venerdì 18 maggio 2012

Anche nella mitizzata Germania va in scena l'attacco al lavoro ed ai lavoratori

Germania: Lavoratori Opel sotto ricatto.
GM sceglie l’opzione divide et impera



Tira un brutto vento nella stabilimento Opel di Rüsselsheim, nel ricco Land dell’Assia, dove 3.200 operai producono i modelli Astra e Insignia. Un vento di paura per il posto di lavoro e per il futuro. E la preoccupazione è talmente forte che gli operai sono disposti a farsi decurtare gli stipendi.
General Motors vuole dislocare la produzione della Opel Astra dalla Germania. I dipendenti invece vogliono mantenerla nello stabilimento di Rüsselheim e per questo hanno fatto sapere di essere pronti ad accettare stipendi più bassi per un importo complessivo di 35 milioni di euro.
È il timore per la chiusura dello stabilimento, più volte minacciata da General Motors e poi rimangiata tramite accordi sindacali sulla carta validi almeno sino al 2014, senza però mai convincere del tutto sulle reali intenzioni della casa madre, a portare il consiglio di fabbrica che rappresenta i lavoratori di Rüsselheim a proporre la riduzione degli stipendi. Solo qualche giorno fa il Betriebsrat, il consiglio di fabbrica, aveva categoricamente respinto l’ipotesi di un taglio agli stipendi.
Qualcosa di importante è successo nel frattempo. Secondo informazioni diffuse dal quotidiano di Francoforte “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, la General Motors pianifica di trasferire la produzione della prossima generazione del modello Astra nello stabilimento inglese di Ellesmere Port e in quello polacco di Gliwice per pore fine alle annose perdite finanziarie.
General Motors denuncia perdite notevoli a causa della Opel, ma la casa madre di Detroit dimentica di menzionare il peso di alcuni errori strategici denunciati più volte qui in Germania e fatti ad hoc a favore della vendita dell’americana Chevrolet. GM infatti impedisce alla Opel, con un blocco del numero delle esportazioni, di vendere più auto nei paesi emergenti.
Ma c’è di più. Gli operai in Inghilterra e in Polonia sono meno cari e più flessibili e a Rüsselheim pagati troppo. Per questo a Detroit pensano all’outsourcing.
La strategia scelta dal management della Opel è quella di mettere uno stabilimento contro l’altro, operai contro operai, Bochum contro Rüsselheim. In gioco c’è la presenza Opel in Germania. Ed è un gioco che si fa duro e sporco. 
Perché è da mesi che si fanno insistenti le voci di una chisura degli stabilimenti. In un primo tempo si pensava che la scelta fosse caduta su Bochum e Ellesmere Port, ora invece il consiglio d’amministrazione della Opel deciderà entro maggio in quali stabilimenti produrre la nuova Astra dopo aver concluso le consultazioni con le rappresentanze sindacali.
È lo Spiegel online a scrivere che il management della Opel pare aver scelto la strategia del “divide et impera”, aizzando le maestranze le une contro le altre e alimentando la concorrenza tra stabilimenti per piegare le resistenze contro i propositi di rinconversione.
Il general manager della Opel, Karl-Friedrich Stracke, non si sbilancia e pone l’accento sul fatto che a Rüsselheim rimarrebbe la produzione della Insignia. Ma consiglio di fabbrica e operai sanno bene che questo significherebbe la chiusura dello stabilimento Opel più moderno perché sottosfruttato.
A meno che, tornando alla strategia del “divide et impera”, l’obiettivo non sia lo stabilimento di Bochum la cui produzione potrebbe essere spostata con facilità a Rüsselheim dove verrebbe prodotta la Zafira.
L’IG Metall ha fatto sapere “che non si farà ricattare dal consiglio d’amministrazione”, riporta lo Spiegel, e richiede un piano economico per la salvaguardia dei quattro stabilimenti Opel della Germania. In caso contrario, il sindacato minaccia di non sostenere il management nei piani di riconversione e di miglioramento dell’efficienza. Un segnale tuttavia opposto a quello appena lanciato di riduzione degli stipendi.
Il grande problema della Opel è che in Europa le sue auto non si vendono rispetto a quelle della concorrenza, in particolare rispetto alla Golf concorrente della Astra. L’anno scorso la Opel ha venduto circa 330.000 Astra, cifre lontane da quelle della Volkswagen. Sindacato, consigli di fabbrica e maestanze sono però convinti che se GM desse il via libera a maggiori esportazioni la Opel potrebbe salvarsi.
 

di Massimo Demontis (Berlino) - 09/05/2012
http://cambiailmondo.org/

sabato 12 maggio 2012

Giorgio Cremaschi - VADO IN PENSIONE DALLA FIOM

Non si può essere dirigente all'infinito, ma militante a vita sì

«La mancata difesa da parte della Cgil dell'articolo 18 rappresenta uno stravolgimento del modo d'essere del sindacato».

Un cavallo pazzo? Un estremista? No, un pezzo importante di storia della Fiom degli ultimi quarant'anni. Giorgio Cremaschi va in pensione, lascia la carica di presidente del Comitato centrale della Fiom e inizia una nuova vita. Ma chi pensa che Giorgio stia togliendo il disturbo sta prendendo una cantonata: «La condizione di dirigente è a termine, militanti si resta per tutta la vita». Ieri Cremaschi ha salutato la sua organizzazione, i compagni e le compagne di una vita, in un clima di sincera commozione collettiva. Si possono avere anche idee diverse, si può litigare, ma l'appartenenza alla Fiom va al di là delle differenze. C'è una cultura comune, un rispetto reciproco, un metodo che avrebbe molto da insegnare a chi fa politica a sinistra, a chi fa sindacato e anche a chi tenta di costruire un soggetto politico nuovo.


Come è iniziata la tua burrascosa avventura in Fiom? Nel '74 sono stato chiamato da Claudio Sabattini. Ero lavoratore-studente e militavo nella sezione universitaria della Fgci di Bologna, l'unica sezione ingraiana e un po' manifestina. In occasione della radiazione del manifesto dal Pci facemmo una discussione molto accalorata, io ero contrario ma accettai la decisione diversa sostenuta da Claudio. Nel Pci sono rimasto fino al suo scioglimento. Dunque, nel '74 sono stato mandato a Brescia a seguire i corsi delle 150 ore, un'esperienza straordinaria. Arrivai subito dopo la strage di piazza della Loggia, ricordo una città in mano ai consigli di fabbrica per alcuni mesi.

Difficile immaginarlo oggi...C'è una bella differenza con il presente. La classe operaia era al massimo della sua forza, autonoma e indipendente. Oggi, quando vado per il fine settimana a Brescia o anche a Torino, incontro compagni pensionati pieni di rabbia che vedono cancellate giorno dopo giorno le conquiste operaie strappate con grandi lotte. Questi compagni dicono le cose sostenute da Antonio Pizzinato in una recente intervista al manifesto: siamo tornati più indietro degli anni Cinquanta, il diritto alla mensa era stato conquistato con gli scioperi del '44 e ora la Fiat lo abolisce in nome del mercato. L'indignazione di quei compagni oggi pensionati è la mia indignazione. La cancellazione dell'art. 18 è l'attacco a un simbolo, è il volto della restaurazione. La sua mancata difesa da parte della Cgil rappresenta un cedimento strutturale, uno stravolgimento del modo d'essere del sindacato. Con tutte le polemiche che ho avuto con Sergio Cofferati, ti ricordi?, adesso non posso non dire «onore al compagno Cofferati».

Il 2 giugno Cgil, Cisl e Uil saranno in piazza a Roma insieme per festeggiare la repubblica fondata sul lavoro mentre la Fiom, espulsa dalla Fiat con il consenso subalterno di Fim e Uilm dalle fabbriche, viene lasciata sola. E mentre si sbaracca lo Statuto dei lavoratori. Per questa ragione io il 2 giugno praticherò l'obiezione di coscienza e non sarò in una piazza dove andrà in scena la crisi del sindacalismo italiano. Sarebbe, è necessario un conflitto sociale aspro per fermare un processo devastante. Non solo in Italia, certo, ma negli altri paesi europei i sindacati scioperano contro le politiche liberiste. Non è un caso che Sarkozy abbia attaccato i sindacati francesi accusandoli di non comportarsi come quelli italiani. L'assenza di un'iniziativa sindacale all'altezza dello scontro in atto è tra le cause dell'esito confuso delle elezioni italiane, molto più confuso che in Francia o in Grecia.

Che cosa ti hanno insegnato 38 anni di Fiom? La Fiom mi ha insegnato tutto, il modo di vedere il mondo e la mia vita. Non c'è altro luogo politico o sindacale in cui uno come me avrebbe potuto esprimere in piena libertà anche il dissenso. Senza la mediazione della Fiom e la sua cultura operaia questa libertà non me la sarei potuto prendere. La Fiom non è sempre stata la sinistra nella Cgil, ha avuto anche una svolta riformista che però è fallita. Penso all'inizio degli anni Novanta, ai tempi di Vigevani e Damiano. Io fui mandato in Piemonte per punizione e tu scrivesti sul manifesto che il Piemonte era diventato la Sardegna del sindacalismo, e ti chiedesti se alla fine mi avrebbero piallato oppure no. Non mi hanno piallato, nel '94 è tornato in Fiom Claudio Sabattini ed è iniziata la stagione dell'indipendenza sindacale oggi minacciata.

Cosa provi a lasciare la Fiom? Mi dispiace molto, per motivi politici e umani e anche perché il mio sindacato è di fronte a una sfida terribile: riuscirà a sopravvivere solo se si riuscirà a ricostruire, a cambiare i rapporti di forza . Oggi il binomio Monti-Marchionne non prevede l'esistenza della Fiom.

Che farai da grande? Non si può essere dirigente all'infinito, ma militante a vita sì. Non mi perderò una lotta e lavorerò nel movimento No-debito che è dentro una dimensione e una prospettiva europee. Poi, in qualche modo, farò opposizione nella Cgil. Inutile dirti che farò parte della neonata associazione degli «Amici della Fiom».

L. Campetti - 11/05/2012
il Manifesto

mercoledì 9 maggio 2012

2 giugno: obiezione di coscienza

A Pontedera i dirigenti della Cgil di Pisa hanno impedito che il corteo dello sciopero di 4 ore fosse aperto dallo striscione “L’Articolo 18 non si tocca!”. Prima di tutto esprimiamo solidarietà ai lavoratori e ai militanti sindacali che hanno deciso di manifestare lo stesso dietro quello striscione, ma certo questo episodio non è casuale. La dura verità è che la lotta per l’articolo 18 non fa più parte dell’agenda della Cgil. Questo mentre ogni giorno che passa sono più chiari i contenuti reali della controriforma Fornero, e mentre il Senato si prepara a peggiorarla ancora. Flessibilità selvaggia e libertà di licenziamento, in un momento di crisi, passano con il silenzio, la complicità, il consenso di Cgil, Cisl e Uil. Per questo a Pontedera non si vuole quello striscione e per questo le segreterie di Cgil Cisl e Uil hanno deciso di manifestare il 2 giugno sul fisco e sul lavoro.
Qui siamo al ridicolo. Nelle interviste di questi giorni i segretari confederali spiegano che con il governo siamo vicini al punto di rottura. Cioè non ci siamo ancora, evidentemente quello che accade non basta. E così, dopo aver lasciato passare la più feroce controriforma delle pensioni, Cgil Cisl e Uil si apprestano a lasciar passare anche la controriforma del lavoro.
Anche la scelta della data è segno di una perdita totale di distacco dalla realtà. Perché si manifesta il 2 giugno, dopo la parata? Cosa si vuole esprimere? Solidarietà a Napolitano, che sparla di suo? Cosa si vuol dire, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, e che però purtroppo il lavoro non siamo in grado di difenderlo? La manifestazione del 2 giugno è il segno della caduta totale di combattività e anche di senso della rappresentanza da parte di Cgil Cisl e Uil. E, visto che è meglio essere precisi, è soprattutto un venir meno del gruppo dirigente della Cgil ai suoi doveri, visto che Cisl e Uil in questi ultimi anni di consenso a Marchionne, Berlusconi e Monti, ci hanno abituato a tutto. 
Così si capisce anche perché in Italia la crisi politica non ha gli sbocchi di altri paesi. Il Presidente Sarkozy, prima di perdere le elezioni si è lamentato del fatto che in Francia non ha potuto portare l’età pensionabile a 62 anni per l’opposizione dei sindacati, che invece, ha sottolineato, in Italia hanno lasciato passare la pensione dopo i 67. In Grecia in governo della banche è stato travolto non solo dal voto dei cittadini, ma da due anni di lotte e scioperi generali. 
In Italia Cgil Cisl e Uil si confermano i migliori alleati e sostenitori di questo governo. E di questo adesso devono essere chiamati a rispondere. Per questo il 2 giugno intendo fare per la prima volta obiezione di coscienza alla manifestazione Cgil Cisl e Uil, così come ho sempre condiviso quella per la parata militare del mattino. Adesso basta. Per difendere i lavoratori dal massacro che gli sta precipitando addosso bisogna organizzarci e auto-organizzarci e farci sentire sul serio contro il governo. Lo faremo, anche senza i gruppi dirigenti di Cgil Cisl e Uil.

di Giorgio Cremaschi

martedì 8 maggio 2012

Monti-Napolitano sconfitti in tutta Europa, ora tocca a noi

Come al solito il trasformismo politico italiano si scatena nell’appropriarsi del voto francese, persino di quello greco. Da Bersani a Ferrara, tutti a dire l’avevamo detto, in Europa bisogna cambiare, bene la Francia per non finire come la Grecia. Che ridicolo.
Il tradizionale mondo politico italiano, che marcia verso la sua rovina, ha finora fondato le sue fortune sulla sostanziale indifferenza programmatica. Così si può dire viva Hollande, ignorando che il nuovo presidente francese ha nel programma la pensione a 60 anni e il ritiro immediato dall’Afghanistan, una tassazione del 75% per i redditi sopra il milione e, ultimo ma non da ultimo, la rinegoziazione dell’accordo europeo sulla stabilità, cioè sui tagli distruttivi, chiamato fiscal compact.
In che cosa Bersani attuerebbe il programma di Hollande, continuando a sostenere Monti? A domanda specifica del Corriere della Sera il segretario del Partito democratico si lancia in una delle sue supercazzole e passa ad altro.
Ma se guardiamo il voto greco il segnale è ancora più brutale.
I partiti che sostengono l’austerità, esaltata dal Presidente della Repubblica italiana e fatta programma di governo da Monti e dalla sua maggioranza, assieme hanno ottenuto meno del 35%. Prima delle elezioni avevano il 78%, considerando le astensioni, meno di un terzo della Grecia è d’accordo con la  politica di austerità che ha travolto il governo Papademos, governo speculare a quello italiano.
Persino nel piccolo e impronunciabile Schleswig Holstein, l’elettorato tedesco ha detto no alla politica economica dell’austerità e del rigore, mandando all’opposizione il partito del capo di governo che incarna e detiene la guida suprema di questa politica, la signora Angela Merkel.
Insomma, tutta l’Europa si sta ribellando alle politiche di austerità di bilancio, rigore, competitività estrema e privatizzazioni, distruzione dei diritti sociali e contrattuali, che sono alla base del programma economico della Banca centrale europea e dei patti di stabilità imposti a tutti i principali governi.
Già due governi, quello francese e quello greco, sono saltati.
Tocca ora all’Italia.
Ma non sarà semplice se questa volta non ci liberiamo del trasformismo e della capacità di fingere della nostra casta politica.

Mentre in tutta Europa si discute di fiscal compact, il parlamento italiano con una grandissima maggioranza, comprendente anche la Lega Nord, ha approvato quella mostruosità che è il pareggio di bilancio in Costituzione. 

Mostruosità richiesta espressamente dal protocollo europeo e dal governo tedesco. Non c’è stata alcuna discussione al riguardo, nessun confronto politico, nessun talk show televisivo.

In pochi abbiamo manifestato e sollevato questa questione, conquistando il consenso alla fine di poche decine di parlamentari. Il 31 maggio invece in Irlanda saranno addirittura i cittadini, con un referendum, a decidere se accettare o no le clausole capestro che l’Europa delle banche e della finanza impone ai popoli.

Insomma, in tutta Europa si discute dell’Europa e la si mette in discussione nelle sue forme attuali. Solo in Italia il confronto politico avviene sul niente, anche per colpa di un sistema informativo che vive anch’esso, come i principali partiti, con la faccia rivolta al passato. Centrosinistra contro Berlusconi: ma che finzione è? Tutta l’Europa sta discutendo d’altro e su questo altro si costruiscono voti e schieramenti politici. Perché l’Italia rientri davvero in Europa è dunque necessario che il nostro paese si liberi di una casta politica con gli orologi fermi. Bisogna capire che il governo Monti-Napolitano è il passato e il disastro, e agire di conseguenza.

G.Cremaschi - 07/05/2012

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lunedì 7 maggio 2012

La vera sconfitta è l’Europa del rigore Qualcuno lo dica a Monti e al suo governo

L’Europa nella quale abbiamo vissuto negli ultimi 12 anni, arrivata a pieno e raggelante dispiegamento nell’ultimo triennio, non esiste più. Come le stelle morte continuerà ancora per un po’ a sembrare viva. Gli stessi dotti commentatori che hanno a lungo dissertato su come e qualmente in nome dell’Europa fosse sacrosanto accoppare gli europei saranno gli ultimi ad accorgersene e continueranno a pontificare come se nulla di irreparabile fosse successo. Invece il processo innescato dal voto in Francia e in Grecia è irreversibile. Un incendio alla fine del quale di quest’assetto dell’Europa resterà solo la cenere.
Due cose hanno detto gli elettori francesi e greci, ma l’avevano già detta pochi giorni prima quelli inglesi con le amministrative e lo diranno quelli italiani quando gli sarà infine permesso di votare: che non vogliono più vivere in un continente in cui la finanza è tutto e gli esseri umani niente; che non ne possono più di vedere cancellate senza chiedere neppure il permesso la sovranità nazionale e quella popolare, in una parola la democrazia.
Il punto interrogativo non è più se l’Europa della Bce e della Merkel, del rigore cieco e dei popoli spogliati di ogni sovranità ce la farà a resistere o no: la domanda riguarda solo come da quell’Europa si uscirà e cosa ne prenderà il posto. E’ la partita che si giocherà nel prossimo anno e per una volta definirla di importanza storica non è retorico. L’Europa ha di fronte a sé un’occasione unica per iniziare a costruirsi su basi diverse da quelle disastrose dell’ultimo decennio. Se non la coglierà, il suo tracollo finale sarà probabilmente inevitabile e certamente non indolore.
La decisione finale spetterà alla Germania, ma su quella decisione avranno incidenza determinante le scelte degli altri Paesi e la pressione dei popoli europei che oggi ha solo iniziato a farsi finalmente sentire.
L’Europa è di fronte a un bivio e l’Italia a un bivio nel bivio. Monti, sempre che riesca a tenersi aggrappato alla sella sulla quale traballa, può cogliere l’occasione per aggiungere il peso dell’Italia a quello degli altri paesi che cercheranno di spingere la Germania e la Ue ad abbandonare la strada del rigore cieco. Oppure può cercare di incunearsi nel vuoto lasciato dalla Francia sostituendo Sarkozy come puntello del rigorismo e nuovo alleato privilegiato della Germania.
La seconda ipotesi sarebbe non solo una sciagura ma un crimine politico propriamente detto.

A. Colombo - 06/05/2012
gli Altri online

domenica 6 maggio 2012

Stiglitz e l'austerità suicida

Ascoltare il dibattito tra Monti e Stiglitz è stato emozionante.

Potenti le cannonate dell'economista americano, che lasciano basita una platea abituata allo slang triste europeo. Al termine del suo discorso si sente lo spavento che pervade la sala, paura per una crisi che forse non passerà se non si faranno le cose giuste. Il linguaggio è stato come quello di un marziano. Tant'è che la migliore difesa che il premier ha potuto montare è stata quella di differenziare l'America dall'Europa in termini di obiettivi. Non ha funzionato. L'Europa non deve solo crescere economicamente, come gli Stati Uniti, ma far crescere anche le sue istituzioni e questo può andare anche a scapito della crescita economica. Mi sono detto che non è così, che forse per uno o due o anche tre anni può essere così, ma nessuna nazione può tenersi in piedi, coesa socialmente, senza che le sue istituzioni siano dedicate solamente alla crescita del benessere dei suoi cittadini.
Un linguaggio che effettivamente non si sente più nel nostro Paese. Non è solo questione di diversa enfasi, no, ascoltare Stiglitz era rendersi conto che esiste là fuori una strada alternativa di cui in Europa è vietato parlare. Un nuovo «dibattito proibito», per riprendere il titolo di un felice libro di Jean-Paul Fitoussi che uscì qualche anno fa. Era anche dare nuova linfa alle parole, come se queste fossero rose innaffiate dopo lunga aridità.
Prendete la parola più menzionata in Italia questi giorni. La parola spreco. Anche Stiglitz ne ha parlato. Di sprechi. Ma non parla di Bondi. No, parla del più grande spreco, quello vero, quello reale, dice Stiglitz: lo spreco immenso, trilioni di dollari, di tutte quelle risorse, naturali, materiali ed umane, uguali a quelle che avevamo nel 2008 e che da allora però non utilizziamo più a causa di questa crisi. «Ed è l'austerità che tiene vivi questi sprechi». Tutti quei giovani, che oggi non lavorano, che diventeranno alienati dal resto della società, che se e quando, tra tanti anni - se continuiamo con la stupida austerità - troveranno forse un lavoro, ma a salari più bassi perché avranno disimparato a fare e avranno perso l'orgoglio e la voglia di affermarsi. Ecco lo spreco, dice il Premio Nobel. Ecco, è questo l'unico vero, grande intollerabile spreco di questa maledetta crisi che non vogliamo combattere.
Perché si può combattere. Con un nuovo approccio di politica economica. Nessuna grande economia mondiale, mai, è uscita da una crisi di questo tipo con l'austerità, dice Stiglitz che diventa subito un fiume in piena che abbatte le nostre magre argomentazioni europee affaticate dal fallimento. «L'austerità non funziona, basta guardare ai dati: essa smonta anche i rientri dei bilanci pubblici verso il pareggio». Le riforme? Le riforme che servono anche nel breve periodo sono quelle che migliorano la situazione dell'accesso al credito per le piccole imprese e quelle che aumentano il sostegno alle università. Le riforme sono utili, ma hanno bisogno di tempo e, nel frattempo a volte riducono la domanda nel sistema, che già manca. Il mercato del lavoro americano è certamente flessibile eppure ciò non ha impedito che si raggiungesse una disoccupazione del 10%. In questa crisi non si creano posti di lavoro senza maggiore domanda aggregata. Bisogna fare politiche per il breve periodo. «E il breve periodo può durare a lungo se si mantiene l'austerità».
Tutto qui? No, finiamo con la ricetta proposta dall'economista americano.
Primo, politica fiscale espansiva in Germania, anche con ampi deficit pubblici. Concordiamo. Secondo, in Italia, politica fiscale espansiva senza maggiori deficit pubblici. Il che significa più spesa pubblica con gli aumenti di tasse (già fatti) destinati a pagarci la spesa pubblica e non il debito pubblico. Oppure con i tagli agli sprechi che non devono generare maggiore austerità ma maggiore domanda da parte dell'unico attore che in questa crisi può domandare, lo Stato. Concordiamo. Senza toccare il deficit, il Pil sale, facendo anche scendere i rapporti deficit e debito su Pil. Grande ruolo per investimenti pubblici, spesa per l'istruzione e per la sanità. Terzo, tasse e spesa pubblica devono anche ridurre le disuguaglianze che specie in questa fase distruggono la crescita economica. Concordiamo.
Senza maggiore spesa pubblica anni ed anni davanti a noi di maggiore disoccupazione. Alle sue raccomandazioni aggiungiamo: vera spesa pubblicata, monitorata e la cui qualità sia assicurata da competenze e assenza di corruzione.
Monti ha detto alla fine del dibattito: «Sono desideroso di sapere come rispettare l'obbligo di bilancio in pareggio facendo diminuire il rapporto debito su Pil e soddisfacendo al contempo l'esigenza immediata di crescita». Forse non se ne è reso conto, forse sì, ma questo «come» glielo aveva spiegato pochi minuti prima Stiglitz, che ha aggiunto: «I terremoti accadono. Anche gli tsunami. Non è colpa nostra se accadono. Ma perché a queste tragedie dobbiamo aggiungere dei disastri causati da noi stessi? È criminale questa ignoranza di quanto è avvenuto nel passato, l'economia deve essere al servizio della gente, e non viceversa».

Gustavo Piga, economista
05/05/2012 - il Manifesto

giovedì 3 maggio 2012

Primo Maggio contro il governo


E’ stato un Primo Maggio diverso dalla solita stanca noiosa ritualità. 

Certo c’è stata la triste manifestazione unitaria di Rieti, dove i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno manifestato tutta la loro colpevole impotenza di fronte alla politica economica devastante del governo, dimenticandosi di parlare dell’articolo 18. 
Certo, c’è stato il concertone che ha occupato la giornata radiotelevisiva. Bello come spettacolo e a volte anche intelligente, ma che non può rimpiazzare quel Primo Maggio di lotta che oggi è necessario. E questo ha cominciato a farsi sentire. Nelle manifestazioni, ove tanti lavoratori anziani venivano a parlarti per esprimere tutta la loro indignazione di fronte alla cancellazione progressiva e veloce di tutto ciò che avevano conquistato. La rabbia di chi, con gli scioperi e i sacrifici, ha conquistato lo Statuto dei lavoratori e oggi se lo vede sacrificare sull’altare dello spread, è oggi qualcosa di nuovo. Anche perché finora i lavoratori anziani, i pensionati, erano stati il punto di sostegno delle politiche concertative di Cgil, Cisl, Uil. 
Oggi, non solo dai giovani ma anche dagli anziani, viene una rabbia crescente contro questo governo e chi lo sostiene. Chi lo sostiene ha per la prima volta incontrato la contestazione popolare. E’ successo a Portella della Ginestra per Bersani e ancor di più a Torino per Fassino. In quella città c’è stato il massimo di visibilità di due primi maggio opposti. Da un lato quello istituzionale inutile, colpevolmente voluto da Cgil, Cisl e Uil locali che hanno scelto di farsi rappresentare dal sindaco della città nel giorno della festa dei lavoratori. Questa totale caduta di autonomia dei gruppi dirigenti del sindacato torinese ha però incontrato una reazione popolare. I fischi al sindaco e a ciò che rappresenta non erano di soli trenta giovani dei centri sociali, come si è subito affrettata a dire tutta la stampa di regime. E’ stata la maggioranza della piazza che ha fischiato. E qui, gravissimo, è stato l'intervento della polizia, scatenato unicamente per impedire i fischi, per intimidire una libera piazza. Bastonate contro i fischi. Anche questo è un segno dell’attacco alla democrazia sotto il governo Monti.
Sì, è stato un Primo Maggio ancora incerto e confuso, ma dal quale emergono segnali positivi di volontà di lottare che abbiamo incontrato in tante piazze. E’ un Primo Maggio che dà il via alla lunga e difficile, ma necessaria, marcia della  ribellione sociale contro questo governo e chi lo sostiene.

Giorgio Cremaschi - 02/05/2012


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