giovedì 7 giugno 2012

Giorgio Cremaschi - Controriforma del lavoro. In piazza dall'8 giugno

Ma come è giusta la ministra Fornero! E' innamorata dell'eguaglianza e rivendica fieramente  per  i dipendenti pubblici la stessa libertà di licenziamento dei privati.  Il quotidiano La repubblica, organo ufficiale del governo monti, ne esalta la battaglia persino con un sondaggio..volete forse conservare ai pubblici qualche indegno privilegio? Eppure anche questa penosa sceneggiata mediatica è istruttiva. Innanzitutto perche chiarisce ancora una volta la sostanza della controriforma del lavoro:la libertà di licenziamento per l'appunto. Oramai è rimasta solo la segreteria della cgil in italia a  credere che l articolo 18 ci sia ancora. mentre è istruttiva proprio l'obiezione del ministro Patroni Griffi. 
Infatti per il ministro non è semplice estendere ai pubblici la nuova normativa, perchè non è chiaro chi dovrebbe pagare l'indennità di licenziamento per chi viene cacciato. Il dirigente di tasca sua o l'amministrazione? Quale nobile contesa..
Cosi dopo la controriforma delle pensioni più feroce d' europa, anche quella del lavoro, che potrebbe essere sintetizzata in: tutti precari per sempre, si appresta ad essere approvata con lo stesso consenso bipartizan. Intanto i sindacati confederali continuano a manifestare il rifiuto rigoroso di essere utili ed i partiti di centrosinistra discutono se è meglio il centrosinistra classico, allargato, o con liste civiche. Sembra la pubblicità dell'acqua minerale.
Di fronte a questo disastro democratico che mescola continuamente  tragedia e farsa, è chiaro che non e' semplice reagire. Ogni scelta di mobilitazione e lotta deve prima di tutto scontare la sua inadeguatezza. Ma se chi ha più forza sta a casa o è complice dobbiamo per questo arrenderci tutti? Io penso proprio di no.Dunque proviamoci, lottare serve sempre.
Si parte l'8 giugno davanti alla camera con l'appuntamento lanciato dalla assemblea dei delegati di pochi giorni fa.  Ci saranno poi due giornate di mobilitazione la prossima settiimana, decise assieme dai movimenti sociali. E poi lo sciopero appena annunciato dal sindacalismo di base per il 22.
Certo le forze che lottano sono ancora poche e  frastagliate, mentre il sostegno istituzionale al governo monti è ancora un blocco solido. Però il consenso popolare al governo delle banche  e a chi lo appoggia cala ogni giorno che passa. Partiano allora dal  no indignato alla libertà di licenziamento e poi andiamo avanti. Senza nasconderci fatica, contraddizioni, difficoltà,  proviamoci. 

G.Cremaschi - 04/06/2012

venerdì 1 giugno 2012

Alcune chicche sulla riforma del lavoro approvata al Senato

52 pagine, vari emendamenti del governo come approvati il 31 maggio 2012 al Senato della Repubblica impopolare italiana.
52 pagine nel complesso difficili da leggere e comprendere da persone non addette ai lavori, ed infatti i primi commenti che ho intravisto sulla stampa classica, riportano errori grossolani e non hanno ben compreso il vero spirito di questa riforma.
Una riforma che è sostenuta dalla politica istituzionale, destra e sinistra non sfiduciando il governo, hanno voluto questa riforma.
Ogni critica successiva sarà solo sterile retorica, ipocrita demagogia.
Evidenzierò contrariamente dagli altri solo alcuni aspetti particolari di questa riforma, diciamo delle chicche che devono essere lette e colte con attenzione.
Già il titolo del primo emendamento lascia trapelare in cosa consisterà questa riforma, poiché si sottolinea il termine flessibilità in uscita, anche se nel contenuto del testo si parlerà pure di flessibilità in entrata.
Ma il titolo rappresenta bene l'essenza di queste 52 pagine che riscrivono anni di diritto del lavoro e gettano letteralmente nel cesso,fatemi passare questo termine, battaglie sindacali, operaie, che hanno sempre creato malore e dispiacere a chi ora si vendica.
Perché questa è una vendetta del sistema.
Una vendetta bestiale.
Nella premessa si legge che le disposizioni della presente legge costituiscono principi e criteri per la regolazione dei rapporti di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, quindi i dipendenti pubblici sono avvisati. A breve si perfezionerà la totale privatizzazione del pubblico impiego, con la realizzazione di quei licenziamenti che vengono da settimane invocati e che solo gli illusi ancora non vedono e non vogliono vedere.
Essere consapevoli è necessario per resistere, per difendersi.
Negare l'esistenza altro non farà che rafforzare proprio chi ti vuole licenziare.

Già nel mio precedente scritto, Appunti sulla nuova riforma del Lavoro, evidenziavo alcune criticità della sempre più vicina riforma del non diritto del lavoro.
Ora hanno modificato, con il passaggio al Senato, in peggio, alcuni aspetti del testo originario.
Per esempio in tema di contratto a tempo determinato, l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato potrà fare a meno delle motivazioni volte a giustificare le ragioni di di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro per il primo contratto non superiore ai 12 mesi. Nel testo originario i mesi erano 6.
Gran passo, complimenti.
Si specifica però che questo contratto, quello senza causale, non potrà essere soggetto a proroga e che dovrà essere computato nel canonico 36 mesi oltre il quale l'apposizione del termine non sarebbe possibile.
Dico sarebbe perché in Italia anche se non si può in realtà si può.
Dunque 12 mesi di contratto franco.
Sorvolo tutte le questioni che riguardano gli altri contratti atipici ma in realtà tipici, rilevando solo che molto si punta sull'apprendistato ed in particolar modo tale forma contrattuale di sfruttamento per i lavoratori è incentivata nelle imprese sotto i 10 dipendenti.
Veniamo alla materia che se da un lato ha avuto effetto distrazione, perché si è parlato solo di questo e non del corpus integrale della riforma del lavoro, dall'altro in queste 52 pagine si pone fine al principio che ha salvaguardato lo Statuto dei Lavoratori, si attacca e si colpisce con efficacia il simbolo della lotta operaia, l'articolo 18.

In caso di licenziamento cosa accade?
Allora il padrone, anzi il datore di lavoro, anzi l'imprenditore, come oggi deve essere chiamato, se decide di licenziarti, deve inviare una comunicazione alla Direzione Territoriale del luogo e solo per conoscenza al lavoratore.
Così è scritto nella riforma.
La Direzione Territoriale entro 7 giorni trasmette la convocazione alle parti, si avvia il tentativo di conciliazione che si conclude entro 20 giorni dalla convocazione fatta salva l'ipotesi di richiesta congiunta di rinvio per trattative.
Il Giudice, qualora non si raggiunga l'accordo, dovrà valutare, quasi come una minaccia, il comportamento delle parti in sede di conciliazione sia per risarcimento danno che per l'adozione delle spese processuali.
In sede di conciliazione, si specifica sempre nel testo della riforma, è possibile un solo impedimento giustificato del lavoratore che può determinare la sospensione della procedura non oltre i 15 giorni dalla comunicazione dell'evento.

Nel caso di licenziamento disciplinare, leggete con attenzione, emerge che questo produce effetto dal giorno in cui ha avuto luogo l'inizio del procedimento disciplinare e non più dalla data della ricezione del licenziamento.

Altra chicca in negativo ovviamente è che si specifica la nullità del licenziamento intimato in caso di matrimonio tra uomo e donna, e si specifica tra uomo e donna, giusto per non lasciare trapelare dubbi, le coppie di fatto o quelle omosessuali in Italia non devono avere diritti.
Dunque tale licenziamento sarebbe nullo per tutte le aziende a prescindere dal criterio dimensionale e produrrebbe gli stesse effetti del licenziamento inefficace perché intimato in forma orale ovvero la reintegra che non dovrà essere inferiore alle 5 mensilità della retribuzione globale di fatto ivi incluse ovviamente pagamenti previdenziali dedotto il percepito in itinere.
Però il lavoratore entro 30 giorni dal deposito della Sentenza o invito del datore a rientrare al lavoro, potrà optare per una indennità pari a 15 mensilità ma che non sarà soggetta a contribuzione previdenziale.
Altro elemento dunque peggiorativo rispetto al passato.
 


Nel caso invece di di annullabilità del licenziamento, quando non sussistono le ragioni,quando si può adottare una sanzione conservativa del posto di lavoro anziché l'espulsione dal lavoro, si applica la reintegra con risarcimento che prevede una retribuzione globale di fatto dalla data del licenziamento al momento della reintegra dedotto ovviamente il reddito percepito in itinere con altra attività, ma follia normativa vuole che dovrà essere dedotto anche quanto il lavoratore avrebbe percepito se avesse cercato con diligenza altro lavoro.
Ma con quale criterio un Giudice potrà mai definire questo ultime parametro?
Follia pura, eppure è stata normata.

E' interessante leggere anche, sempre in tema di licenziamento, che se il datore di lavoro lo revoca entro 15 giorni , il lavoratore avrà diritto solo alla retribuzione e nessuna sanzione verrà comminata al datore.
E certo, prima ti licenzio, ti cagiono stress e preoccupazioni senza inizio e senza fine, e poi per convenienza pura decido di revocare il licenziamento e per questo vile atto di natura intimidatoria non pagherò nulla? In base alla riforma, no!

Si deve ricordare che si introdurranno dei riti speciali per i casi di licenziamento ma anche per la qualificazione del rapporto di lavoro e si specifica che le parti devono produrre una duplice copia dei documenti.
Di norma in Tribunale si produce solo una copia, il fatto di produrne due è per risparmiare i costi al Ministero, ma ovviamente questi costi si rifletteranno sul lavoratore che dovrà ovviamente pagare la duplice copia documentale, e poi un semplice interrogativo, visto che anche i procedimenti di qualificazione del rapporto di lavoro saranno soggetti al procedimento speciale, visto che gli organici dei Giudici sono carenti, quanto dureranno gli altri processi?

Veniamo brevemente all'ASPI che dovrebbe sostituire il sistema degli ammortizzatori sociali come oggi esistente.
Si specifica che i dipendenti pubblici che perderanno il lavoro non avranno alcun ASPI, così come non lo avranno i lavoratori che producono le dimissioni.
Oggi giorno chi si dimette per giusta causa, mobbing, perché non percepisce lo stipendio da tre mesi, ha diritto alla disoccupazione, all'ASPI però no.

Infine si evidenzia, quella che è stata lanciata come una grande conquista, l'obbligo di astenersi dal lavoro per un giorno nei primi cinque mesi del proprio figlio per il padre il quale può per due giorni sempre nell'arco dei cinque mesi assentarsi però ad una sola condizione, ovvero essere in sostituzione della madre...
Ogni commento è superfluo.

In tema di mobilità voglio sottolineare che perde la detta indennità il lavoratore che rifiuta lavoro con retribuzione non inferiore del 20% rispetto all'importo lordo dell'indennità di cui ha diritto,ed infine che entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge si devono riformare gli enti, le realtà che possono offrire formazione formale ed informale, la certificazione delle competenze e le modalità di rilascio dei crediti formativi; quali saranno gli enti che potranno organizzare corsi di formazione per il personale dipendente? Quali saranno i criteri? Lo decideranno i Ministeri tutti interessati sentite le solite parti sociali, probabilmente da un lato incrementeranno il business delle certificazioni delle competenze e dall'altro colpiranno chi forma i lavoratori in modo libero ed anti-sistemico, chi forma i lavoratori solo con l'unico scopo di tutelare, oltre ogni logica corporativa, i diritti dei lavoratori.

E la chicca delle chicche è che l' Inps e l' Inail sono chiamate ad effettuare misure di razionalizzazione organizzativa pari ad una spesa di 18 milioni annui per Inail e 72 milioni per Inps.
Altri licenziamenti?

Ecco perché questa riforma si apriva con un titolo chiaro, ove si evidenziava,appunto, la flessibilità in uscita.

Avv. Marco Barone
http://baronemarco.blogspot.it


mercoledì 30 maggio 2012

A lezione di politica dalla Fiom


Viviamo in un paese in cui il capo del governo viene scelto dalla troika europea, incoronato dal presidente della repubblica e sostenuto da un arco di forze che occupano l'85% del parlamento. Alla prima verifica popolare, le elezioni in molte città italiane, i partiti governativi prendono una sberla senza precedenti e persino chi «vince» perde voti. Soprattutto, va a votare soltanto la metà dell'elettorato, addirittura il 39% a Genova, mentre Grillo sbanca a Parma e conquista più sindaci della Lega.
Non si vede nel paese un'alternativa credibile allo stato di cose esistente e dunque la si cerca altrove dai luoghi e dai soggetti canonici, o si smette di cercarla. Contemporaneamente, il consenso di Monti accolto solo pochi mesi fa come il salvatore della patria si è dimezzato.

C'entreranno qualcosa le sue politiche liberiste, la ghigliottina sulle pensioni, l'abbandono a se stessi dei giovani senza futuro, l'assalto ai diritti dei lavoratori dipendenti pubblici e privati? E avrà qualcosa a che fare l'abbandono delle urne con la debacle di una politica sempre più distante dai ceti sociali che finge di rappresentare?
In molti dovrebbero porsi queste domande, ma è sicuro che c'è almeno un luogo in cui esse sono al centro della riflessione collettiva: questo luogo è la Fiom, impegnata nella difesa della rappresentanza sociale minata da accordi separati e modifiche legislative che stanno riportando i rapporti tra capitale e lavoro agli anni Cinquanta.
È ovvio che la Fiom si interroghi anche e di conseguenza sulla crisi della rappresentanza politica che ha espulso il lavoro dalla sua agenda, contribuendo ad approfondire il fossato che la separa dai ceti sociali devastati dalla crisi e dalle risposte classiste del governo, sostenute da Pdl, Udc e Pd e non osteggiate con la necessaria forza dai sindacati confederali.

La mancata inversione di tendenza sulla precarizzazione del lavoro, l'attacco all'articolo 18, allo Statuto dei lavoratori e all'intero impianto delle relazioni sociali costruite in decenni di lotte operaie e sindacali, la svalorizzazione dei salari e delle pensioni, i tagli al welfare e quelli minacciati agli ammortizzatori sociali, fanno da pendant a una politica basata sui tagli e sull'ideologia del pareggio di bilancio. Nessun intervento serio di politica economica, nessuna scelta anticrisi, nessun invesimento per rilanciare uno sviluppo e un lavoro socialmente e ambientalmente compatibili.
Di questo si parla in Fiom, nei gruppi dirigenti come tra i delegati e gli iscritti dove cresce l'idea che questo modello di sviluppo e le ricette liberiste siano incompatibili con la stessa democrazia. Ma siccome i metalmeccanici della Cgil non sono abituarsi alle lamentele sterili, non si limitano a interrogarsi e condannare, al contrario mettono in campo tutta la loro forza e si aprono ai soggetti più deboli della società italiana, giovani, precari, disoccupati, movimenti sociali e territoriali con cui stanno intessendo rapporti positivi per rimandare al mittente il tentativo di dividere per colpire meglio, una alla volta, le vittime designate di una politica nemica.
Resta però il nodo della politica. Quando si parla di politica e di partiti, in casa Fiom si pensa innanzitutto alle sinistre. Non esistono, e da tempo immemorabile, partiti di riferimento e tanto meno governi amici per i metalmeccanici «rossi», che però rossi (e anche esperti) sono e restano. E si chiedono come dei partiti che traggono la loro sia pur lontana origine dalla storia del movimento operaio non ritengano giunto il tempo di fermarsi e guardare al presente, con un occhio al passato e l'altro a un futuro oggi coperto da nuvoloni neri. O c'è ancora chi pensa, nonostante l'evidenza, che il voto dei lavoratori dipendenti, dei giovani, dei pensionati sia conservato in un silos immarcescibile, perché tanto alla fine la truppa segue? Che ruolo hanno il lavoro e i diritti di chi lavora nella formazione della volontà politica di chi dice di proporsi come alternativa alle destre e alla disaffezione?
Oggi, a un anno dalle elezioni politiche, al centro del dibattito parlamentare c'è la riforma del marcato del lavoro, per la Fiom una controriforma. Per questo, per evitare nuove mattanze e nuove disaffezioni, il sindacato guidato da Maurizio Landini ha invitato Bersani, Di Pietro, Vendola e Ferrero a un confronto pubblico con il gruppo dirigente della Fiom e una platea di delegati metalmeccanici. Tutti hanno risposto positivamente ed è probabile che altre figure importanti della società italiana partecipino portando il punto di vista di studenti, precari, associazioni come il gruppo Abele, lo stesso Grillo se vorrà, la neonata Alba attraverso qualche suo promotore. A tutti gli ospiti saranno poste domande impegnative: sul lavoro, sulla rappresentanza (a proposito, quanti sono gli operai in parlamento?), sulla democrazia, sul modello sociale, economico e politico che si vuole costruire.
La domanda è scontata: la Fiom si mette a fare politica? La Fiom non cerca posti in parlamento e vuole continuare a fare quello che ha sempre fatto: il sindacato. Sarebbe straordinario se la sinistra facesse politica, e dicesse chiaramente con quali programmi, quali alleanze sociali prima ancora che politiche, vuol farla. L'appuntamento promosso dalla Fiom, e deciso all'assemblea nazionale dei delegati che si è tenuta questo mese a Montesilvano, è per sabato 9 giugno a Roma. In tempo per lanciare qualche segnale e fare delle scelte prima che sia troppo tardi.

L.Campetti - 29/05/2012
il Manifesto

lunedì 28 maggio 2012

Senza che si senta un belato

L’assemblea nazionale autoconvocata da delegati Rsu, attivisti sindacali e semplici lavoratori svoltasi al teatro Ambra Jovinelli per tentare di mettere in campo mobilitazione adeguate a contrastare l’attacco gravissimo all’art.18 e, più in generale, a tutte le politiche antisociali del governo Monti-Napolitano, è stata un buon inizio.
Tanti lavoratori appartenenti alla Fiom, alla Cgil e ai sindacati di base, Usb in primis, superando le rispettive sigle sindacali si sono confrontati e hanno discusso di come sia possibile rilanciare, insieme, il conflitto sociale: tutti gli interventi che si sono susseguiti miravano a capire come costruire iniziative realmente includenti e fornire una risposta “complessiva e duratura”, alle “cure anti-crisi” imposte dalla Bce e attuate dal governo “tecnico”. Significativamente la platea era sovrastata da un grande striscione: “via il governo Monti!”.
Tanta la rabbia tra i lavoratori presenti, ma anche la convinzione che se si torna a lottare con determinazione tutti insieme si può aprire uno spiraglio di speranza. Unanime il desiderio di superare sia la subalternità dell’attuale segreteria Cgil al PD e alle pratiche sindacali “complici” di Cisl, Uil e Ugl, sia la debolezza e la frammentazione del sindacalismo di base
Tra i primi a prendere la parola Dante De Angelis, rappresentante dei ferrovieri per la sicurezza, reintegrato per ben due volte sul posto di lavoro proprio grazie all’articolo 18. La sua storia testimonia in modo inequivocabile l’importanza delle tutele contro i licenziamenti discriminatori. Tutele conquistate dopo anni di lotte culminate nell’autunno caldo del 1969 e sancite dallo statuto dei lavoratori del 1970 e che sono messe pesantemente in discussione dalla controriforma del ministro Fornero.
Francesco Staccioli, cassintegrato e responsabile assistenti di volo Usb, porta l’esempio della sua esperienza in Alitalia, azienda paradigmatica di quanti non hanno potuto usufruire delle tutele previste dall’art. 18: in cinquemila hanno subito un’ingiustizia che ha fatto da apripista alla libertà totale delle aziende di prendersi tutto “senza che si senta un belato”.
Pierpaolo Pollini, Rsu-Fiom Cgil della Fincantieri di Ancona, prima di intervenire è già sul palco ed è arrabbiato. Manifesta assoluta distanza dal moderatismo del linguaggio sindacale comune, delle cose dette e non dette. A suo avviso, buona parte delle colpe della fine di ogni tutela e diritto risiede anche tra quelle burocrazie sindacali che sostengono che gli scioperi generali non servano a nulla: la Grecia invece sta lì a dimostrare che se fatti con la dovuta convinzione e radicalità gli scioperi generali servono, “là ne hanno fatti tanti ed a qualcosa hanno portato: abbiamo visto i risultati delle recenti elezioni”.
Poi senza mezzi termini accusa di corruzione tutte quelle forze che sostengono questo governo in parlamento, ed invita gli altri delegati a farsi promotori di lotte ad oltranza: “alla Fincantieri siamo stati lasciati soli, in tanti ci hanno detto che non c’era alternativa, ma noi abbiamo risposto che non era vero che non potevamo fare nulla, che avremmo deciso noi. Quando ci hanno detto che non ci avrebbero dato lavoro, che non ci avrebbero dato la fabbrica, noi ce la siamo presa, l’abbiamo occupata. Non è vero che non possiamo fare niente.” E finisce il suo intervento, applauditissimo, con un invito che è già un programma: “ora non è più tempo di suicidi ma di ribellione”.
Paolo di Vetta, responsabile AS.I.A. Usb, da sempre in prima fila nelle lotte del movimento per la casa, sostiene che “il vero bene comune è la rivolta, e si tratta del terreno da costruire in sinergia tra i conflitti nel mondo del lavoro e quelli che riguardano il territorio.”
Sergio Bellavita, della segreteria nazionale Fiom, sostiene che la Cgil, per non aver dichiarato battaglia in difesa dei lavoratori, porta con sé una responsabilità enorme: il sindacato è attraversato da una grossa crisi perché i lavoratori capiscono che non basta uno sciopero di 4 ore, né uno di 8, così come lo sciopero generale non sarà di per sé sufficiente. Ma per aprire qualunque prospettiva, “l’elemento decisivo è non rassegnarsi e dare battaglia”.
Secondo Giorgio Cremaschi “c’è un palazzo politico, ed uno sindacale, che è quello che farà l’inutile manifestazione del 2 giugno, e poi ci siamo noi, che non siamo un palazzo, siamo il sindacato vero.” Ascoltando le dichiarazioni di Monti nella trasmissione Piazza Pulita abbiamo avuto esempio del politichese bocconiano, per Cremaschi, in cui tra tante “formulette” e frasi fatte, l’unico punto chiaro era quello sulla Grecia: Monti infatti ha detto che alle prossime elezioni si augura non vincano i partiti “estremi”, perché se così dovesse essere potrebbe verificarsi un contagio alla Spagna, al Portogallo. Non ha citato l’Italia.
“Ma noi la lotta di liberazione del popolo greco dobbiamo trasportarla qui. Dobbiamo dirci che sull’art.18 il movimento c’è stato ma si è fermato perché non è stato fatto proprio dalla dirigenza della Cgil”, la quale ha dimostrato “un coraggio politico inferiore a quello di Cofferati” capace di mantenere una difesa intransigente dello Statuto dei lavoratori. Oggi, invece, la classe dirigente del principale sindacato italiano, rinunciando a qualunque iniziativa efficace si è coperta di “una macchia indelebile”.
Pertanto la convinzione di Cremaschi è che “se anche non dovessimo riuscire a fermarli, dovremo almeno far loro pagare il prezzo più alto. Diamo pure la colpa a Cgil, Cisl e Uil per tutto quello che gli spetta, ma assumiamoci la responsabilità di fare, di spenderci.” Questa è una assemblea di rottura.” Nel rivendicare il suo diritto all’unità trasversale con chi lotta, Cremaschi ha denunciato “pressioni sui compagni della Cgil per non farli venire in questa assemblea”.
Riprendendo lo stesso concetto Paolo Leonardi, coordinatore Usb, sostiene che “bisogna rompere con l’apartheid sindacale per cui le lotte si fanno fuori dalla Cgil o al suo interno”, è tempo dell’unità di tutto il sindacalismo conflittuale. A suo avviso, si tratta di una fase difficile perché è forte la rassegnazione, infatti anche tra i lavoratori sta passando il messaggio che non è possibile fare nulla per fermare l’attacco feroce del padronato e del governo Monti. Pertanto “oggi non dobbiamo vivere nell’autoreferenzialità di quanto costruito sino ad oggi. Se fino a ieri si marciava divisi per colpire uniti, oggi bisogna anche saper marciare uniti per colpire uniti”.
Luigi Sorge, operaio Fiat di Cassino, critica la strategia di Landini, a suo avviso sbagliata perché inadeguata alla portata dello scontro attuale. “ Dobbiamo costruire uno sciopero generale vero che porti la Grecia in Italia”, è l’invito di Luigi, perché “il nostro obiettivo è cacciare Monti, ma non per avere un Governo Bersani   magari supportato da Ferrero ma per aprire la strada ad una autentica prospettiva anticapitalista.”
Dopo di lui, prende la parola un delegato Fiom di Filippi srl, azienda in provincia di Padova che produce elettrodomestici ma ha deciso di chiudere lasciando a casa 234 dipendenti: “o alziamo il livello dello scontro o non ne veniamo fuori: la Fiom, senz’altro sindacato conflittuale, può essere un cimitero di buone intenzioni se la lotta nelle singole fabbriche non si coordina e non si generalizza a tutto il mondo del lavoro”.
L’assemblea è terminata con una mozione conclusiva che, “tenendo conto dei diversi equilibri” tra le varie forze presenti, ha fissato per l’8 giugno, sotto Montecitorio, durante la discussione della controriforma del lavoro alla camera, una manifestazione per “assediare” il parlamento in contemporanea agli scioperi del settore dei trasporti e del pubblico impiego. In prospettiva l’obiettivo è quello di costruire nella lotta “un progetto sindacale complessivo per di difendere il mondo del lavoro ed elaborare una piattaforma unificante in grado di ricomporre le lotte dei lavoratori con le lotte per i beni comuni”.

Anna Lami - 27/05/2012
www.megachip.info

venerdì 25 maggio 2012

Il patto fiscale condanna l'Europa del sud alla crisi economica

Sta per arrivare una seconda ondata depressiva. Questa volta però la responsabilità è chiara: il patto fiscale europeo che vuole costringere tutti i paesi all'equilibrio di bilancio è formalmente inapplicabile.
  
Una seconda ondata depressiva è ormai in vista ad occhio nudo. I prezzi delle materie prime, greggio compreso, hanno smesso di oscillare e stanno subendo un drastico calo trascinandosi dietro sia i valori azionari delle società minerarie che le monete dei paesi produttori in fase di svalutazione rispetto al dollaro. Le 'commodities' sono un'ottima spia della situazione economica. Nell'autunno del 2008 furono i loro prezzi e i tassi di cambio delle relative monete, a segnalare il passaggio della crisi da finanziaria a «reale» quando molti esperti ancora ne negavano l'esistenza. In questo contesto la crisi europea ed il rallentamento cinese si sommano.

La dinamica di Pechino, anche per effetto della situazione europea, sta scendendo sotto la soglia dell'8% di crescita annua che, dati i ritmi di produttività, è considerata come il livello minimo per impedire un'impennata della disoccupazione e l'aggravarsi delle già alte tensioni sociali rendendo così più problematica la traiettoria della già complessa transizione politica in atto. Ma il fulcro principale della nuova ondata depressiva è pursempre l'Europa dell' euro.

Dalla firma del patto fiscale agli inizi dell'anno siamo stati testimoni dell'aggravamento della posizione debitoria della Grecia malgrado i drastici tagli alla spesa pubblica ed il miglioramento del deficit di bilancio. Il Fondo Monetario Internazionale stima che per il 2013 il rapporto debito pil raggiungerà il 160%. Anche in Spagna la percentuale del debito pubblico sul pil, tuttora inferiore a quello della Germania, è aumentato dopo le drastiche decurtazioni alla spesa pubblica.

E' proprio la Spagna ad evidenziare la dimensione usuraia dell'attuale modello europeo. L'insolvenza delle banche spagnole è stata alleggerita dai prestiti concessi dalla Bce ad un saggio dell'1%. Parte di questi soldi viene poi prestata allo Stato, ad un tasso molto superiore. E malgrado l'usura le banche continuano a fallire per via delle cartacce tossiche in loro possesso e della crisi reale che attanaglia il paese. Infine abbiamo visto la Francia aggiungersi ai paesi 'meridionali'.

Ancora recentemente i banchieri centrali più intelligenti, come Ignazio Visco, riconoscevano che l'austerità avrebbe portato alla recessione. Veniva però mantenuta la fiducia che i sacrifici fossero necessari per sanare i conti pubblici. Ora, grazie al Financial Times, emerge la validità di ciò che ho scritto sin dal 2010. L'austerità non solo produce recessione ma aggrava l'indebitamento ed aumenta la probabilità di un default selvaggio con effetti a catena. Nessuno dei paesi summenzionati può mantenere il regime di austerità. Dovranno, come ha appena fatto Madrid con Bankia, effettuare gigantesche operazioni di salvataggio per tamponare le crisi aggravate dalle politiche in atto.

A rendere la situazione completamente ingovernabile è il patto fiscale europeo la cui insostenibilità non viene resa pubblica. Il patto obbliga i paesi contraenti all'equilibrio di bilancio. Ma ciò è possibile solo se la differenza tra risparmi ed investimenti è uguale alla differenza tra esportazioni ed importazioni. E' formalmente impossibile che tutti i paesi europei possano realizzare quest'obiettivo. Imporne l'impossibile raggiungimento significa condannare la Francia ed il resto dell'Europa meridionale all'implosione economica che si trasformerà in depressione europea e in un'ulteriore crisi mondiale.
   
 
J. Halevi - 21/05/2012
il Manifesto

mercoledì 23 maggio 2012

La legalità prima di tutto (? !!!)

10 operai con bandiera Fiom?
E’ un corteo non autorizzato 

Da Fiom Milano

E’ cominciata malissimo la giornata delle lavoratrici e dei lavoratori di Nokia Siemens Networks e di Jabil che hanno raggiunto Roma per partecipare alla manifestazione indetta davanti al ministero dello sviluppo economico in occasione dell’incontro in cui si discuterà del loro futuro.
All’arrivo nella capitale, infatti,  sono stati accolti dalle forze dell’ordine che hanno disperso il gruppo, sequestrato le bandiere e identificato, senza alcuna ragione, alcuni lavoratori e sindacalisti.
La motivazione è folle: il “corteo” dalla fermata della metropolitana al ministero non è autorizzato.
Certo, sono più di dieci (da Milano, in pullman o in treno, sono partiti circa 150 lavoratori) e manca solo che li accusino di adunata sediziosa.

23/05/2012
http://www.glialtrionline.it

no comment (N>)

domenica 20 maggio 2012