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mercoledì 8 giugno 2016
INCONTRO CON LA PRESIDENTE SERRACCHIANI
Trieste, Udine 07 Giugno 2016
Mercoledì 1 Giugno si è tenuto l’incontro che avevamo richiesto alla Presidenza della Regione riguardante le problematiche che avevamo evidenziato e condiviso con i lavoratori a più riprese in questi mesi.
All’incontro erano presenti, oltre alla Presidente Serracchiani, anche l’Assessore Panontin e il Presidente Puksic.
In apertura la Presidente si è detta soddisfatta di come Insiel applica il piano industriale, informandoci di come le Direzioni Regionali apprezzino il nuovo dinamismo e in generale il nuovo modo in cui Insiel si interfaccia con loro, affermando di non capire le preoccupazioni esposte dai lavoratori ma dimostrandosi disponibile a recepirle e dove possibile trovare una soluzione.
Dopo l’ esposizione puntuale da parte della delegazione di quanto contenuto nel documento stilato e approvato dall’ Assemblea dei Lavoratori la presidente ha annotato i punti prendendosi l’impegno, in qualche settimana, di valutarli e rispondere puntualmente ad ogni uno degli stessi.
In particolare ci aspettiamo una risposta su:
- Definizione dei servizi strategici: ha preso l’impegno di individuare gli stessi (sottolineando che la riposta “potrebbe piacerci oppure no”).
- Formazione: ha dichiarato che verificherà la possibilità di utilizzare fondi europei destinati alla regione.
- Organizzazione interna: verificherà con la direzione aziendale il perché di questa ennesima riorganizzazione e la situazione dei passaggi di consegne.
- Relazioni sindacali: ha annunciato la volontà di imporre all’azienda un maggiore coinvolgimento dei sindacati nelle discussioni.
- Esternalizzazioni: ha annunciato un approfondimento ribadendo la sua contrarietà all’uso delle esternalizzazioni.
- Assunzioni: ha precisato che da legge esistono precisi limiti all’ utilizzo di lavoratori in somministrazione (come diversamente comunicato dall’azienda) e verificherà la possibilità di attingere alla disponibilità pubbliche/regionali di lavoratori.
Le RSU, pur esprimendo preoccupazione per certe affermazioni della Presidente, rimangono in attesa di risposte da parte della Proprietà.
Non essendo intervenuti ulteriori elementi atti a modificare l’attuale stato delle relazioni industriali con l’azienda, confermano le azioni fino a qui intraprese a tutela dei lavoratori.
Le RSU Insiel
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mercoledì 11 novembre 2015
NOTE CRITICHE SULLA PIATTAFORMA FIOM
Punto per punto, alcune riflessioni su quel che non va della Piattaforma
FIOM 2016, tralasciando per lo più quel che altri hanno già detto.
di Lorenzo Mortara
Nuovismo – La prima cosa che colpisce della PIATTAFORMA
FIOM per il RINNOVO del CONTRATTO DEI METALMECCANICI 2016, è la voglia
di novità e di sperimentazione contrattuale. Tutto il preambolo è un
unico peana in onore del rinnovamento. Peccato che anche Federmeccanica,
non parli d’altro che di rinnovare l’assetto contrattuale. Questo vizio
di ammiccare alla controparte con le stesse parole, ben sapendo che le
lingue sono diverse, ha già prodotto disastri nel recente passato. Chi
non ricorda che Landini fu il primo ad aprire a Renzi? Il metodo era lo
stesso: il Berluschino del PD voleva cambiare l’Italia, e anch’io, disse
il nostro Leader, lo voglio, perché nessuno più dei lavoratori vuole
cambiare questo Paese. Sperava così di diventarne un interlocutore
privilegiato. Divenne solo un giocattolo nelle sue mani. Possibile che
dobbiamo fare un’altra volta la figura dei fessi? Così come Renzi vuole
cambiare in peggio il Paese, e Landini in meglio, almeno per i
lavoratori, alla stessa maniera l’innovazione contrattuale di
Federmeccanica è lo smantellamento del Contratto Nazionale,
l’innovazione della Fiom è invece il suo rafforzamento. Sono due cose
opposte e inconciliabili, perché quando due discorsi vaghi e generici
sul rinnovamento contrattuale si incontrano, tra i due prevale sempre
quello più forte. Esattamente come l’apertura a Renzi sul cambiamento
del Paese, non ha sortito altro che l’uso strumentale di Landini come
copertura delle sue politiche antioperaie. La colpa non è di Renzi, ma
di Landini che l’ha continuamente promosso, portandolo in palma di mano
per un paio di mesi, anziché smascherarlo subito senza pietà. La
Piattaforma ripete lo stesso errore col profondo rinnovamento
contrattuale…
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mercoledì 31 dicembre 2014
Cremaschi : 2015, col Jobs act sarà l’anno dei licenziamenti di massa
Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo
18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e
la disoccupazione aumenta.
Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi.
La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori.
In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso.
La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità. Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale.
Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.
La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto, né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare.
Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact : un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori.
Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta. Alla fine l’ occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico.
A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità. i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese militari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.
Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo.
Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nella storia italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo .
Giorgio Cremaschi
27 dicembre 2014 - popoffquotidiano.it
Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi.
La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori.
In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso.
La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità. Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale.
Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.
La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto, né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare.
Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact : un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori.
Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta. Alla fine l’ occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico.
A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità. i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese militari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.
Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo.
Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nella storia italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo .
Giorgio Cremaschi
27 dicembre 2014 - popoffquotidiano.it
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martedì 2 dicembre 2014
lunedì 24 novembre 2014
IL DIRITTO DEI DIRITTI
Intervista a Alberto Piccinini
realizzata da Barbara Bertoncin
UNA CITTÀ n. 216 / 2014 ottobre
Le resistenze a intervenire nuovamente sull’articolo 18, dopo che già la Riforma Fornero ha fortemente limitato l’obbligatorietà del reintegro, vengono dalla preoccupazione che se si prevede una motivazione, una qualsiasi, che consente di non reintegrare una persona licenziata illegittimamente, i datori di lavoro potranno sempre licenziare con quella motivazione; la questione, irrisolta, della soglia dei 15 dipendenti, cioè tra chi ha diritto e chi no. Intervista ad Alberto Piccinini.
Alberto Piccinini, avvocato giuslavorista, dello "Studio Legale Associato” di Bologna, ha sempre svolto la professione forense con specializzazione in diritto del lavoro, patrocinando cause avanti alla Corte di Cassazione, alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del collegio difensivo Fiom, con Franco Focareta, Massimo Vaggi e Lina Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
> LINK <
realizzata da Barbara Bertoncin
UNA CITTÀ n. 216 / 2014 ottobre
Le resistenze a intervenire nuovamente sull’articolo 18, dopo che già la Riforma Fornero ha fortemente limitato l’obbligatorietà del reintegro, vengono dalla preoccupazione che se si prevede una motivazione, una qualsiasi, che consente di non reintegrare una persona licenziata illegittimamente, i datori di lavoro potranno sempre licenziare con quella motivazione; la questione, irrisolta, della soglia dei 15 dipendenti, cioè tra chi ha diritto e chi no. Intervista ad Alberto Piccinini.
Alberto
Piccinini, avvocato giuslavorista, dello "Studio Legale Associato” di
Bologna, ha sempre svolto la professione forense con specializzazione in
diritto del lavoro, patrocinando cause avanti alla Corte di Cassazione,
alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del
collegio difensivo Fiom, con Franco Focareta, Massimo Vaggi e Lina
Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
Alberto Piccinini, avvocato giuslavorista, dello "Studio Legale Associato” di Bologna, ha sempre svolto la professione forense con specializzazione in diritto del lavoro, patrocinando cause avanti alla Corte di Cassazione, alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del collegio difensivo Fiom, con Franco Focareta, Massimo Vaggi e Lina Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
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Piccinini, avvocato giuslavorista, dello "Studio Legale Associato” di
Bologna, ha sempre svolto la professione forense con specializzazione in
diritto del lavoro, patrocinando cause avanti alla Corte di Cassazione,
alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del
collegio difensivo Fiom, con Franco Focareta, Massimo Vaggi e Lina
Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
Alberto
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Bologna, ha sempre svolto la professione forense con specializzazione in
diritto del lavoro, patrocinando cause avanti alla Corte di Cassazione,
alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del
collegio difensivo Fiom, con Franco Focareta, Massimo Vaggi e Lina
Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
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Piccinini, avvocato giuslavorista, dello "Studio Legale Associato” di
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alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del
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Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
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Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
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Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
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diritto del lavoro, patrocinando cause avanti alla Corte di Cassazione,
alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del
collegio difensivo Fiom, con Franco Focareta, Massimo Vaggi e Lina
Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
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Piccinini, avvocato giuslavorista, dello "Studio Legale Associato” di
Bologna, ha sempre svolto la professione forense con specializzazione in
diritto del lavoro, patrocinando cause avanti alla Corte di Cassazione,
alla Corte Costituzionale e alla Corte di Giustizia Europea. Membro del
collegio difensivo Fiom, con Franco Focareta, Massimo Vaggi e Lina
Grosso, ha difeso la Fiom di Potenza nel processo per condotta
antisindacale di Sata (Fiat) relativo ai licenziamenti di due delegati
ed un iscritto alla Fiom, dichiarati infine antisindacali.
venerdì 21 novembre 2014
Jobs act - Il nuovo articolo 18
da il Sole 24 ore
L’emendamento al Jobs act riformulato dal Governo e approvato in commissione Lavoro alla Camera fa entrare direttamente nel testo della delega ciò che finora non c’era: un riferimento diretto alla reintegra nel posto di lavoro, e dunque all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Agganciate all’introduzione del contratto a tutele crescenti, le nuove regole escludono per i licenziamenti economici la possibilità della reintegra del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegra ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l’impugnazione del licenziamento. Saranno i decreti delegati a dover recepire questi principi.
continua > QUI <
L’emendamento al Jobs act riformulato dal Governo e approvato in commissione Lavoro alla Camera fa entrare direttamente nel testo della delega ciò che finora non c’era: un riferimento diretto alla reintegra nel posto di lavoro, e dunque all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Agganciate all’introduzione del contratto a tutele crescenti, le nuove regole escludono per i licenziamenti economici la possibilità della reintegra del lavoratore nel posto di lavoro, prevedendo un indennizzo economico certo e crescente con l’anzianità di servizio e limitando il diritto alla reintegra ai licenziamenti nulli e discriminatori e a specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato, nonché prevedendo termini certi per l’impugnazione del licenziamento. Saranno i decreti delegati a dover recepire questi principi.
continua > QUI <
lunedì 10 novembre 2014
giovedì 30 ottobre 2014
mercoledì 15 ottobre 2014
NO AL JOBS ACT !
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mercoledì 8 ottobre 2014
lunedì 6 ottobre 2014
martedì 17 giugno 2014
martedì 3 giugno 2014
Di nuovo le mani sul TFR ?
Siamo alle solite. Tutti a ragionare su
come usare i soldi dei lavoratori e su come costringerli ad aderire ai
fondi pensione
(...)
dopo il flop della campagna del 2007 e
il progressivo blocco dei versamenti da parte dei lavoratori aderenti.
Il ministro Poletti arriva a sostenere che si possono usare per
licenziare altri lavoratori!!!
Insomma di nuovo le mani sul Tfr dei
lavoratori.
Pubblichiamo un'illuminante articolo tratto dal Corriere della Sera del 29 maggio a firma di Enrico Marro.
*
Ritirata dai fondi pensione, 1,4 milioni in meno
I lavoratori che smettono di versare i contributi per il calo dei redditi
ROMA
— Un milione e 400mila lavoratori ha smesso, a causa della crisi, di
pagare i contributi ai fondi per la pensione integrativa. Lo ha detto
ieri il presidente della Covip,Rino Tarelli, presentando l’annuale
relazione della commissione di vigilanza. Gli iscritti ai fondi pensione
sono arrivati al 31 marzo 2014 a 6,3 milioni, contro i 5,8 milioni del
2012, il 27% degli occupati. Circa due milioni sono gli iscritti ai
fondi negoziali istituiti con accordi tra associazioni imprenditoriali e
sindacali. Il resto si distribuisce tra Pip, piani individuali
pensionistici (2,6 milioni), fondi aperti (984mila), entrambi offerti da
banche e assicurazioni, e fondi preesistenti alla riforma del 1993
(654mila). Circa un milione di coloro che hanno smesso di versare
appartiene ai fondi aperti e ai Pip.Le risorse complessive dei fondi
hanno toccato quota 116,4 miliardi di lire. In buona parte vengono
investiti all’estero. Su 86,8 miliardi in capo ai fondi pensione
(escludendo cioè i Pip), si legge nella relazione, «ad oggi solo 2,1
miliardi di euro del portafoglio sono investiti nelle imprese italiane».
Altri 24 miliardi su titoli di Stato italiani. Il resto, circa 60
miliardi, va fuori dai confini nazionali. Un trend da modificare,
secondo il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: «Attraverso logiche di
garanzia, le risorse potrebbero essere utilizzate anche per lo sviluppo
del Paese e delle infrastrutture».Il rendimento medio conseguito dai
fondi nel 2013 è stato del5,4%, contro l’1,7% del Tfr, gli
accantonamenti per il Trattamento di fine rapporto. Dal 2000 ad oggi, il
rendimento cumulato dei fondi pensione negoziali è stato del 48,7%
rispetto al 46,1% ottenutodal Tfr.Secondo la Covip «esistono ampi
margini di crescita» per i fondi pensione. «Al fine di favorire il
rilancio delle adesioni,potrebbero essere introdotti meccanismi di
adesione generalizzata e confermata, con possibilità di revoca entro un
dato periodo». Inoltre, per il presidente Tarelli, bisogna «ragionare su
un nuovo e più ampio modello di welfare che passa da una visione
unitaria dei temi della previdenza complementare e dell’assistenza
sanitaria integrativa». E così, al governo che progetta di assorbire la
Covip nella Banca d’Italia, Tarelli ha opposto la proposta di una
Supercovip: «Un’unica autorità di vigilanza del settore che favorisca un
welfare integrato».Ma Poletti preferisce invece aprire una prospettiva
di diverso utilizzo dei fondi pensione, per aiutare i lavoratori anziani
espulsi dalle aziende in crisi: «Non vorrei che la previdenza
complementare venga usata come ammortizzatore sociale, ma non è giusto
che ci siano modalità talmente rigide che rendano inutilizzabili risorse
che potrebbero essere utili per i cittadini in tempi diversi». Perché
insomma non consentire di prendere la pensione integrativa un po’
prima,se la persona si trova senza altre possibilità di reddito?
da : Rete28Aprile
lunedì 28 aprile 2014
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lunedì 7 aprile 2014
giovedì 3 aprile 2014
Referendum tra i metalmeccanici sul Testo Unico sulla Rappresentanza.
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venerdì 21 marzo 2014
Scheda sul jobs act
Scheda riassuntiva sul Jobs Act. A cura di Barbara Pettine (...)
Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 12
marzo 2014, su proposta del Presidente Renzi e del Ministro del Lavoro
Poletti, ha approvato un decreto legge contenente disposizioni urgenti
sul contratto a termine e sul contratto di apprendistato,
liberalizzandone ulteriormente l’accesso e rendendone più precarie le
condizioni di lavoro, intervenendo anche a diminuire le retribuzioni
degli apprendisti e le forme di controllo sulla regolarità retributiva
delle imprese (DURC).
-- Il contratto di lavoro a termine
Per
il contratto a termine viene prevista l’elevazione da 12 a 36 mesi
della durata del rapporto di lavoro a tempo determinato per il quale non
è richiesto il requisito della causalità. Viene prevista la possibilità
di prorogare fino ad un massimo di 8 volte il contratto a tempo
determinato entro il limite dei tre anni. Condizione delle proroghe è
che si riferiscano alla stessa attività lavorativa per la quale il
contratto è stato inizialmente stipulato.
Viene,
infine, fissato il limite massimo, per i contratti a tempo determinato,
del 20% dell’organico complessivo del datore di lavoro. Il decreto
lascia comunque alla contrattazione collettiva la possibilità di
ampliare tale limite quantitativo (che quindi può essere più ampio con
modifiche pattuite anche solo a livello aziendale) con particolare
riferimento alle esigenze connesse alle sostituzioni e alla
stagionalità. Infine è previsto che le imprese che occupano fino a 5
dipendenti possono comunque stipulare un contratto a termine.
-- Il contratto di apprendistato
Per
il contratto di apprendistato si prevede il ricorso alla forma scritta
per il solo contratto e patto di prova (e non, come attualmente
previsto, anche per il relativo piano formativo individuale) e
l’eliminazione delle attuali previsioni secondo cui l’assunzione di
nuovi apprendisti è necessariamente condizionata alla conferma in
servizio di precedenti apprendisti al termine del percorso formativo.
È
inoltre previsto che la retribuzione dell’apprendista, per la parte
riferita alle ore di formazione, sia pari al 35% della retribuzione del
livello contrattuale di inquadramento (va ricordato che l’apprendista
può già essere inquadrato fino a due livelli sotto al livello
d’inquadramento previsto per la qualifica per cui è assunto!).
Per
il datore di lavoro viene eliminato l’obbligo di integrare la
formazione di tipo professionalizzante e di mestiere con l’offerta
formativa pubblica, che diventa un elemento discrezionale.
-- Smaterializzazione del DURC
Il
DURC, documento unico di regolarità contributiva, è l’attestazione
dell’assolvimento, da parte dell’impresa, degli obblighi legislativi e
contrattuali nei confronti di INPS, INAIL e Cassa Edile, che il datore
di lavoro deve esibire per qualsiasi richiesta di accesso a
finanziamenti e contributi pubblici, ivi compresi gli ammortizzatori
sociali, nonché in caso di accesso ispettivo da parte degli ispettori
del lavoro e del Ministero della finanza.
Il
Decreto legge prevede ora la smaterializzazione del DURC, superando
l’attuale sistema che impone ripetuti adempimenti alle imprese.
-- Il disegno di legge delega
Inoltre,
è previsto un disegno di legge delega al Governo in materia di riforma
degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle
politiche attive, di semplificazione delle procedure e degli adempimenti
in materia di lavoro, di riordino delle forme contrattuali e di
miglioramento della conciliazione tra tempi di lavoro e tempi di vita.
Queste le caratteristiche:
DELEGA IN MATERIA DI AMMORTIZZATORI SOCIALI
-------------------------------------------------
La
delega ha lo scopo di assicurare un sistema universale per tutti i
lavoratori che preveda, in caso di disoccupazione involontaria, tutele
uniformi e legate alla storia contributiva dei lavoratori, di
razionalizzare la normativa in materia di integrazione salariale. A tal
fine vengono individuati i seguenti principi e criteri direttivi:
rivedere i criteri di concessione ed utilizzo delle integrazioni salariali escludendo i casi di cessazione aziendale;
semplificare
le procedure burocratiche anche con la introduzione di meccanismi
automatici di concessione; (superamento dell’attuale consultazione
sindacale preventiva?);
prevedere che l’accesso alla cassa
integrazione possa avvenire solo a seguito di esaurimento di altre
possibilità di riduzione dell’orario di lavoro;
rivedere i limiti di durata, da legare ai singoli lavoratori;
prevedere una maggiore compartecipazione ai costi da parte delle imprese utilizzatrici;
prevedere
una riduzione degli oneri contributivi ordinari e la loro rimodulazione
tra i diversi settori in funzione dell’effettivo utilizzo;
rimodulare l’ASpI omogeneizzando tra loro la disciplina ordinaria e quella breve;
incrementare la durata massima dell’ASpI per i lavoratori con carriere contributive più significative;
estendere
l’applicazione dell’ASpI ai lavoratori con contratti di co.co.co.,
prevedendo in fase iniziale un periodo biennale di sperimentazione a
risorse definite; (rimangono escluse le partite IVA , le associazioni in
partecipazione e tutte le altre forme di falso lavoro autonomo; nonché
gli studenti, gli stagisti, i dottorandi , i neet e tutti coloro che non
hanno avuto un precedente rapporto di lavoro “in chiaro”?);
introdurre massimali in relazione alla contribuzione figurativa (?!!);
valutare
la possibilità che, dopo l’ASpI, possa essere riconosciuta un’ulteriore
prestazione in favore di soggetti con indicatore ISEE particolarmente
ridotto;
eliminare lo stato di disoccupazione come requisito per l’accesso a prestazioni di carattere assistenziale.
DELEGA IN MATERIA DI SERVIZI PER IL LAVORO E DI POLITICHE ATTIVE
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La
delega è finalizzata a garantire la fruizione dei servizi essenziali in
materia di politica attiva del lavoro su tutto il territorio nazionale,
nonché ad assicurare l’esercizio unitario delle relative funzioni
amministrative.
A tal fine vengono individuati i seguenti principi e criteri direttivi:
razionalizzare
gli incentivi all’assunzione già esistenti, da collegare alle
caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi
una minore probabilità di trovare occupazione;
razionalizzare gli incentivi per l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità;
istituire,
senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, un’Agenzia
nazionale per l’impiego per la gestione integrata delle politiche attive
e passive del lavoro, partecipata da Stato, Regioni e Province autonome
e vigilata dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
All’agenzia sarebbero attribuiti compiti gestionali in materia di
servizi per l’impiego, politiche attive e ASpI e vedrebbe il
coinvolgimento delle parti sociali nella definizione delle linee di
indirizzo generali. Si prevedono meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e
l’Inps, sia a livello centrale che a livello territoriale, così come
meccanismi di raccordo tra l’Agenzia e gli enti che, a livello centrale e
territoriale, esercitano competenze in materia di incentivi
all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità;
razionalizzare
gli enti e le strutture, anche all’interno del Ministero del lavoro e
delle politiche sociali, che operano in materia di ammortizzatori
sociali, politiche attive e servizi per l’impiego allo scopo di evitare
sovrapposizioni e garantire l’invarianza di spesa;
rafforzare e valorizzare l’integrazione pubblico/privato (?!) per migliorare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro;
mantenere
il capo al Ministero del lavoro e delle politiche sociali il ruolo per
la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni che debbono
essere garantite su tutto il territorio nazionale;
mantenere in capo alle Regioni e Province autonome le competenze in materia di programmazione delle politiche attive del lavoro;
favorire il coinvolgimento attivo del soggetto che cerca lavoro;
valorizzare il sistema informativo per la gestione del mercato del lavoro e il monitoraggio delle prestazioni erogate.
DELEGA IN MATERIA DI SEMPLIFICAZIONE DELLE PROCEDURE
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E DEGLI ADEMPIMENTI
----------------------
La
delega punta a conseguire obiettivi di semplificazione e
razionalizzazione delle procedure di costituzione e gestione dei
rapporti di lavoro, al fine di ridurre gli adempimenti a carico di
cittadini e imprese.
A tal fine vengono individuati i seguenti principi e criteri direttivi:
razionalizzare
e semplificare le procedure e gli adempimenti connessi con la
costituzione e la gestione del rapporto di lavoro, con l’obiettivo di
dimezzare il numero di atti di gestione del rapporto di carattere
burocratico ed amministrativo;
eliminare e semplificare, anche
mediante norme di carattere interpretativo, le disposizioni interessate
da rilevanti contrasti interpretativi, giurisprudenziali e
amministrativi;
unificare le comunicazioni alle pubbliche
amministrazioni per i medesimi eventi (es. infortuni sul lavoro) ponendo
a carico delle stesse amministrazioni l’obbligo di trasmetterle alle
altre amministrazioni competenti;
promuovere le comunicazioni in via telematica e l’abolizione della tenuta di documenti cartacei;
rivedere
il regime delle sanzioni, valorizzando gli istituti di tipo premiale,
che tengano conto della natura sostanziale o formale della violazione e
favoriscano l’immediata eliminazione degli effetti della condotta
illecita (a parità di costo);
individuare modalità
organizzative e gestionali che consentano di svolgere, anche in via
telematica, tutti gli adempimenti di carattere burocratico e
amministrativo connesso con la costituzione, la gestione e la cessazione
del rapporto di lavoro;
revisione degli adempimenti in materia di libretto formativo del cittadino.
DELEGA IN MATERIA DI RIORDINO DELLE FORME CONTRATTUALI
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La
delega è finalizzata a riordinare i contratti di lavoro vigenti per
renderli maggiormente coerenti con le attuali esigenze del contesto
produttivo nazionale e internazionale.
A tal fine vengono individuati i seguenti principi e criteri direttivi:
individuare
e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti ai fini di poterne
valutare l’effettiva coerenza con il contesto occupazionale e produttivo
nazionale e internazionale, anche in funzione di eventuali interventi
di riordino delle medesime tipologie contrattuali;
procedere
alla redazione di un testo organico di disciplina delle tipologie
contrattuali dei rapporti di lavoro, riordinate secondo quanto indicato
sopra, che possa anche prevedere l’introduzione, eventualmente in via
sperimentale, di ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a
favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i
lavoratori coinvolti;
introdurre, eventualmente anche in via
sperimentale, il compenso orario minimo, applicabile a tutti i rapporti
di lavoro subordinato, previa consultazione delle parti sociali (anche
qui rimangono fuori tutte le forme di falso lavoro autonomo);
procedere
all’abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole
forme contrattuali, incompatibili con il testo organico di cui al
secondo punto, al fine di assicurare certezza agli operatori, eliminando
duplicazioni normative e difficoltà interpretative ed applicative.
DELEGA IN MATERIA DI CONCILIAZIONE DEI TEMPI DI LAVORO
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CON LE ESIGENZE GENITORIALI
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La delega ha la finalità di contemperare i tempi di vita con i tempi di lavoro dei genitori.
A tal fine vengono individuati i seguenti principi e criteri direttivi:
introdurre
a carattere universale l’indennità di maternità, quindi anche per le
lavoratrici che versano contributi alla gestione separata;
garantire,
alle lavoratrici madri parasubordinate ( partite Iva ? ), il diritto
alla prestazione assistenziale anche in caso di mancato versamento dei
contributi da parte del datore di lavoro;
abolire la
detrazione per il coniuge a carico ed introdurre il tax credit, quale
incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome,
con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia
di reddito familiare;( oggi però la detrazione per coniuge a carico è
indipendente dal fatto di avere o meno figli minori e indipendente dal
reddito familiare)
incentivare accordi collettivi volti a
favorire la flessibilità dell’orario lavorativo( attenzione al part time
non volontario !) e l’impiego di premi di produttività, per favorire la
conciliazione dell’attività lavorativa con l’esercizio delle
responsabilità genitoriali e dell’assistenza alle persone non
autosufficienti;
favorire l’integrazione dell’offerta di
servizi per la prima infanzia forniti dalle aziende nel sistema pubblico
– privato dei servizi alla persona, anche mediante la promozione del
loro utilizzo ottimale da parte dei lavoratori e dei cittadini residenti
nel territorio in cui sono attivi.
Rete28Aprile - 21/03/2014
venerdì 14 marzo 2014
#renzact: lo statuto dei lavoratori abolito per slide
In sintesi pare che noi Italiani ci fidiamo solo di quelli che hanno
scritto in fronte:
ti sto prendendo per il culo.
Renzi ha fatto uno show da venditore di pentole, nel perfetto stile del suo sponsor di Arcore.
Ha promesso 1000 euro all’anno ai più poveri, come quello regalava case ai terremotati, senza mettere troppo l’accento sul fatto che è un provvedimento una tantum.
In cambio di questo regalo i lavoratori rinunciano di colpo a tutti i loro diritti, per loro e per le generazioni future. Se prima infatti il periodo di prova in cui si poteva essere licenziati in qualsiasi momento senza dover dare spiegazioni, era di tre mesi, ora diventa di tre anni. E naturalmente si può essere licenziati dopo due anni e 11 mesi senza nessun obbligo di assunzione. Lo statuto dei lavoratori è abolito senza dover fare non dico una legge, ma nemmeno un decreto.
E’ stato abolito con una conferenza stampa illustrata con delle slide.
Del resto Renzi è diventato presidente del consiglio senza che sia stato sfiduciato il governo precedente e senza essere stato votato se non con le primarie che valgono meno di un sondaggio.
Bonanni e Sacconi festeggiano.
La Camusso per ora tace.
Il ministro Poletti che pochi giorni fa ha dichiarato che le imprese sono criminalizzate e ha proposto che il primo maggio diventi la festa dei lavoratori e delle imprese insieme più o meno con lo stesso ragionamento per cui il 25 aprile dovrebbe essere la festa della liberazione e dei ragazzi di Salò, esulta.
Sui giornali e nei talk si accapigliano quelli che dicono che non ce li ha questi soldi da regalare e quelli che dicono che invece li ha trovati. Per il resto a parte le battute sul web, tutto tace.
Siamo davvero così annichiliti da non reagire?
Manco fossimo stati plagiati da una setta satanica, manco ci avessero tenuti segregati in una stanza al buio insonorizzata e sottoposto all’elettroshok?
Che ci hanno fatto amici e compagni di sventura?
Chiamiamo Amnesty o ci prendiamo ‘sti 1000 euro e ce li giochiamo alle macchinette?
Sabina Guzzanti - 13/3/2014
http://www.sabinaguzzanti.it
ti sto prendendo per il culo.
Renzi ha fatto uno show da venditore di pentole, nel perfetto stile del suo sponsor di Arcore.
Ha promesso 1000 euro all’anno ai più poveri, come quello regalava case ai terremotati, senza mettere troppo l’accento sul fatto che è un provvedimento una tantum.
In cambio di questo regalo i lavoratori rinunciano di colpo a tutti i loro diritti, per loro e per le generazioni future. Se prima infatti il periodo di prova in cui si poteva essere licenziati in qualsiasi momento senza dover dare spiegazioni, era di tre mesi, ora diventa di tre anni. E naturalmente si può essere licenziati dopo due anni e 11 mesi senza nessun obbligo di assunzione. Lo statuto dei lavoratori è abolito senza dover fare non dico una legge, ma nemmeno un decreto.
E’ stato abolito con una conferenza stampa illustrata con delle slide.
Del resto Renzi è diventato presidente del consiglio senza che sia stato sfiduciato il governo precedente e senza essere stato votato se non con le primarie che valgono meno di un sondaggio.
Bonanni e Sacconi festeggiano.
La Camusso per ora tace.
Il ministro Poletti che pochi giorni fa ha dichiarato che le imprese sono criminalizzate e ha proposto che il primo maggio diventi la festa dei lavoratori e delle imprese insieme più o meno con lo stesso ragionamento per cui il 25 aprile dovrebbe essere la festa della liberazione e dei ragazzi di Salò, esulta.
Sui giornali e nei talk si accapigliano quelli che dicono che non ce li ha questi soldi da regalare e quelli che dicono che invece li ha trovati. Per il resto a parte le battute sul web, tutto tace.
Siamo davvero così annichiliti da non reagire?
Manco fossimo stati plagiati da una setta satanica, manco ci avessero tenuti segregati in una stanza al buio insonorizzata e sottoposto all’elettroshok?
Che ci hanno fatto amici e compagni di sventura?
Chiamiamo Amnesty o ci prendiamo ‘sti 1000 euro e ce li giochiamo alle macchinette?
Sabina Guzzanti - 13/3/2014
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mercoledì 12 marzo 2014
L'attacco di Renzi e le risposte sbagliate di Camusso e Landini
Quel
terribile applauso che nella trasmissione di Fazio ha sottolineato un
passaggio particolarmente reazionario di Renzi fa venire i brividi. Il
Presidente del consiglio ha affermato che farà lavorare i disoccupati, e
se i sindacati si opporranno pazienza. Quindi
secondo Renzi e il pubblico di Fazio i sindacati sarebbero contrari a
far lavorare i disoccupati, quindi i disoccupati ci sono anche per
colpa loro. È una vecchia baggianata che periodicamente percorre gli
umori della destra: i sindacati hanno rovinato l'Italia e ora il
presidente nuovo e moderno la fa sua, approfittando della crisi evidente
e della burocratizzazione di CGIL CISL UIL. In questo modo Renzi
strizza un occhio a chi verrebbe sindacati più forti ed efficaci e un
altro a chi non li vorrebbe in nessun modo. È questo il suo modo di non
essere né di destra, né di sinistra, cioè di essere di destra stando
formalmente a sinistra. (...)
Avendo passato un bel pezzo di vita sindacale a
contestare la concertazione, posso ben dire che non sono a lutto per la
sua fine, però non posso non tenere conto del fatto che essa cade dal
lato della finanza, delle banche e delle multinazionali, e non da quello
dei diritti del lavoro. Socialmente cade da destra.
Noi
che la contestavamo da sinistra abbiamo più volte denunciato il fatto
che lo scambio che stava alla base della concertazione, rafforzamento
del ruolo istituzionale di CGIL CISL UIL in cambio della loro
disponibilità ad accettare la regressione del mondo del lavoro, aveva
qualcosa di insano. Questo scambio, il sindacato come istituzione
stava meglio mentre per i lavoratori andava sempre peggio, non poteva
durare all'infinito.
Renzi e il sistema di
potere che lo ha messo lì e che oggi lo sostiene sono ingenerosi. Grazie
alla collaborazione o non opposizione dei grandi sindacati abbiamo
avuto la caduta dei salari, la precarizzazione di massa per legge, il
peggioramento delle condizioni di lavoro, un sistema pensionistico che è
tra i più feroci ed iniqui di Europa. Appena insediato come ministro
dell'economia, Tommaso Padoa Schioppa spiegò che il suo governo, quello
di Prodi, aveva gli stessi obiettivi di quelli della signora Thatcher,
solo li voleva realizzare con la collaborazione e non con lo scontro con
i sindacati.
Fino alla crisi la concertazione
ha funzionato e lor signori dovrebbero essere riconoscenti alla
moderazione sindacale. Ora però non serve più, con le politiche di
austerità e i diktat della Troika, anche la sola immagine di essa non
piace ai signori dello spread, per i quali il sindacato è negativo in
sé. Come diceva il generale Custer degli indiani, per chi guida la
finanza e ci giudica sulla base dei propri interessi, il solo sindacato
buono è quello morto. Già nel libro verde del ministero del lavoro
gestione Sacconi, si chiedeva il passaggio dal regime della
concertazione a quello della complicità con le imprese. E questa è
stata la richiesta dalla lettera BCE del 4 agosto 2011, assunta da
Berlusconi che sperava così di salvarsi, e poi resa operativa da Monti.
Renzi
è un puro continuatore di questa politica, ma è lì perché ha il
compito di costruire attorno ad essa quel consenso che non ha mai avuto.
Per questo dopo aver sostenuto Marchionne contro la FIOM, ora cavalca
lo scontento sacrosanto che c' è verso la passività di CGIL CISL UIL ,
ma per colpire il sindacato non per rafforzarlo. Renzi ha lamentato che
la CGIL si svegli dopo aver dormito venti anni, ciò che vuole è che quel
sonno continui per sempre.
Alla crisi e alla
ritirata dell'azione sindacale Susanna Camusso e Maurizio Landini stanno
reagendo in due modi conflittuali tra loro e comunque sbagliati
La
segretaria generale della CGIL difende la linea ed i comportamenti
della CGIL di oggi, ne nega la burocratizzazione e la passività e
ripropone la concertazione su scala ridotta, come azione comune delle
cosiddette parti sociali, sindacati e Confindustria tutti nella stessa
barca. L'accordo del 10 gennaio é una disperata difesa della casa che
crolla, ma in realtà aggrava la crisi democratica del sindacato
attraverso regole autoritarie e corporative.
La
risposta di Landini parte dalla giusta denuncia di questa crisi
democratica, ma poi finisce per scegliersi con interlocutore proprio
quel Renzi che è avversario politico di un sindacato davvero rinnovato.
Camusso,
per non cambiare, si aggrappa all'intesa con CISL UIL e Confindustria,
così prestando il fianco alla demagogia renziana contro le caste
sindacali.
Landini, che afferma di voler cambiare, si aggrappa a Renzi, così compromettendo tutto il senso della sua battaglia.
Entrambe
queste scelte sono il segno che la CGIL è una organizzazione in piena
crisi, i cui gruppi dirigenti hanno sinora tentato tutte le strade
tranne una. Quella di rompere con i palazzi della politica e del potere
e con ogni collateralismo con il centrosinistra, per ricostruire la
piena autonomia di azione sociale.
Il sindacato
deve cambiare e la sfida di Renzi va raccolta, ma proprio per lottare
meglio contro il suo governo, ultimo esecutore delle politiche di
austerità.
Giorgio Cremaschi
11/3/2014
11/3/2014
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