario e nel lavoro pubblico. Non sono mai serviti a nulla, di fronte a divergenze CISL e UIL non li hanno rispettati e sono divenuti carta straccia alla prima divergenza; come nel caso dei due contratti separati del 2008 e del 2010 del settore Terziario e commercio. Analogamente è accaduto con la firma separata per l’ultimo contratto pubblico dei ministeri».

L’unica cosa certa che la Fiom otterrà da questo protocollo, sono le sanzioni contro lo sciopero e lo scollamento dai lavoratori. Gli accordi infatti, come recita il testo del 28 Giugno, saranno vincolanti ed esigibili solo «per tutte le rappresentanze sindacali dei lavoratori ed associazioni sindacali firmatarie del presente accordo […] e non per i singoli lavoratori». È dietro questo cavillo che i vertici sindacali si nascondono per negare di aver limitato il diritto più sacro, facendo finta di non sapere che tra forme di raffreddamento e altre mille pratiche burocratiche, 99 scioperi su 100 son destinati a perdersi prima ancora di cominciare. Peggio ancora, quello che partirà lo stesso, lo farà da solo, senza i delegati che dovranno rimanere a guardare, e saranno sempre più visti dai lavoratori, non come loro rappresentanti, ma come gli ultimi, estremi guardiani al servizio dei padroni.

Ecco, questo è lo scenario che si va prospettando. Ma si va prospettando sulla carta. E tra il pezzo di carta e la realtà ci passa la lotta di classe. L’accordo è destinato a fallire o perché con l’inasprimento della crisi ai padroni non basterà più, o perché la Fiom si accorgerà ben presto di non aver fatto alcun passo avanti, o infine perché i lavoratori lo faranno saltare con la mobilitazione. È a questa eventualità che noi dobbiamo lavorare con determinazione e pieni di fiducia.
 
Lorenzo Mortara - 13/06/2013
Rsu Fiom-Cgil Rete28Aprile
 
 

lunedì 10 giugno 2013

Intervista a Liberazione di Giorgio Cremaschi

Cremaschi: «Sanzioni per chi sciopera. E la Fiom è d'accordo». 
Il leader di Rete 28 Aprile spara a zero sull'accordo sulla rappresentanza sindacale nel settore privato.

Giorgio Cremaschi, leader di Rete 28 Aprile (minoranza Cgil). L'accordo sulla rappresentanza sindacale nel settore privato firmato da Cgil Cisl Uil con Confindustria è stato definito “storico” perché colma - bene o male, a seconda dei punti di vista - quel vuoto di regole che negli anni recenti ha consentito alle imprese di scegliersi i propri interlocutori. Sei d'accordo?
 (...)

E' un accordo “storico”, ma in senso negativo. Questo accordo infatti risolve alla radice il problema per i padroni di scegliere con chi trattare, perché, con le regole firmate, Cgil Cisl e Uil accettano la limitazione e l'attacco al diritto di sciopero, in pratica il modello Fiat viene esteso a tutti i lavoratori. Faccio un esempio. Tutta questa fase non sarebbe avvenuta se nel giugno del 2010 la Fiom avesse firmato l'accordo con Fiat, dopo avere perso i referendum, e si fosse impegnata a non scioperare e a non fare cause legali perché la maggioranza dei lavoratori e delle Rsu aveva approvato quell'intesa. Se allora la Fiom avesse firmato, oggi non sarebbe fuori dal tavolo perché la Fiat avrebbe accettato la sua presenza come sindacato di minoranza dentro il sistema. La selezione degli interlocutori c'è, ma viene fatta in via preliminare: chi accetta di limitare il diritto di sciopero è dentro, chi non lo accetta è fuori. In questo modo i lavoratori non hanno più diritto a una rappresentanza libera ma possono avere solo una rappresentanza vincolata alla limitazione del diritto di sciopero.

Hai parlato di modello Fiat esteso a tutti i lavoratori. In realtà, se c'è un limite che tutti riconoscono di questo accordo è proprio il fatto che non vale per la Fiat, perché non è più iscritta a Confindustria. E comunque sia, se non vale per la Fiat,  l'accordo non dovrebbe valere nemmeno per gli iscritti a tutte le organizzazioni sindacali che non fanno parte di Cgil Cisl e Uil. 


Certo che non vale, però chi non accetta questo accordo non ha i diritti sindacali. Quindi è vero che sei libero, ma sei clandestino. Nessun può partecipare alle elezioni delle Rsu e alle trattative se non accetta le limitazioni al diritto di sciopero. In più, si istituisce un sistema di controllo poliziesco dall'alto sui lavoratori. Mi riferisco in particolare a quella clausola mostruosa - che mi ha fatto dire che siamo di fronte a un vero e proprio “porcellum” sindacale - per cui se un delegato Rsu “dissidente” cambia organizzazione o viene mandato via dall'organizzazione nelle cui liste è stato eletto, viene destituito e non è più delegato. Quindi di fatto si toglie ai lavoratori il diritto di scegliersi i propri delegati. Una volta firmato un accordo, c'è un sistema “a cascata” per cui Cgil Cisl Uil controllano le federazioni nazionali di categoria, queste ultime controllano i territori e i territori a loro volta controllano i delegati.

Per la verità, l'accordo demanda alle categorie la definizione delle procedure di raffreddamento, non c'è alcun accenno a forme di centralizzazione disciplinare e sistemi di controllo “a cascata”…


Non è così, il testo dell'accordo è chiarissimo e chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Nell'accordo sulla rappresentanza, c'è la parola “dovranno”. Infatti c'è scritto che, alla firma dei contratti, le categorie “dovranno” decidere le clausole di raffreddamento - cioè che non si sciopera, per essere chiari - e “dovranno” decidere le conseguenze se si sciopera, cioè le sanzioni.

La parola “sciopero” però non è nemmeno nominata nell'accordo, almeno questo lo ammetti…


Infatti si va oltre lo sciopero, si parla di tregue e clausole di raffreddamento, il che è peggio perché include anche le cause legali e altre forme di protesta. Se in Fiat fosse in vigore questo accordo, la Fiom dovrebbe ritirare tutte le cause fin qui intentate. Quindi, ripeto, chi dice che non ci sono limitazioni al diritto di sciopero e che non sono previste sanzioni per chi sciopera mente sapendo di mentire. Il problema di fondo è che la propaganda a favore di questo accordo, come è sempre avvenuto per gli accordi più negativi per i lavoratori, non ricalca il testo dell'accordo. Per cui invito tutti a leggersi il testo dell'accordo e a non basarsi sulle dichiarazioni dei sindacalisti.

E tuttavia sono costretto a farti notare che ci sono altre interpretazioni, diverse dalla tua, di quello che c'è scritto nell'accordo. Il segretario della Fiom, Maurizio Landini, ad esempio, in una intervista all'Unità ha spiegato che «procedura di raffreddamento significa che, se c'è un problema, ci si confronta con l'azienda per risolverlo» e non che si accetta una limitazione del diritto di sciopero.


Allora ti rispondo con la dichiarazione formale che Landini fece all'indomani dell'accordo del 28 giugno 2011. Quando disse, testuali parole, che «le clausole di tregua previste dal 28 giugno», che sono le stesse ora trasferite sull'accordo sulla rappresentanza, «sono inaccettabili e sono un cedimento della Cgil rispetto ai suoi principi». Landini dice una cosa falsa, lui sa perfettamente che il sistema che si sta istituendo non è un altro sistema, tanto è vero che il testo dell'accordo è il testo Fiat. Quindi è Landini che ha cambiato radicalmente posizione.

Questo accordo sulla rappresentanza prevede che un accordo, per essere valido, debba essere sottoscritto dal 50% più uno delle organizzazioni sindacali e approvato, con consultazione certificata, dalla maggioranza semplice dei lavoratori. La Fiom ha sempre detto che avrebbe accettato intese non condivise, purché votate dalla maggioranza dei lavoratori. Così ha fatto alla Piaggio di Pontedera. Dove starebbe adesso la contraddizione?


Anche questo fa parte di una campagna di mistificazione. Alla Piaggio in questi giorni sono in corso scioperi contro quell'accordo. Proprio perché quell'accordo - che la Fiom, è vero, ha accettato dopo il referendum - non prevede limitazioni del diritto di sciopero. Se fosse stato in vigore questo accordo confederale, il sì della Fiom all'accordo Piaggio avrebbe voluto anche dire che la Fiom non poteva più proclamare scioperi. E' chiaro che la maggioranza dei lavoratori ha diritto di decidere un accordo. Ripeto, però, che la Fiom a Pomigliano si è rifiutata di firmare l'accordo del 2010 anche se la maggioranza delle Rsu di Pomigliano e dei lavoratori di quello stabilimento votarono sì. Oggi questo la Fiom non lo potrebbe più fare. E chi dice il contrario, mente sapendo di mentire.

Però chi non è iscritto a Cgil Cisl Uil - lo Slai Cobas a Pomigliano, tanto per fare un esempio - potrebbe proclamare scioperi senza incorrere in sanzioni. Giusto?


Questo è sicuro, però lo Slai Cobas se non accetta le nuove regole non potrà più partecipare alle elezioni delle Rsu. E se per caso a un delegato Rsu Cgil venisse in mente di proclamare uno sciopero, ad esempio sui sabati, in presenza di un accordo siglato dal suo sindacato di appartenenza, verrebbe dimesso da delegato e lo sciopero ritirato. Io invito tutti a leggersi il testo dell'accordo. Voglio sottolineare in conclusione che la Cgil ha violato il suo statuto perché ha firmato questo accordo senza la consultazione dei lavoratori e degli iscritti come invece tassativamente prevede lo statuto.


Roberto Farneti
07/06/2013
da www.rete28aprile.it


martedì 4 giugno 2013

Sull'accordo sulla rappresentanza


Lettera aperta a Maurizio Landini


Caro Landini, hai commentato l’accordo interconfederale del 31 maggio sulla rappresentanza dal sito della tua organizzazione (e poi ribadito nell’intervista rilasciata sabato al Manifesto) giudicandolo “positivo e importante… un passo avanti in materia … di democrazia nei luoghi di lavoro” che riconosce “il valore delle nostre lotte” e che “parla alla politica perché risolve…quella che è una crisi generale della rappresentanza”. Ed invece - interrogato sui “problemi che restano aperti” - l’unico limite che hai identificato è che il patto “non risolve il problema della Fiat”, ed è “proprio per questo necessario arrivare comunque ad una legge” che evidentemente speri possa ricalcare i medesimi contenuti dell’accordo. (...)
Ed allora vediamo quali sono questi contenuti. Nell’accordo del 31 maggio si poggia la rappresentatività sindacale su due gambe: le “iscrizioni certificate” e “il dato elettorale” nelle elezioni per le Rsu. Le “iscrizioni certificate” sono le “deleghe” ovverosia le trattenute sindacali operate dai datori di lavoro, di cui - dopo gli sciagurati referendum del 1995 - solo i sindacati firmatari di contratto (sostanzialmente Cgil Cisl e Uil) hanno diritto. E davvero non credo che proprio tu possa ritenere che l’esclusione dalla possibilità di rappresentare i lavoratori dei sindacati che non hanno firmato il contratto nazionale sia “un passo avanti in materia… di democrazia nei luoghi di lavoro”. Ma ancora più rilevante è l’analisi della seconda gamba, ovverosia “il dato elettorale” nelle elezioni per le Rsu . Ed infatti in base all’accordo del 31 maggio nei posti di lavoro (di certo prevalenti) ove i lavoratori già oggi non votano per eleggere i propri rappresentanti si potrà procedere al “passaggio alle elezioni delle Rsu ….solo se definito unitariamente dalle federazioni aderenti alle Confederazioni firmatarie il presente accordo” con pesantissimo arretramento rispetto al protocollo del 1993 che prevedeva il potere di impulso a qualsiasi sindacato raccogliesse il 5% delle firme dei lavoratori e aderisse alle procedure elettorali di cui al protocollo stesso. Con il patto del 31 maggio il diritto di scelta dei propri rappresentati non è più neppure formalmente dei lavoratori ma diviene una facoltà di Cgil, Cisl e Uil azionabile discrezionalmente a seconda delle convenienze azienda per azienda. Insomma, quand’anche la Fiat rientrasse in Confindustria, comunque senza il consenso di Fim e Uilm e Federmeccanica i lavoratori non potrebbero votare. Ma addirittura stupefacente è la successiva previsione contenuta nell’accordo del 31 maggio per cui comunque - laddove le elezioni delle Rsu invece si terranno - “ai fini della misurazione del voto espresso da lavoratrici e lavoratori nella elezione della Rappresentanza Sindacale Unitaria varranno esclusivamente i voti assoluti espressi per ogni Organizzazione Sindacale aderente alle Confederazioni firmatarie della presente intesa”. 
Insomma - dato che tu stesso additi le regole dell’accordo di venerdì scorso “alla politica” come strumento per “risolve(re)…quella che è una crisi generale della rappresentanza” - è come se consigliassi all’omologo governo di larghe intese di fare una riforma elettorale che dica che il cittadino può scegliere il partito che vuole ma poi, per la distribuzione dei seggi in Parlamento, varranno esclusivamente le tessere e i voti espressi per i soli partiti aderenti alla maggioranza che sostiene il Governo Letta-Alfano, realizzando un sistema quanto meno”protetto” cioè autoritario. 
Ed ancora più stupefacente è che, alla domanda sui limiti dell’accordo, tu abbia del tutto omesso di riferire come per te (e per la tua organizzazione) sia almeno un “problema” il fatto che l’accordo del 31 maggio non solo prevede “l’impegno... a non promuovere iniziative di contrasto agli accordi” ma che ad esso si aggiunge il rinvio ai contratti di categoria per identificare “le conseguenze di eventuali inadempimenti”. E così il patto del 31 maggio ha fatto cadere persino la davvero minimale clausola di garanzia contenuta nell’accordo del 28 giugno 2011 che quanto meno imponeva che le sanzioni riguardassero “non i singoli lavoratori” avendo invece da oggi i contratti nazionali facoltà di colpirli qualora vogliano mettere in campo “iniziative di contrasto” (come subito rilevato dal vicepresidente di Confindustria Dolcetta sul Sole 24 ore del 2 giugno). Insomma forse per qualche giorno la tua personale credibilità e quella della tua organizzazione potranno impedire ai più di comprendere appieno i contenuti dell’accordo e quindi prendere per buona la tua affermazione per cui l’accordo del 3 maggio “riconosce il valore delle nostre lotte”. Ma il punto è che quando dici “nostre” non puoi fare riferimento solo al gruppo dirigente nazionale che ti sostiene e neppure alla sola Fiom ma lo devi fare al ben più ampio movimento di cittadini, studiosi, personalità pubbliche, associazioni, partiti e altri sindacati che con te si sono attivati e battuti. Ti ricordo allora che le “nostre” lotte non erano per sostituire la regola dell’art. 19 dello Statuto per cui può rappresentare i lavoratori solo chi firma il contratto con la nuova regola del 31 maggio per cui possono rappresentare i lavoratori solo Cgil Cisl e Uil. Le “nostre” lotte non erano solo per ottenere il doverosissimo reingresso della Fiom ai tavoli della contrattazione e nella pienezza dell’agibilità sindacale (trattenute, diritto di assemblea eccetera) in cambio della rinunzia al conflitto sindacale e giudiziario. Le “nostre” lotte erano per l’esatto contrario: un nuovo protagonismo conflittuale e democratico dei cittadini al lavoro. E già da sabato e domenica sono iniziate sia a Roma che a Milano contestazioni spontanee che presumibilmente non tarderanno molto ad estendersi via via che si sarà compreso il contenuto del patto del 31 maggio. Credo quindi tu abbia oggi tre scelte davanti a te da prendere molto rapidamente. La prima è dire che il tuo giudizio positivo atteneva alla scelta di contare voti e tessere ma che non approverai mai nessun accordo e nessuna legge che non prevederanno il diritto universale dei lavoratori di votare e il corrispondente dovere di contare voti e tessere di tutti i lavoratori senza alcuno scambio con il diritto al conflitto, continuando così ad essere uno dei protagonisti assoluti della battaglia per la democrazia sul posto di lavoro. La seconda scelta è dire la verità sui disastrosi contenuti dell’accordo del 31 maggio e provare a spiegare la tua posizione per tentare di tenere unito un filo di confronto con i moltissimi che hanno guardato alla Fiom e a te personalmente con speranza e fiducia e che ora si sentono abbandonati e delusi. La terza scelta è continuare a sostenere che l’accordo del 31 maggio sia “positivo e importante… un passo avanti in materia …di democrazia nei luoghi di lavoro” da generalizzare per legge, diventando così tu di fatto un vero e proprio ostacolo (forse il maggiore) sulla strada della democrazia del lavoro in questo paese. Nella sincera speranza tu voglia scegliere la prima strada, ti invio un cordiale saluto 
Roma, 3.6.2013 
Carlo Guglielmi, Presidente del Forum Diritti Lavoro
fonte : Rete 28 Aprile

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Comitato esecutivo R28A

Lotta a fondo contro l'accordo antidemocratico sulla rappresentanza. (...)


L' accordo sulla rappresentanza viola la Costituzione e lo Statuto
della CGIL, come abbiamo detto e votato nel direttivo nazionale. 
Questo accordo è stato approvato senza rispettare l'obbligo statutario
della consultazione dei lavoratori e degli iscritti, per questo lo consideriamo privo di legittimità formale e agiremo di conseguenza.
La Rete 28 aprile è impegnata a lottare contro questa intesa, per fare sì che essa fallisca e le lavoratrici ed i lavoratori conquistino finalmente il diritto alla rappresentanza e alla democrazia sindacale e venga fermato l'attacco al diritto di sciopero. 
La lotta conto l'accordo sarà parte della mobilitazione contro le politiche di austerità, che il patto impone nei luoghi di lavoro. Diremo no all'accordo per lottare contro la flessibilità e la precarietà, contro il taglio dei salari e i licenziamenti, contro l'aggressione alle condizioni di lavoro e ai diritti, contro lo sfruttamento.
L'accordo impone la esigibilità , cioè il modello Fiat, perché il padronato, che oggi canta vittoria, vuole contratti peggiorativi e lavoratori obbligati ad accettarli. 
La scelta della maggioranza della CGIL e della FIOM di firmare questa intesa contraddice tutta la lotta di questi anni e rappresenta una resa alle posizioni di CISL UIL e del grande padronato.
Per contrastare il patto la Rete 28 Aprile organizzerà una mobilitazione con tutte le sue forze, anche assieme al sindacalismo di base e a forze democratiche, al mondo dei giuristi e dell'impegno civile, ai movimenti sociali.
È necessaria una vasta campagna di informazione, visto che le lavoratrici e i lavoratori vengono tenuti all'oscuro dei reali contenuti della intesa.
Il 29 Giugno a Roma è convocata a Roma l'Assemblea nazionale della Rete, tutte tutti sono impegnati a partecipare per organizzare ed estendere la iniziativa contro l'accordo e costruire l'alternativa in vista del congresso.
L'esecutivo nazionale della Rete esprime solidarietà e pieno sostegno a tutte le compagne e i compagni sottoposti a provvedimenti disciplinari eamministrativi in CGIL. Questa stretta inaccettabile nella vita interna della organizzazione è anch'essa il segno della involuzione burocratica e autoritaria nella vita sindacale, che l'accordo sulla rappresentanza tenta di istituzionalizzare e rendere permanente.
Anche per questa ragione dobbiamo tutte e tutti mobilitarci

Esecutivo nazionale Rete 28 Aprile 
3 giugno 2013

VIDEO :

lunedì 13 maggio 2013

ACI Informatica : un'esperienza di lotta



Ultime notizie da una vertenza infinita e difficile, in cui i lavoratori hanno comunque scelto di giocare da protagonisti in prima persona e non da spettatori.
COMUNICATO 8 maggio 2013 - VERTENZA AUTORGANIZZATA ACI INFORMATICA

Il quadro:

·         Il 6/7/2012 il governo Monti vara il decreto legge 95 noto come spending review; all’interno di questo provvedimento è inserito l’articolo 4 con il quale si stabilisce che le società in house della Pubblica Amministrazione debbono essere cedute a privati entro il 30/6/2013 o chiuse entro il 31/12/2013: ACI Informatica è una società in house dell’ACI.

In risposta a questo provvedimento inizia da subito la mobilitazione di lavoratrici e lavoratori che avrà il suo momento di apice nel presidio permanente durato 6 giorni a Piazza delle 5 Lune, sotto la sede del Senato della Repubblica. Insieme alla mobilitazione le lavoratrici ed i lavoratori avviano una campagna di sensibilizzazione che investe varie altre società in house della Pubblica Amministrazione a Roma, in questo modo il presidio, tenuto vivo dalla costante presenza di centinaia di lavoratori di ACI Informatica, diventa momento di incontro con altre realtà di lavoratori tenute all’oscuro dalle Organizzazioni Sindacali di quanto stava accadendo.

La mobilitazione produce come primo risultato la modifica del provvedimento che perde “l’automatismo” di chiusura o privatizzazione e rinvia ai vari enti pubblici proprietari la decisione al riguardo. Rimane tuttavia il problema di uno strumento nelle mani delle Amministrazioni Pubbliche per colpire lavoratrici e lavoratori

A seguito della mobilitazione si costituisce un coordinamento di varie realtà in house della Pubblica Amministrazione che fondandosi sul metodo dell’autorganizzazione costruiscono varie mobilitazioni, tutt’ora in corso, di cui la manifestazione sotto il Ministero dell’Economia del 14/11/2012 rappresenta il momento più alto.

·         In questi ultimi anni il bilancio ACI ha chiuso più volte con pesanti perdite, da ultimo il bilancio 2012 segna una perdita di oltre 25 milioni di euro. Incalzati dal rischio di commissariamento i vertici dell’Ente decidono una serie di misure per riportare il bilancio in pareggio nel 2013. Fra queste misure va annoverato il taglio di circa 9 milioni di euro degli stanziamenti per le attività di ACI Informatica, che essendo società in house dell’ACI dipende per oltre il 90% dei propri ricavi dai servizi svolti per ACI. Il taglio è pesantissimo per ACI Informatica che già opera a prezzi significativamente inferiori a quelli di mercato. Le lavoratrici ed i lavoratori di ACI Informatica dimostreranno, attraverso puntuali dossier ancora in corso di pubblicazione, che le difficoltà del bilancio ACI non derivano da reali problemi di produzione ma dal combinato di tariffe ferme ai valori del 1994 e di una cattiva amministrazione che da una parte produce notevoli sperperi ed e dall’altra investe in “affari” disastrosi.

La cronaca

In questo contesto il 19/10/2012 l’azienda consegna alla RSU, ed invia alle OO.SS., la disdetta di tutti gli accordi integrativi aziendali in scadenza il 28/2/2013.

La storia degli accordi sindacali in ACI Informatica parte dal lontano 1976, accordi che contengono miglioramenti molto avanzati delle condizioni di vita e del lavoro. Per dare un’idea, la disdetta significherebbe per i lavoratori e le lavoratrici: la perdita di circa il 40% del salario annuale; l’allungamento da 36 a 40 ore settimanali dell’orario di lavoro; la cancellazione dell’inquadramento unico dei lavoratori; la riduzione dei giorni di ferie; la riduzione dei permessi retribuiti; la perdita di numerosi strumenti di welfare aziendale (navetta, mensa, rimborso parziale dell’abbonamento ai mezzi pubblici, rimborso parziale delle spese per l’asilo nido, ecc.); la perdita di numerosi strumenti per il sostegno alla maternità/paternità (integrazione salariale delle aspettative facoltative, permessi per l’inserimento dei figli a scuola, migliori condizioni per la fruizione delle assenze per malattia figlio, ecc.); la perdita di numerosi strumenti di tutela della salute (postazioni di lavoro, affollamento delle stanze, ecc.) e varie altre norme migliorative rispetto al CCNL.

A fronte di questo gravissimo attacco le lavoratrici ed i lavoratori decidono che non ci si può limitare ad una lotta difensiva e pertanto si avvia una fase di confronto e dibattito (intervallata da iniziative di lotta interne e mobilitazioni verso la proprietà ACI) per definire una piattaforma rivendicativa.

Tale fase si conclude con l’approvazione da parte dell’assemblea, il 20/11/2012, della piattaforma per il rinnovo del contratto integrativo aziendale.

La piattaforma viene presentata alla Direzione aziendale il 5/12/2012: la Direzione rifiuta di parlarne e continua a perseguire la strada della disdetta degli accordi. La risposta delle lavoratrici e dei lavoratori è immediata. Lo stesso giorno la Direzione, guidata dal Presidente De Vita (su cui torneremo), organizza una riunione con tutti i dirigenti ed i responsabili aziendali. Le lavoratrici ed i lavoratori fanno irruzione nella sala predisposta per la riunione distribuendo un volantino nel quale viene denunciato il ruolo di potere dello stesso De Vita (ottantaquattrenne “cresciuto” all’ombra della DC e presidente dell’unione petrolifera italiana, membro della giunta di Confindustria, uomo di comando all’ACI ecc.) ed impedendo fisicamente lo svolgimento della riunione.

E’ l’avvio di una fase durissima di scontro, con scioperi di reparto ad oltranza, cortei interni e per il quartiere, irruzioni nelle stanze di quei dirigenti che provano a sostituire i lavoratori in sciopero ecc.

L’articolazione delle mobilitazioni messe in campo merita un approfondimento.

È chiaro fin da subito che la vertenza sarà dura e di lunga durata, sia per la dura posizione aziendale sia perché  la disdetta produrrà i suoi effetti dal 1° marzo, cioè oltre quattro mesi dopo la comunicazione aziendale. Come affrontare una vertenza dai tempi così lunghi senza sfiancare i lavoratori? Si decide di intervenire su tre linee distinte.

Innanzi tutto viene indetto lo sciopero a tempo indeterminato delle lavorazioni straordinarie (sciopero degli straordinari, sciopero delle trasferte, sciopero della reperibilità).

In secondo luogo viene deciso di effettuare scioperi di singoli reparti a tempo indeterminato, finalizzati a bloccare specifiche linee produttive e che coinvolgono solo parte dei lavoratori. Il costo dello sciopero viene poi suddiviso fra tutti in modo da pesare il meno possibile su ogni singolo lavoratore. Cioè il massimo risultato con il minimo sforzo.

In terzo luogo vengono indette di volta in volta specifiche iniziative in azienda (corte, presidi, volantinaggi, assemblee informative, etc..).

L’articolato programma di mobilitazione è tenuto insieme dall’idea di fondo di rendere ingestibile l’azienda, attraverso iniziative di lotta proclamate a sorpresa (anche lo sciopero a tempo indeterminato viene indetto giorno per giorno), senza mai dare ai vertici aziendali la possibilità di sapere quello che sarebbe successo.

Il 18/12/2012 questa fase della vertenza si conclude con un accordo che sospende la disdetta degli accordi sindacali per il periodo necessario ad un confronto sulle problematiche economiche dell’azienda e sulla piattaforma rivendicativa presentata dalle lavoratrici e dai lavoratori.

Il 7 gennaio inizia questa nuova fase con un incontro nel quale la Direzione aziendale dichiara che, per far fronte alle difficoltà economiche, è necessario tagliare il costo del lavoro di 3 milioni di euro nel 2013 ed altrettanti nel 2014 (6 milioni di euro totali pari a oltre 9mila euro di salario in meno medio) e propone di realizzare tali tagli o con la cancellazione di alcuni istituti salariali derivanti dalla contrattazione aziendale o, in alternativa, dichiarando 67 esuberi e ricorrendo ai Contratti di Solidarietà. Inoltre chiede di rivedere alcuni istituti contrattuali in particolare: allungamento dell’orario di lavoro, cancellazione dell’inquadramento unico, eliminazione di alcune norme migliorative della legge 104.

La RSU per nome e per conto di lavoratrici e lavoratori risponde chiedendo di aprire il confronto anche sulla piattaforma integrativa, afferma di non accettare interventi peggiorativi sugli accordi sindacali in vigore e dichiara la volontà di presentare proposte di intervento sul bilancio di previsione 2013 dell’azienda alternative al taglio del costo del lavoro.

Se la fase di dicembre era stata caratterizzata dalle iniziative di lotta, nel periodo di gennaio e febbraio emerge la capacità di lavoratrici e lavoratori di conoscere perfettamente il processo produttivo e finanziario dell’azienda tanto da mettere la Direzione in un angolo (come si può evincere dai verbali degli incontri reperibili sul sito www.autorganizzati.org) incapace di rispondere alle proposte ed alle richieste presentate dalla RSU.

Questa incapacità porta la Direzione a cercare di forzare la vertenza con una serie di iniziative provocatorie: la dichiarazione di chiusura collettiva dell’azienda per 2 settimane ad agosto ed una a natale con conseguente obbligo di fruizione delle ferie senza riguardo per le necessità dei lavoratori, la dichiarazione che entro la fine di marzo dovevano essere chiuse le trattative (naturalmente accettando la richiesta aziendale di taglio del costo del lavoro per 3 milioni di euro nel 2013 ed altrettanti nel 2014 ed il resto degli interventi sugli istituti contrattuali) minacciando altrimenti di dare attuazione alla disdetta degli accordi sindacali.

Di fronte alle iniziative di lotta che iniziano a crescere e all’attenta conduzione del confronto da parte dei lavoratori, la Direzione si trova però in difficoltà e tenta di far saltare l’accordo del 18/12/2012.

Il primo tentativo è quello di spostare il confronto in sede di unione industriali con il fine di trovare OO.SS. territoriali compiacenti (l’invito è indirizzato a FIM/CISL e UILM/UIL addirittura non presenti in azienda e alla FIOM/CGIL) o quantomeno di dichiarare il mancato accordo e procedere alla disdetta.

Inizia così la fase conclusiva della vertenza.

A queste provocazioni si risponde ancora una volta coniugando la lotta con una gestione attenta sia della trattativa sindacale che delle relazioni istituzionali.

Iniziano ad essere messi in sciopero a tempo indeterminato gruppi di lavoratori che rivestono un ruolo chiave nella produzione, si da vita a cortei interni (per esempio per andare nelle stanze di tutti i dirigenti a consegnare una lettera in cui si invitano a non assumere iniziative contro i lavoratori), ci si mobilita in presidio davanti l’unione industriali per impedire porcherie (all’incontro si presenta un omuncolo della FIM/CISL che però è “caldamente” invitato ad andarsene cosa che fa rapidamente vista la mala parata).

Fallito il tentativo all’unione industriali l’azienda alza ulteriormente la posta sollecitando l’intervento del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. In risposta si ampia il fronte dei gruppi in sciopero a tempo indeterminato. Il 4 aprile si svolge il primo incontro al Ministero, ancora una volta la Direzione mantiene inalterate le sue richieste e cerca di far dichiarare dai funzionari ministeriali la chiusura delle trattative e la conseguente disdetta degli accordi sindacali; anche questa volta però la mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori (in oltre 300 sotto al ministero) unita ad una intelligente gestione del tavolo istituzionale vanificano il tentativo della Direzione: il ministero decide di riconvocare le parti e intanto si inaspriscono ulteriormente le iniziative di lotta.

Dopo altri 2 incontri al ministero la Direzione inizia a cedere ed il 19 aprile si apre una nuova fase di trattativa in azienda; contemporaneamente si iniziano a ridurre i gruppi in sciopero a tempo indeterminato.

Il 29 aprile sembra che si stia per giungere alla conclusione della vertenza quando improvvisamente la Direzione pone nuove condizioni al tavolo delle trattative, il 30 aprile le trattative sono rotte ed i lavoratori in assemblea decidono che dal 2 maggio avrebbero fatto fare un nuovo salto di qualità alle iniziative di lotta.

Il 2 maggio dalle 9 di mattina le lavoratrici ed i lavoratori occupano in assemblea permanente il cuore produttivo dell’azienda cacciando i dirigenti ed i pochi crumiri.

Inizia una giornata entusiasmante in cui si manifesta pienamente la forza dell’autorganizzazione: i delegati fanno la spola fra gli incontri con la Direzione e l’assemblea permanente per confrontarsi su tutti i passaggi della trattativa, i lavoratori mantengono l’occupazione e bloccano ogni attività produttiva ed i tentativi di crumiri e dirigenti di intervenire, verso le 17 l’azienda accetta le proposte della RSU, alle 18 viene interrotta l’assemblea permanente. Il giorno dopo 3 maggio si formalizza l’accordo che viene sottoposto al confronto ed al voto dell’assemblea lunedì 6 maggio.

Le lavoratrici ed i lavoratori approvano all’unanimità l’accordo: taglio del costo del lavoro ridotto al solo 2013 per 1,3 milioni di euro; conferma di tutti gli accordi sindacali presenti e passati; rinnovo della piattaforma integrativa aziendale con un aumento mensile di 80 euro al mese a partire dal 2015; pagamento di un una tantum complessiva di 200 mila euro; vari miglioramenti sul piano normativo e dell’informazione ai lavoratori; revoca delle chiusure collettive e dunque la fruizione delle ferie secondo le esigenze di ognuno. Inoltre, per evitare di trovarsi come in Telecom, dove vengono firmati i contratti di solidarietà e il management si spartisce gli utili, vengono previste limitazioni nelle elargizioni premiali per il periodo di taglio al salario dei lavoratori.

Il grande risultato di questa vertenza è stato reso possibile da un lungo lavoro di costruzione di autorganizzazione che in azienda si sviluppa da moltissimi anni, un lavoro che ha reso ogni lavoratrice ed ogni lavoratore consapevole della propria condizione, informato su tutto ciò che riguarda il lavoro, attento a mantenere la conoscenza ed il controllo del processo produttivo, determinato a non delegare nessuno a rappresentarlo, convinto che l’organizzazione autonoma dei propri bisogni sia l’unica strada percorribile per tutelare i propri interessi.

Diciamo questo perché in questa vicenda abbiamo potuto utilizzare un po’ tutti gli strumenti a disposizione delle lavoratrici e dei lavoratori: in primo luogo il confronto continuo fra lavoratrici e lavoratori in assemblee anche spontanee; la solidarietà che ha permesso di suddividere fra tutte le lavoratrici ed i lavoratori il costo degli scioperi a oltranza dei gruppi strategici; lo sciopero come strumento principe della lotta dei lavoratori; i cortei interni ed esterni; mobilitazioni improvvise; la lotta ai crumiri ed ai dirigenti; il presidio tutti i sabato e domenica per 5 mesi consecutivi per evitare che si facessero straordinari; le manifestazioni sotto ministeri, sedi padronali e sede dell’ACI.

Consapevoli che la nostra situazione è parte di un più generale attacco alle condizioni di vita abbiamo prodotto iniziative di comunicazione verso altri lavoratori e proletari (dall’assemblea sull’accordo sulla produttività di CISL-UIL-UGL-Confindustria, alla consegna di pacchi alimentari agli occupanti di case del Laurentino); studio attento ed approfondito di bilanci, norme e procedure utili sia a produrre dossier di controinformazione e denuncia che per gestire i tavoli di trattativa e le sedi istituzionali. Ed in tutto questo non sono neppure mancati i momenti ludici e di socialità fondamentali per l’unità di lavoratrici e lavoratori.
Insomma ci sentiamo di poter affermare con forza che con l’autorganizzazione si vince ed il risultato si radica nelle coscienze di ognuno!!

 

Lavoratrici e Lavoratori Autorganizzati Aci Informatica www.autorganizzati.org info@autorganizzati.org


fonte :
http://www.contropiano.org - 12/05/2013