domenica 31 marzo 2013

Basta giochi!

Che Napolitano facesse i miracoli già lo sapevamo, e questa volta, per restare in contesto pasquale, resuscita i tecnici. Anzi no, ora si chiamano saggi. Saggissimi. Illuminati. Con una sapiente mossa da prestigiatore, l’uomo di fiducia dei mercati, il depositario dei desiderata di Mario Draghi, Giorgio Napolitano, nel pomeriggio del sabato santo, compie “un inedito tipo di esplorazione” e lo fa “in piena autonomia” (dopo la telefonata del presidente della Bce). Dieci “saggi” bipartisan ricopriranno infatti il ruolo di “facilitatori della situazione” lavorando in due commissioni, una economica l’altra istituzionale, incaricate di promuovere il dialogo dei partiti sui temi definiti più urgenti, dalla riforma elettorale al mercato del lavoro.

L’uovo pasquale del Presidente non sorprende più di tanto. Non potendo sciogliere le camere a sei mesi alla scadenza del settennato, l’unico modo per portare il paese alle elezioni sarebbero state le dimissioni anticipate del Presidente. Si sarebbe trattato dell’atto istituzionalmente più corretto e democraticamente logico, in verità. Ma avrebbe potuto Re Giorgio, da sempre garante di quei particolari interessi delle oligarchie europee ma filo atlantiche, andare in pensione lasciando il paese diviso in tre blocchi e senza un governo in grado di assicurare la continuità con le politiche imposte dalla famigerata “Troika”? Ovviamente no. I mercati “non avrebbero capito”.

Quindi, essendo il Governo Monti “dimissionario ma mai sfiduciato”, può tranquillamente continuare ad occuparsi dell’ “ordinaria amministrazione”, mentre gli uomini del Presidente lavoreranno ufficialmente per agevolare la comunicazione tra i principali schieramenti che siedono al parlamento sui temi delle riforme istituzionali e sulle urgenze economiche. Poco importa che l’unico dato chiaro emerso dai risultati delle urne sia il maggioritario rifiuto delle politiche d’austerità attuate dal governo montiano. Ci teniamo comunque Mario Monti

Si prova così a posticipare lo spauracchio delle elezioni in attesa di congiunture politiche più favorevoli alle classi dominanti.
La trovata del Presidente è già stata battezzata “modello olandese” dagli esperti, tra cui Marco Galluzzo sul Corriere della Sera. Allora deve proprio trattarsi di un diversivo da raffinato conoscitore della Scienza Politica, penseranno i lettori più ingenui. Fortuna che Napolitano ci sprovincializza. Suona davvero molto efficiente e nordico questo “modello olandese”.

Teorizzato da Arend Lijphart con il nome di “democrazia consociativa”, in contrapposizione con il modello Westminster, altro non è che una forma di governo dove le élite si accordano per tirare avanti la carretta e spartirsi i privilegi del potere in attesa di tempi migliori in una società altamente frammentata. Così colui che incarna “la sola fonte autorevole di decisioni libere e disinteressate per quanto possano esserlo decisioni umane” (a parere di Ernesto Galli della Loggia), ha dato prova di “fantasia politica” (secondo Stefano Folli) e di coraggio istituzionale. 

Non si tratta né più né meno che dell’ennesimo abuso di potere a cui ci ha abituato il “golpista” del Quirinale, in verità. Unico neo scovato dai media mainstream: tra i nominati, “tecnici”, parlamentari Pd, Pdl e Scelta Civica, oltreché un’immancabile uomo Bankitalia, non figura nessun nome femminile.

Anche Susanna Camusso non ha trovato nulla di più importante da appuntare alla scelta del Presidente che la mancanza di nomi femminili. “Ho pensato: Viva le donne!” è stata la considerazione a caldo del Segretario Cgil sul proseguimento dell’esecutivo tecnico. Che in un’intervista al Sole 24 Ore ha precisato che le priorità su cui attende risposte sono “quelle contenute nel piano lavoro della Cgil, che convergono con quello indicate dal Sole 24 Ore”, quotidiano di Confindustria (giusto per precisare ancora una volta qual è il ruolo del sindacato camussiano).

Il Presidente Napolitano ha quindi provato in extremis a spianare la strada al suo successore nonostante sia stato lasciato solo nel compito di garantire la sottomissione del Paese ai voleri della Troika, come ricordano tutti gli editoriali dei principali quotidiani di oggi, megafoni di una grande borghesia nazionale delusa dall’inadeguatezza dei partiti politici nazionali alle sfide della contemporaneità.

In prima linea si schiera Mario Calabresi in un’editoriale su La Stampa che potrebbe benissimo sembrare il manifesto di un partito rivoluzionario oppure il proclama d’indizione di una crociata. “Capitani coraggiosi cercansi”, perché “l’Italia ha un disperato bisogno di politica, nel senso migliore: capacità di scegliere, di mediare, di risolvere, di rischiare e fare la differenza nella vita delle persone. (...) Chi avrà il coraggio di scartare, di uscire dagli schemi precostituiti e di indicare una strada nuova? (...) Dare un senso alla vita può condurre alla follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio- è una barca che anela al mare eppure lo teme.”

Tanta poesia sta a significare una prosa molto meno romantica: Napolitano ha fatto fino in fondo la sua parte, ora l’attuale classe politica si dia una mossa per servire con più efficienza gli interessi del grande capitale. Perché come ci ricorda Isabella Bufacchi dal Sole 24 Ore, sono finiti i tempi della sopportazione dei mercati e “questa tranquillità, questa tolleranza, quest’indulgenza bonaria con la quale i mercati hanno reagito allo scontro recente senza esclusione di colpi tra Bersani, Berlusconi e Grillo è ora destinato a trasformarsi in un nervosismo ruvido ed intransigente, l’Italia verrà seguita d’ora in avanti senza distrazioni e senza accondiscendenza.”

“Basta Giochi” apriva a caratteri cubitali il Sole 24 Ore di venerdì e negli stessi toni ha proseguito in questi giorni. Insomma ora più che mai ad attaccare i partiti politici e “la casta” inefficiente sono i grandi potentati economici che fanno il verso ai “grillini”. È oltretutto piuttosto preoccupante che, tanto il capogruppo al Senato della principale opposizione emersa in Italia, il Movimento 5 Stelle, Vito Crimi, quanto il filosofo del diritto Paolo Becchi, collaboratore del blog di Beppe Grillo, siano stati più che ambigui sulla scelta di Napolitano.

Attendiamo presto l’arrivo di un vero tzunami che ponga fine per davvero ai giochi, non solo a quelli della casta politica, ma anche a quelli dei banchieri e delle loro politiche di austerità sulla pelle dei popoli, a quelli del padronato italiano e dei giornalisti ad esso asserviti, ai giochi dei sindacalisti complici che si indignano per tutto tranne che per gli attacchi ai lavoratori che dovrebbero difendere.


Anna Lami - 31/03/2013
http://www.megachip.info/

venerdì 29 marzo 2013

USA : finti sindacati, vero sfruttamento

La drastica riduzione del numero degli iscritti ai sindacati negli Stati Uniti è il prodotto di una  prolungata, sistematica persecuzione di coloro che osano organizzarsi per tutelare i propri interessi: persecuzione da parte delle imprese, ma anche di una serie di leggi federali e statali che limitano in vari modi il diritto di coalizione.
Sono pochi i sociologi e gli economisti che non riconoscano che questa guerra contro i sindacati è stata una delle cause fondamentali del peggioramento dei livelli di reddito e delle condizioni di vita e di lavoro delle classi subordinate americane.

In particolare, la perdita dello scudo sindacale ha fatto sì che le imprese abbiano potuto “alleggerirsi” di una cospicua quota di dipendenti assunti a tempo pieno – i soli che possano godere di copertura sanitaria e pensionistica in un Paese tradizionalmente avaro nel concedere diritti sociali – mentre le esigenze di organico venivano sempre più risolte attraverso contratti a tempo determinato, generando un esercito di oltre venti milioni di freelance.
Non stupisce quindi che, come racconta un lungo servizio del “New York Times”, l’unica organizzazione sindacale che possa oggi vantare un rapido aumento degli associati  (200.000, metà dei quali nello Stato di New York) sia la Freelancers Union, la cui fondatrice nonché leader indiscussa si chiama Sara Horowitz.

Come è riuscita questa impavida eroina della riscossa sindacale a fronteggiare l’arroganza padronale, riconquistando il diritto dei lavoratori a contrattare salari e altri diritti? La risposta è che, in realtà, non c’è affatto riuscita, nel senso che come spiega lei stessa rispondendo alle domande dell’autore dell’articolo, la Freelancers Union non è un sindacato nel senso classico del termine, bensì qualcosa di simile alle vecchie gilde professionali, un organismo che non ha – né rivendica – alcun potere di contrattazione con i padroni, ma serve esclusivamente a raccogliere fondi per finanziare l’erogazione di servizi – primo fra tutti l’assistenza sanitaria – che resterebbero altrimenti fuori portata per i lavoratori “autonomi” (le virgolette sono d’obbligo, visto che stiamo parlando di rapporti di lavoro dipendente mascherati: basti ricordare che il 58% degli associati alla Freelancers Union guadagna meno di 50.000 dollari l’anno, mentre il 29% resta sotto i 25.000).

Ovviamente non c’è nulla di male nel richiamare in vita quelle forme di mutuo soccorso che, nella vecchia Europa, furono i primi embrioni di organizzazione della nascente classe operaia. Non ci si può che rallegrare che, in questo modo, sia possibile allentare la morsa della crisi sulle fasce di lavoratori più esposte agli effetti devastanti della “flessibilizzazione” imposta dal capitale.

Rallegra meno il fatto che la Horowitz, assieme all’autore dell’articolo e ad altri commentatori, concepiscano questa impresa non come il primo passo verso una restaurazione del diritto di contrattazione, bensì come un’alternativa esplicitamente “mercatista” all’idea stessa di organizzazione sindacale: la Freelancers Union si concepisce a tutti gli effetti come un’azienda (sia pure non profit, anche se il reddito annuale dichiarato dalla Horowitz è decisamente meno magro di quello dei suoi associati) nata per erogare servizi non ai membri di una classe sociale bensì a soggetti individuali che vengono rappresentati come “imprenditori di sé stessi”.

Finché questo equivoco non verrà spazzato via (non solo in America, ma in tutti i Paesi dove simili pratiche di camuffamento del rapporto sociale di sfruttamento sono in continua espansione) non ci saranno speranze di una vera ripresa del potere dei lavoratori che, per definizione, non può essere che collettivo.


Carlo Formenti - 25/03/2012
fonte  :   Micromega



lunedì 25 marzo 2013

Il cappio di stabilità

Cambia veste di continuo, come una sfacciata nobildonna, ma sotto le trine il corpo è avvizzito, sterile.
Lo chiamano, chissà perché, “patto” di stabilità interno: danziamo con lui dal 1997, anno dell’accordo europeo di Amsterdam, ma ci riesce difficile inquadrarlo bene, perché le regole non si stabilizzano mai, e il loro continuo mutare getta nella costernazione amministrazioni locali di destra, di sinistra e di “sopra” (v. Parma). 
 
Ce l’ha imposto Bruxelles per uno scopo preciso: blindare i famigerati parametri di Maastricht ’92 (deficit annuo e debito pubblico non devono eccedere, rispettivamente, il 3 e il 60% del PIL [1]), autentici pilastri, insieme al totem della concorrenza, della consorteria di lobby che usurpa il nome di Unione Europea. L’Europa, o chi per lei, indica gli obiettivi, i singoli Stati forgiano gli strumenti per raggiungerli – alcuni, una volta per tutte; altri, come l’Italia, provando, sbagliando e riprovando.

L’unica certezza, per quanto riguarda il nostro Paese, è che, man mano che passa il tempo, il patto si incattivisce. L’ultima versione prescrive alle amministrazioni interessate (praticamente la totalità degli enti locali [2]) l’ottenimento di un determinato saldo, da calcolare in termini di competenza mista. Che significa quest’astruseria? Che bisogna effettuare due sottrazioni, l’una di seguito all’altra: prima si fa la differenza tra accertamenti di entrata e impegni [3] – per quanto riguarda le spese correnti/di gestione -, poi, con riferimento agli investimenti, si sottraggono i pagamenti dalle riscossioni. I due risultati parziali diventano gli addendi di una somma, che darà il risparmio annuo di un comune o provincia: quest’ultimo, per essere conforme a legge (di stabilità), dovrà superare di una percentuale prefissata la media dei saldi degli esercizi precedenti.
 
In pratica, gli enti locali sono condannati a spendere sempre meno. Nulla osta, in teoria, ad un limitato aumento degli investimenti, nell’ipotesi in cui si riesca a comprimere efficacemente la spesa corrente. Detta spesa – essendo destinata al personale, alle scuole, allo svolgimento dei compiti fondamentali dell’ente – risulta però estremamente rigida [4]; di conseguenza, lo spazio per nuove acquisizioni si assottiglia, e l’amministrazione, per rispettare il patto, si trova costretta a non pagare i creditori [5]. Il paradosso è evidente: un comune ben amministrato, e con sufficienti soldi in cassa, rischia pesanti sanzioni - in pratica, l’asfissia - se si comporta con la buona fede e la diligenza che il codice civile richiede al debitore… e a spingerlo all’inadempimento è proprio quel soggetto che ha sancito l’obbligo generale di adempiere! Lo Stato, dunque, smentisce clamorosamente se stesso, ma a pagare lo scotto di questa “bizzarria” giuridica sono le imprese, i lavoratori e le comunità.
La situazione è assurda, ma gravissima: il garante degli accordi fra privati non si cura di quelli da lui sottoscritti (non è un unicum: si pensi alla vicenda degli esodati, vittime di un raggiro di stato), obbliga i soggetti suoi sottoposti ad infrangere la legge e, in ultima analisi, causa disoccupazione e fallimenti che sono occasionati non dalla crisi economico-finanziaria, ma da sue scelte discrezionali [6] - il tutto in nome di un “patto” che, non essendo oggetto di una vera contrattazione, è piuttosto un cappio messo al collo dei cittadini.
 
Esistono delle deroghe alla disciplina vigente, che però non sono suscettibili di interpretazione estensivo-analogica; fatto sta che l’Associazione dei comuni italiani (ANCI) si sta organizzando per la resistenza, e minaccia di sforare il patto 2013.
I sindaci che vediamo in televisione sono giustamente affranti, e hanno molte ragioni da far valere; certo, un po’ di timore devono avercelo anche loro. Il problema non è stabilire se le loro rivendicazioni siano giuridicamente ineccepibili (lo sono, e nel prosieguo spiegheremo il perché): si tratta piuttosto di verificare se il potere nazionale e quello europeo saranno disposti a riconoscere la necessità di cambiare rotta sul punto e, in caso negativo, se la magistratura dimostrerà quell’indipendenza che non sempre, in questi anni di crisi, è stato agevole intravvedere [7].
 
Da un punto di vista giuridico, il patto di stabilità (?) interno – almeno com’è concepito – fa acqua da tutte le parti. Se è vero che l’Italia è soggetta alla volontà della UE, altrettanto indiscutibile è l’asserto secondo cui il legislatore nazionale, in sede di recepimento di trattati e direttive, deve tener conto del complesso delle disposizioni vigenti. Ora, la direttiva 2011/7/UE [8], disciplinante tutte le transazioni commerciali, equipara espressamente i ritardi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni a una “violazione contrattuale” (punto 12 delle premesse) e sancisce l’obbligo, per i debitori pubblici e privati, di pagare entro “trenta giornidi calendario dal ricevimento della fattura o di una richiesta equivalente di pagamento (art. 4, co. 3)[9]”. Certo, l’articolo 12 dà facoltà agli Stati membri di escludere i contratti conclusi prima del 16 marzo 2013, ma il principio della tempestività di pagamento era già esplicitato nella precedente direttiva 2000/35/UE, successivamente alla quale sono stati emanati regolamenti CE istitutivi del titolo esecutivo europeo (n. 805/2004) e del procedimento europeo d’ingiunzione (n. 1896/2006). 
Va sottolineato che entrambe le direttive menzionate hanno trovato attuazione con legge dello Stato [10], e che quindi ciascun creditore può liberamente agire in giudizio ed ottenere la condanna dell’amministrazione morosa [11]. Un tanto implica che se l’amministratore versa il dovuto ai fornitori in spregio al patto risponderà del suo operato dinanzi alla Corte dei Conti; in caso contrario, sarà convenuto davanti al giudice civile per il risarcimento e, in aggiunta, dovrà rispondere alla stessa Corte dei Conti del danno erariale per gli interessi di mora… insomma: qualunque cosa faccia, sbaglia, e la colpa è dell’ordinamento!
Siamo dunque in presenza di un’antinomia [12], peraltro non irrisolvibile.
 
Ogni studente di giurisprudenza sa che la legge speciale deroga a quella generale – ma quale delle due norme è speciale rispetto all’altra? Difficile dirlo con certezza. Meno rischioso è sostenere che il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario, demandato agli Stati nazionali, non può pregiudicare diritti sanciti a livello europeo: se il patto interno non li rispetta, va adeguato.
C’è un ulteriore argomento, che reputiamo decisivo. Come ci ricorda l’interprete [13], esiste un “orientamento, prevalente in dottrina e accolto dalla Corte costituzionale, volto ad ammettere la derogabilità da parte delle norme comunitarie delle norme costituzionali che non siano principi fondamentali della Costituzione.” Quali sono i principi fondamentali – e dunque intoccabili - della nostra Carta costituzionale? Sicuramente quelli contenuti negli articoli che vanno dall’uno al tredici [14], ma anche – a parer nostro – quelli che prevedono diritti fondamentali per l’individuo e la collettività (istruzione, sanità, libertà ecc.). Una norma europea che contraddicesse tali enunciati sarebbe irreparabilmente incostituzionale, e come tale andrebbe dichiarata illegittima dalla Consulta [15].
 
Il divieto di pagare i fornitori appare in insanabile contrasto – almeno – con l’articolo 1, che fonda la Repubblica sul lavoro, inteso come attività produttiva, senza distinzioni tra attività subordinata, imprenditoriale e professionale; con l’articolo 4, esplicativo del precedente, che impone allo Stato di promuovere “le condizioni che rendano effettivo questo diritto”; con l’articolo 3, in materia di eguaglianza sostanziale [16]; con l’articolo 5, che “riconosce e promuove le autonomie locali” (le quali vengono poste, dall’attuale patto, nell’assoluta impossibilità di “curare gli interessi e promuovere lo sviluppo della propria comunità [17]”); con l’articolo 41 (libertà di iniziativa privata) e con l’articolo 97, che prevede il “buon andamento dell’amministrazione”.
 
C’è di più: il mancato riferimento, in Costituzione, ad un obbligo dello Stato di comportarsi correttamente deriva dal fatto che la buona fede dell’autorità è condicio sine qua non dell’esistenza stessa di un ordinamento giuridico, oltre che della perdurante validità del patto sociale con cui i cittadini, titolari del potere sovrano, accettano liberamente di sottostare a delle regole in nome dell’interesse collettivo. Uno Stato inadempiente ai propri doveri essenziali perde qualsiasi legittimazione, e il suo potere può essere disconosciuto dai membri della comunità.
Senza arrivare, comunque, all’aperta ribellione, i sindaci potrebbero invocare lo stato di necessità o, meglio ancora, l’adempimento di un preciso dovere (quello di pagare i creditori dell’ente) che - secondo una norma penalistica [18] espressione di una regola generale – esclude l’antigiuridicità e, dunque, la punibilità del comportamento adottato.
 
In verità, in questi ultimi giorni, tanto la Commissione europea (per bocca del berlusconiano Tajani e dell’amerikano Olli Rehn) quanto il Governo in scadenza hanno dimostrato disponibilità a trattare; vedremo se, e in che misura, alle dichiarazioni seguiranno i fatti.
La vibrante protesta dei sindaci italiani e l’assai più clamorosa mobilitazione dei cittadini ciprioti sembrano poter conseguire risultati apprezzabili: non sappiamo come si concluderanno le due vicende, ma di giorno in giorno si rafforza in noi la convinzione che solo una massiccia pressione popolare, ben coordinata a livello sovranazionale, possa rappresentare un effettivo ostacolo per un ramificato sistema di potere che ambisce - scopertamente - a saccheggiare l’Europa.
 
 
Norberto Fragiacomo - 22/03/2013
fonte e riferimenti : qui

venerdì 22 marzo 2013

Lavoro: la punizione di Dio

Oggi, mentre camminavo, ho pensato al mercato. Ma non ai mercati classici, quelli pieni di box, mercanzia di ogni tipo, alimenti, pesci e venditori che urlano, cantano, ammiccano e offrono. No, il mercato mio, quello virtuale, quello che in verità non esiste perché altro non è che un insieme di relazioni tra soggetti: il mercato del lavoro.   

Sarà perché è il mio mestiere, sarà perché al singolare è uno fra i più evocati, camminando mi è venuto in testa. È strano come il mercato del lavoro, contrariamente a quelli declinati al plurale, “i mercati”, non abbia particolari desideri: a oggi non ho sentito mai dire “il mercato del lavoro vuole…” o “il mercato del lavoro ci chiede…
” Lui, che dev’essere il fratello povero o sfortunato della altrimenti opulenta famiglia dei mercati, ha piuttosto “necessità di…”, “ha bisogno di…” Credo sia un po’ legato e imbolsito perché da molti anni la cura è sempre la stessa: stretching e iniezioni per aumentarne la flessibilità.

Io un’idea me la sono fatta, ma ammetto che pur potendomi fregiare del titolo di esperto, sempre meno ne capisco. O forse è la categoria di esperto a essere sopravvalutata oppure sono soltanto io a essere un cazzone.
Intanto, qualche puntino sulle “i” bisognerà pur metterlo: se abbiamo cento asini e ottanta carote sarà molto difficile che ogni asino abbia una carota. Credo che su questo possiamo concordare tutti, belli e brutti, piddini e grillini, maschi e femmine, destra e sinistra.

Quindi su cosa dovremmo concentrarci, sull’alleggerire l’asino per farlo arrivare prima alla carota oppure sull’aumentare le carote?
Perché la scelta non è indifferente. E visto che la strategia prevalente è stata quella di lavorare sull’asino, così che fosse più reattivo, più rapido, più leggero, più capace di affrontare le mutate condizioni, significa che noi viviamo in un sistema costruito per ottanta asini e che venti saranno sempre in esubero: se le carote saranno abbastanza grandi da generare scarti sufficienti bene, ma con carote rachitiche tipiche dei periodi di crisi pietà l’è morta…

C’è anche chi dice che se si vedono asini particolarmente reattivi, rapidi ecc. da fuori, dal resto del mondo inizieranno a tirarci carote oppure le carote cresceranno da sole, spontaneamente, ansiose di offrirsi agli asini. Oppure gli asini dovranno farsi “imprenditori di sé stessi” e inventarsela la carota.
Il mercato del lavoro è difficile da intrappolare in una metafora, asini e carote, i posti al cinema (occupati, non occupati, distrutti creati, comodi e scomodi, con spettatori che entrano e che escono), spiegano – come tutte le metafore in fondo – i meccanismi fino a un certo punto.

Intanto perché “il mercato del lavoro” non esiste, ma è un concetto teorico forse valido per l’analisi generale (l’insieme degli occupati, l’insieme dei disoccupati e via dicendo), per farsi un’idea di massimo, ma quasi inutile dal punto di vista operativo.

Contano “i mercati”: per esempio, se sono un idraulico…lasciamo perdere gli idraulici!
Se sono un insegnante entrerò in uno specifico mercato del lavoro che è quello dell’insegnamento, che ha le sue regole: concorsi, chiamate, domande a istituti pubblici e privati, competenze, acquisizione di competenze. E bisogna conoscerlo per potersi orientare, per avere qualche possibilità. E si sa pure quanti posti potranno essere disponibili, quanti quelli “fissi”, quanti quelli “mobili”.

Questo vale per quasi tutti i mestieri e le professioni, ciascuna ha un suo mercato. E in questo mercato vige un certo evoluzionismo: vince il più “adatto”, dove a volte il più adatto non è il più serio, il più bravo o il più preparato, ma quello con più relazioni, più “accozzato”, “il figlio di…” (non nel senso della professione della mamma, di genitori abbienti e ben introdotti, of course).
Resta la sensazione che in tutto questo ci sia qualcosa di profondamente sbagliato. Mi occupo di mercato del lavoro dai tempi della mia tesi di laurea e la situazione è peggiorata. Questo nonostante leggi, pacchetti di leggi, riforme e controriforme. Ma forse avevano ragione Aris Accornero e Fabrizio Carmignani nel libro che mi convinse a studiare questo argomento e a fare una tesi di laurea sulla disoccupazione: 
è un’attenzione fatta esclusivamente di parole!

Quando iniziai a occuparmi di mercato del lavoro i soggetti più deboli erano le giovani donne del Sud Italia con bassa scolarizzazione e oggi mi sa che è la stessa cosa. La differenza è che ieri la disoccupazione era un passaggio probabile in una traiettoria di vita: finivi le scuole, mettevi in conto – in virtù dell’alta disoccupazione giovanile – un certo periodo, più o meno lungo, alla ricerca di un lavoro, ma entro una certa età eri sicuro di trovarlo. Infatti, superati i 35/40 anni i tassi di disoccupazione, soprattutto quella maschile, erano poco significativi anche da noi.

Oggi non è più così e la disoccupazione, anche quella mascherata (perché siamo pieni di cassaintegrati che non rientreranno mai al lavoro precedente), è un evento che può capitare a tutte le età.
Da qui la grande truffa nel dividere “insider” da “outsider”, padri da figli, come ha fatto questa destra maledetta – che il diavolo se la pigli – nella repubblica delle banane in cui viviamo (con simpatie anche dalla parte avversa, che di polli che si credono aquile grazie a dio ne abbiamo anche noi!).

Ad un certo punto sembrava che le tutele dei lavoratori delle grandi imprese fossero un ostacolo all’assunzione dei figli i quei lavoratori e che il problema fosse tutto lì! Non che mancasse una politica industriale, uno straccio di idea di futuro, un minimo di governo dell’economia, una visione laica delle dinamiche produttive e non dogmatica da taliban del mercato “che fa bene tutto, basta lasciarlo stare…”

Occultando il fatto però che padri e figli sono legati e che i figli in genere sono mantenuti dai padri e che se tu non tuteli il padre, ma lo sostituisci col figlio, senza prevedere una stato sociale capace di far fronte a un mutato equilibrio sociale, fai esplodere il sistema.
Perché sostituisci chi è tutelato con chi è indifeso, chi può mantenere anche altri con chi a malapena riesce a mantenere sé stesso. 
Quindi, l’obiettivo vero qual è?
Aiutare i giovani a entrare nel mercato del lavoro o disarmare i padri, indebolendo la classe lavoratrice, giovani compresi?
Non vi pare che i diversi strumenti messi in campo, le diverse varianti di stage e tirocini, non servano per selezionare e modellare lavoratori che abbiano quale caratteristica principale la docilità?
Perché sembra che l’inadeguatezza sia tutta dal lato dell’offerta del lavoro e mai da quella della domanda, anche quando l’insufficienza della nostra classe imprenditoriale è palese e dimostrabile dalla scelta costante della via più facile?

Come se non fosse chiaro che chi sul mercato resta, in fin dei conti, è chi lavora sulle innovazioni di prodotto e non chi scarica sulla forza lavoro ogni problema e tira a scardinare le organizzazioni sindacali, cercando di trasformarle (senza grandissima e diffusa opposizione a dire il vero, che teniamo famiglia tutti…) in complici, da antagoniste quali dovrebbero essere, almeno in una sana democratica dialettica fra interessi contrapposti…
Perché la cosiddetta “concertazione” avrà pure portato un pochino di pace sociale, ma ha anche drenato immense risorse dalla tasche di chi lavora a quelle di redditieri vari.

Nel linguaggio comune poi si fa pure confusione fra le parti in gioco, perché “offerta di lavoro” sembra essere chi offre posti di lavoro, cioè imprese, pubblica amministrazione e famiglie; mentre “domanda di lavoro” invece sembra essere chi il lavoro lo chiede, cioè i lavoratori disoccupati. Invece è esattamente il contrario.

Agire sul lato dell’offerta (i “quattro pilastri” UE del Trattato di Lisbona questo esplicitamente promuovono, con l’accento posto su “occupabilità”, “adattabilità”, “imprenditorialità” e “pari opportunità”) significa in qualche modo scaricare la responsabilità dello Stato, che si ritira dall’economia e dal suo governo (in ottemperanza al dogma), sui lavoratori, che si devono industriare per essere più appetibili e la funzione dello Stato che non è quella di promuovere l’economia attraverso la creazione di lavoro (più carote), ma coi servizi ai lavoratori (cioè allenando gli asini alla corsa…).

È chiaro che la partita è tutta politica e poco tecnica: gli strumenti dell’economia sono per l’appunto “attrezzi” ed è inutile attribuire loro caratteristiche che non hanno. A ben vedere, tutta questa enfasi sui mercati, con l’attribuzione di caratteri antropomorfici 
(i mercati “chiedono” e reagiscono come fossero esseri animati e dotati di senso) rientrano in quei meccanismi detti “euristiche di cui scrivevo ieri.

È necessario quindi ragionare attorno al concetto di “job guarantee“, ovvero di garanzia del lavoro e impegnare le istituzioni, dalle comunità locali fino all’UE passando per lo Stato, nella promozione del lavoro.
Il fatto che fino a oggi non ci siano stati risultati significativi può voler significare che le soluzioni adottate sono semplicemente inutili, se non dannose. Esiste la necessità di implementare e manutenere le competenze, oggi a rischio di obsolescenza, ci sono settori dove si può produrre ad alto valore aggiunto con rispetto dei diritti e dell’ambiente (due dei tre lati del triangolo della sostenibilità).

Anche se nel mio cuore io continuo a inseguire il sogno di Karl Marx per il quale bisognava abolire la condizione di lavoratore, non estenderla a tutti gli uomini!
Perché, non dimentichiamolo, il lavoro è una punizione divina, non un dono.


Marcello Cadeddu - 20/03/2013


fonte : http://www.megachip.info/tematiche/fondata-sul-lavoro/9998-lavoro-la-punizione-di-dio.html
originale : http://marcellosovjetcadeddu.wordpress.com/2013/03/20/la-punizione-di-dio/


lunedì 18 marzo 2013

Riforma Fornero: dopo nove mesi più licenziati e più precari

Dice la riforma Fornero che lo scopo è “l’instaurazione di rapporti  di lavoro più stabili” e quello di ribadire “il rilievo prioritario del contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato (…) quale forma comune di rapporto di lavoro”. Adesso che sono passati quasi nove mesi dalla sua entrata in vigore si può dire che quell’auspicio è purtroppo destinato a rimanere tale

In realtà le due grandi direttrici di riforma – in attesa dei nuovi ammortizzatori sociali, che dovrebbero entrare a regime nel 2017, se mai lo faranno – hanno già largamente fallito: da un lato infatti la riduzione delle tutele dell’articolo 18 ha dato il via ad una serie di licenziamenti individuali prima impossibili (riuscendo per di più a peggiorare la situazione del contenzioso in tribunale), dall’altro gli irrigidimenti sul’uso dei contratti flessibili ha portato alla perdita di posti di lavoro o a un peggioramento delle condizioni di quelli già esistenti (leggi la scheda: che cosa prevede la riforma Fornero).

D’altronde, come ha detto lo stesso ministro, questa non è una riforma fatta per uscire dalla recessione, per quello “servivano i soldi”, mentre le nuove norme andranno verificate in condizioni normali: rimane però da chiedersi perché introdurre norme che rendono più facili i licenziamenti e più rigide le assunzioni in un momento in cui la priorità dovrebbe essere assicurare un posto a più gente possibile. Ecco, dunque, per capire di che si parla, un riassunto per punti della riforma e dei suoi risultati in questi mesi.


articolo completo qui

mercoledì 13 marzo 2013

Lo tsunami sindacale

Bisognerebbe forse rivolgersi a "Chi l'ha visto?" per avere notizie dei gruppi dirigenti di CGIL CISL  UIL. Sono scomparsi anche dallo spettacolo mediatico e se qualche presenza c'è  stata, non se ne è accorto nessuno. Qualcuno potrebbe obiettare che questo avviene perché le grandi confederazioni sono estranee all'avvitarsi su se stessa della crisi politica, fanno un altro mestiere. Ma è difficile dimenticare il loro impegno pre elettorale. La CISL è stata promotrice della lista Monti, mentre la CGIL ha investito tutto sulla vittoria di Bersani. Entrambi i gruppi dirigenti di queste confederazioni sono dunque usciti sonoramente sconfitti dal voto, a maggior ragione perché un gran numero degli iscritti alle loro organizzazioni non li ha seguiti e ha votato 5 stelle.(...)

Ma la scelta di collateralismo elettorale non è la causa,  ma solo un disperato, fallito,  tentativo di affrontare così una  crisi del sindacalismo confederale che  ora sta precipitando dopo anni e anni di scivolamento verso il basso.

Oggi milioni di lavoratori si chiedono a che serva il sindacato. E non perché abbiano sposato le teorie neoliberiste secondo le quali la contrattazione sindacale sarebbe un freno allo sviluppo. Ma al contrario perché sentono il sindacato assente o lontano dal disastro della loro condizione sociale.

I precari e i disoccupati sono fuori dal mondo sindacale organizzato, ma anche quest'ultimo è sempre meno tutelato dalla contrattazione. Gli accordi che si firmano sono solo peggiorativi, sia quelli separati come  l'ennesimo in Fiat, sia quelli unitari come alle Trenord. Ovunque i lavoratori sindacalizzati ricevono piu danni che benefici dagli accordi sindacali. 

Si può obiettare a questo brutale giudizio che sempre nei momenti di crisi e disoccupazione i sindacati hanno fatto fatica a reggere. Però bisogna anche provarci a resistere. 

Il governo Monti ha realizzato le sue peggiori controriforme, dalle pensioni all'articolo 18, e la sua disastrosa politica di austerità con il consenso della Cisl e con le brontolate senza mobilitazione della CGIL. La UIL non è pervenuta.

Questo ultimo anno catastrofico per le condizioni complessive del mondo del lavoro ha visto una complicità e una passività sindacale  uniche in Europa, o in ogni caso in contrasto clamoroso con quello che era considerato uno dei movimenti più forti del continente. Le resistenze della FIOM e dei sindacati di base, le singole lotte aziendali, non sono riuscite a fermare questa ritirata generale.

Si capisce allora meglio  perché i gruppi dirigenti di CGIL e CISL  si sono così platealmente spesi nella campagna elettorale. Dalla vittoria dello schieramento amico speravano di riottenere quel ruolo istituzionale che avevano perso senza lottare.

Non è andata così ed ora i gruppi dirigenti delle grandi confederazioni brancolano nel buio, sperando in chissà quale miracolo che permetta loro di continuare così senza cambiare nulla.

La burocrazia sindacale sente arrivare la crisi, ma spesso reagisce ad essa con  la chiusura al dissenso e l'obbligo alla fedeltà. Due operai, militanti sindacali esemplari generosi e onesti, sono stati espulsi dalla CGIL a Padova perché su internet contestavano i dirigenti. E non è certo il solo caso di autoritarismo nella vita interna.

Questo sindacato che oggi pare scomparso non produce  autocritiche, non ricerca vie nuove, non si rinnova né tantomeno si sburocratizza, ma pretende  solo l'arroccamento dell'organizzazione attorno ai gruppi dirigenti. 

Eppure oggi come non mai le lavoratrici ed i lavoratori, i precari e i disoccupati, quel 65 % della popolazione il cui reddito non basta più per vivere, avrebbero bisogno di un sindacato che lotti e soffra assieme a loro.

Serve oggi un sindacato di lotta e cambiamento sociale profondamente democratico e totalmente indipendente dagli schieramenti politici. E se per ottenerlo occorre che anche le grandi confederazioni siano colpite dallo tsunami che ha sconvolto il quadro politico, bene che accada.

Il prezzo che il mondo del lavoro paga oggi  anche per la passività sindacale, è  troppo pesante  e ingiusto per continuare così.
 
 
G. Cremaschi - 08/03/2013
Rete28Aprile