domenica 15 aprile 2012

Art. 18: ecco quel che sarà.

Proviamo ad immaginare un dialogo tra un lavoratore licenziato, a suo dire, ingiustamente e l'avvocato al quale si rivolge per ottenere giustizia. Ovviamente dobbiamo immaginare che questo dialogo si svolga dopo l'entrata in vigore di questa legge di riforma dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori che ho già definito “idiota” ma sto ancora cercando il termine più corretto che, tuttavia, al momento non mi sovviene.

Ebbene, sipario:

Avvocato: “Buongiorno, mi dica”

Lavoratore: “Avvocato, guardi questa lettera. Mi è arrivata stamani. Mi hanno licenziato. Dice: “per motivi economici”.

Avvocato: “Mi faccia vedere. Dunque, l'azienda è la Furbex S.r.l., un'azienda di trasporti; che lei sappia ha più o meno di quindici dipendenti?”

Lavoratore: “Ne avrà una trentina”.

Avvocato: “Ho capito. Dunque, qui dice che l'azienda negli ultimi periodi ha subito una flessione e che le previsioni per il prossimo anno non sono rosee per cui ha deciso di licenziarla.”

Lavoratore: “A parte che non è vero e che lavoriamo più di prima, qui la questione è un'altra. A me mi hanno licenziato perché ho fatto una denuncia all'USL e all'ispettorato per via delle troppe ore di straordinario che facciamo che, visto che il nostro lavoro consiste nel guidare un TIR, mettono a repentaglio la nostra sicurezza e quella degli altri”.

Avvocato: “Lei ha una copia della denuncia che ha fatto?”

Lavoratore: “Certo che ce l'ho e comunque lo sanno tutti i colleghi”

Avvocato: “Che cosa è successo a seguito di questa denuncia?”

Lavoratore: “E' successo un macello. Il capo è venuto subito da me e mi ha minacciato di mandarmi via, mi ha detto che sono un disgraziato e che così rovinavo lui e tutti noi, che non capivo niente”

Avvocato: “Questo dialogo è avvenuto alla presenza di testimoni?”

Lavoratore: “No, eravamo soli”.

Avvocato: “Vada avanti”

Lavoratore: “Niente, si è incazzato con me quella volta lì e poi basta, tutto è continuato più o meno come prima per un paio di mesi, poi è arrivata questa lettera ed eccomi qui. Avvocato, ma si può far qualcosa o no?”.

Avvocato: “Che vuole che le dica... lei da me vuole una risposta secca ed è giusto che la pretenda ma io in tutta onestà una risposta secca alla sua domanda non gliela posso dare e non per cattiva volontà ma perché una risposta alla sua domanda non c'è più”.

Lavoratore: “che vuol dire, mi scusi?”

Avvocato: “vuol dire che prima della riforma dell'art. 18 le avrei detto cose completamente diverse da quelle che lo ho appena detto. Anzi, prima della riforma dell'art. 18 io e lei non ci saremmo neanche incontrati perché il suo capo, che è ben informato e a quanto pare sa muoversi, non l'avrebbe licenziata”.

Lavoratore: “Avvocato io non ci capisco niente di articoli e sono qui apposta da lei per avere un aiuto. Io so solo che quel bastardo mi ha mandato via perché io ho detto all'USL che io e i miei compagni dormivamo sui camion, guidavamo 13 ore al giorno e nell'ultimo anno gli incidenti stradali erano raddoppiati e gli ho detto anche che ci faceva taroccare i dischi cronotachigrafi per non farci beccare dalla stradale”

Avvocato: “Questo a me è evidente ma ora mi ascolti con attenzione perché le devo spiegare cosa sarebbe accaduto se questo licenziamento fosse avvenuto prima della riforma dell'art. 18 e quello che, invece, accade a seguito di quella stessa riforma. Prima in Italia si poteva licenziare solo in presenza di una giusta causa o di un giustificato motivo. Se questi motivi non erano veri e si era in grado di dimostrarlo, si poteva andare davanti ad un Giudice a chiedere la reintegra nel posto di lavoro. Il Giudice, se accertava che quel licenziamento era infondato e cioè era stato posto in essere senza una giusta causa o un giustificato motivo, doveva reintegrare il lavoratore nel suo posto di lavoro, condannare il datore a corrispondere tutte le mensilità non percepite dalla data del licenziamento a quella della effettiva reintegra oltre ad un eventuale ulteriore risarcimento del danno. Quindi nel suo caso, tanto per capirci, se lei mi avesse fatto quella domanda che mi ha fatto prima e cioè “si può fare qualcosa?” io le avrei risposto “si”.”

Lavoratore: “E invece ora?”


Avvocato: “E invece ora le devo rispondere “non lo so” e non perché non abbia studiato a fondo la riforma ma proprio perché l'ho studiata a fondo. Le spiego: dopo la riforma la reintegra obbligatoria è prevista solo per i licenziamento discriminatori. Per quelli disciplinari e per quelli per motivi economici il giudice, se accerta che il licenziamento è illegittimo non è automaticamente obbligato a reintegrare il lavoratore ma può scegliere tra la reintegra e un risarcimento del danno da 12 a 24 mensilità. Le leggo la norma “Il giudice, nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, per insussistenza dei fatti contestati ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni della legge, dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili, annulla il licenziamento e condanna il datore di lavoro alla reintegrazione nel posto di lavoro di cui al primo comma e al pagamento di un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell’effettiva reintegrazione”. Quindi se il giudice decide che i fatti contestati sono insussistenti c'è la reintegra. La norma dopo la riforma però poi dice anche: “Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un’indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all’anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell’attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo.”. Quindi se il giudice decide che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo o della giusta causa il giudice non reintegra ma stabilisce un risarcimento del danno.”

Lavoratore: “E quindi?”

Avvocato: “E quindi che differenza c'è tra dire che i fatti posti a fondamento del licenziamento non sussistono e dire che non ricorrono gli estremi del licenziamento?”

Lavoratore: “Non lo so”

Avvocato: “Ecco, non lo so nemmeno io e senza troppa modestia le posso dire che non lo sa nemmeno quello che ha scritto questa schifezza”.

Lavoratore: “Ma scusi e allora io cosa devo fare?”

Avvocato: “Lei può impugnare il licenziamento prima con una lettera che deve inviare entro 60 giorni al datore di lavoro e poi, nel caso in cui, come sempre avviene, questa lettera non sortisca alcun effetto, entro 180 giorni, con un ricorso al giudice del lavoro nel quale deve dimostrare che il licenziamento è illegittimo. Se ci riesce, se ci riusciamo, il giudice dovrà spiegarci cosa significa secondo lui quella frase e decidere se ci troviamo in un caso in cui non ricorrono gli estremi del licenziamento o in un caso in cui i fatti posti a fondamento del licenziamento non sussistono sempre che questa differenza abbia un senso. Nel primo caso le riconoscerà una somma a titolo di risarcimento del danno e nel secondo la reintegrerà nel posto di lavoro”.

Lavoratore: “E secondo lei?”

Avvocato: “Guardi quello che penso io non conta niente. Conta quello che penserà il Giudice ed io non lo so e non lo posso sapere quello che penserà, non so neanche se tutti i giudici la penseranno allo stesso modo, se interverrà la Cassazione, la Corte Costituzionale, il Papa o qualcun altro a farci capire questa cosa incomprensibile”

Lavoratore: “Ma scusi ma il mio non è un licenziamento discriminatorio? Lui mi ha discriminato perché l'ho denunciato o un licenziamento disciplinare? Non si può dire questo?

Avvocato: “In teoria lei ha ragione ma nella lettera di licenziamento il datore di lavoro ha qualificato il licenziamento come “economico” e cioè dipendente da motivazione di ordine produttivo, organizzativo, tecnico, etc. e quindi noi, se impugniamo un licenziamento economico ed il giudice lo ritiene illegittimo comunque non c'è la certezza della reintegra. Mi pare ovvio che se uno è in crisi e ha trenta dipendenti licenziandone solo uno non migliora le cose e quindi il licenziamento è clamorosamente nullo senza bisogno di dare tante spiegazioni.”

Lavoratore: “Insomma, io non ho fatto niente di male, non è vero che l'azienda va male e il motivo per cui sono stato cacciato è perché non volevo morire su un camion o far morire qualcun altro e rivoglio il mio posto di lavoro cosa devo fare?”

Avvocato: “Deve fare quello che lo ho detto ma anche se dovesse vincere la causa, se emergesse, cioè, dall'istruttoria che il suo licenziamento è illegittimo, non le posso assicurare che alla fine verrà reintegrato nel posto di lavoro. Questo è il paese in cui viviamo, mi dispiace”.

Lavoratore: “Mi scusi avvocato io non sono uno che fa piagnistei o fa scene o cose del genere ma a mio figlio che gli devo dire? A mio figlio che cosa devo insegnare dopo questa storia? Che si deve stare sempre zitti altrimenti si finisce male e oltretutto non c'è neanche una giustizia che rimette le cose a posto? Me lo dica lei.”

Avvocato: “Il mio lavoro è prima di tutto quello di dirle la verità e la verità è che la giustizia ora le cose a posto non ce le mette più”.

Lavoratore: “Senta avvocato la ringrazio, ci devo pensare, devo pensare a un sacco di cose, poi le faccio sapere”.

Avvocato: “La capisco, solo si ricordi che ha 60 giorni per impugnare il licenziamento altrimenti perde il diritto”.

Lavoratore: “Mi sa che il diritto l'ho già perso, lo abbiamo perso tutti.”

Avvocato: “Mi sa di si”.

Lavoratore: “Arrivederci”

Avvocato: “Arrivederci”

Ogni riferimento a fatti o a persone è assolutamente voluto e tragicamente reale.

M.Guercio,Avvocato - 06/04/2012
http://www.marcoguercio.blogspot.it

lunedì 9 aprile 2012

...e ingiustizia per tutti !

Precari, svelato l’inganno

Non è una svolta. Per milioni di giovani precari è un inganno. Perché i piccoli passi in avanti, i timidi correttivi – depurati dalle proclamazioni buoniste su apprendistato e lavoro a tempo indeterminato – non riducono la piaga dei contratti atipici e lasciano ampi spazi allo sfruttamento creativo delle aziende.
Partiamo dai fatti. Per un ventennio le aziende hanno stravolto la flessibilità disegnata dalla legge Biagi. Spremendo milioni di giovani (e ormai non più giovani) in ruoli di pari lavoro e impari retribuzione rispetto ai dipendenti a tempo indeterminato “della scrivania accanto”: con peggiori compensi, peggiori tutele previdenziali, orari peggiori, zero diritti e spesso ampliamento non retribuito di mansioni. Quattro milioni di precari (dati 2011, Associazione Artigiani e Piccole Medie Imprese del Veneto) attendevano un immediato salto di qualità per compensi e tutele.

Succede invece che i precari delle finte partite Iva, ingaggiati in modo chiaramente subordinato, con una postazione in azienda,
non sono immessi in organico, ma dovranno attendere 12 mesi per vedersi riconosciuti co.co.co.: il tempo utile alle aziende per “buttarli fuori”, secondo lo spirito di Emma Marcegaglia che all’idea di uno stop agli abusi minaccia minore occupazione.

Autorizzare tre apprendisti per due dipendenti a tempo indeterminato è una presa in giro: un invito a fabbricare altro lavoro precario. E ancora, prevedere 36 mesi di contratti successivi a tempo determinato per un precario, che (dopo tre anni meno un giorno!) potrà essere tranquillamente sostituito da un altro precario, è una beffa. Dal progetto sembra sparito il tetto ai licenziamenti individuali per “motivi oggettivi”. Così verranno aggirate le norme sui licenziamenti collettivi.

In tutta la vicenda il governo si è comportato come se dovesse mediare equidistante tra sindacati e imprenditori, invece di agire perché la sorte dei giovani in ingresso lavoro venisse subito migliorata. Un esempio? Sancire che dopo 36 mesi ogni prestazione continuata (in quanto tale) sia necessariamente coperta da un contratto a tempo indeterminato.

Intanto Monti dichiara ai quattro venti che il reintegro per licenziamenti economici ingiusti resterà “improbabile”. Felice notizia per i cinquantenni che saranno rottamati con vista sull’(irraggiungibile) pensione a sessantasette anni. Si era tanto parlato del triste divario tra protetti e non garantiti. Ora finalmente è ristabilita l’eguaglianza. Insicurezza spalmata per tutti.

M. Politi - 08/04/2012

il Fatto Quotidiano


venerdì 6 aprile 2012

Rivoluzione Proprietaria

Mettiamoci nei panni di un imprenditore straniero, o anche indigeno: ha a disposizione la globalità del mondo per decidere dove investire conmaggior profitto i suoi soldi.
Perché dovrebbe scegliere l’Italia, in cui l’unica economia che tira e investe è quella criminale?
In cui la corruzione pubblica e privata raggiunge vertici da capogiro?
In cui le infrastrutture fanno schifo?
In cui i tempi della burocrazia e della giustizia sono preistorici?
Adesso però gli imprenditori non hanno più alibi, dice gioiosamente la coppia Monti-Fornero, e sapete perché? 
Perché è stata introdotta la libertà di licenziamento individuale, quelli collettivi c’erano già.

E dunque, benvenuti padroni finalmente liberi di fare carne di porco della forza lavoro.

Non li liberiamo dalla camorra, dalla corruzione, dai disservizi ma possono sempre liberarsi degli operai.
Ce lo chiedono i mercati e l’Europa, ai quali due governi hanno chiesto di chiedercelo.

In Italia non c’è lavoro, la disoccupazione pura e quella (finora, prima della controriforma degli ammortizzatori sociali) camuffata, esplodono mentre crolla il potere d’acquisto di salari e pensioni.
Soprattutto piangono i giovani grazie alla riforma pensionistica.
Il governo non ha uno straccio di progetto per rilanciare lo sviluppo, persino il peggiore che è quello senza vincoli sociali e ambientali.

E cosa fa Monti per sopperire a questo disastro?
Cancella un pezzo di democrazia italiana: l’art. 18 dello Statuto.

E per fortuna che c’è stata la mediazione di Bersani, sennò che sarebbe successo?
La stessa cosa che succede ora, dopo la mediazione.
Monti e Fornero sono contenti, la boccia è in buca e se ne vantano a livello globale. I licenziamenti discriminatori saranno puniti con il reintegro, come prima. Peccato che nessun imprenditore scriva nella lettera di licenziamento che il poveraccio è gay o iscritto alla Fiom, o la poveraccia è incinta.
Sì, però adesso varrà per tutti, anche per chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti. Peccato che già prima esistesse una legge di tutela contro le discriminazioni, a prescindere dal numero di dipendenti.
Poi ci sono i licenziamenti disciplinari, in cui il reintegro si trasforma in optional nelle mani del giudice che solo in casi eccezionali potrà ordinare al padrone di rimettere al lavoro la persona ingiustamente licenziata, altrimenti si limiterà a imporre un indennizzo di 12-24 mensilità (con lo sconto rispetto al testo iniziale per non disturbare troppo i manovratori).

Infine, i licenziamenti per motivi economici: il giudice, che espressamente non potrà indagare sulle ragioni economiche dell’impresa, solo in caso in cui la motivazione sia «manifestamente insussistente» potrà ordinare il reintegro. Ma come farà a dimostrare l’insussistenza senza mettere il naso nell’economia dell’azienda?
Così si passa dalla norma alla eccezionalità.


Monti e Fornero rivendicano la loro rivoluzione precisando che il diritto al 
reintegro non c’è perché sancirebbe una «concezione proprietaria del posto di lavoro». Che invece è di proprietà esclusiva del padrone,e così si torna al proletario di Marx, proprietario solo della sua prole. 

Mentre Monti conferma la nostra analisi spiegando come il reintegro diventi altamente improbabile,la segreteria della Cgil plaude al nuovo sistema di regole.
Una testimonianza illuminante dell’autonomia del sindacato dalle forze politiche.
O almeno della Cgil.

La Fiom è di tutt’altro avviso, ma come è noto Landini è quello che tira i gatti morti sul finestrino di Marchionne, e anche di Monti.
    

L Campetti - 06/05/2012
il Manifesto


giovedì 5 aprile 2012

Arriva la Controriforma

Licenziamenti economici : corsa a ostacoli per il reintegro

La legge Fornero: dalla A degli ammortizzatori sociali alla P di precarietà passando per la L di licenziamenti, dove c'è il vero raggiro. Il reintegro torna, ma è impossibile ottenerlo.
Una «riforma di portata storica« davvero, se l'attuale Parlamento di «nominati» la farà passare così com'è. In estrema sintesi: cambia realmente tutto - in molto peggio - per quanto riguarda le tutele dei lavoratori dipendenti, quasi nulla sulla precarietà. Vediamo dunque le partite principali, tenendo conto del testo e non delle parole spese in conferenza stampa.

Licenziamenti

Era il punto più atteso e il ministro l'ha lasciato per ultimo come si conviene quando bisogna dire le cose crudeli (ma senza lacrima). Grazie alla tecnica dello «spacchettamento», i licenziamenti diventato praticamente liberi; come dice Gianni Rinaldini (coordinatore de «La Cgil che vogliamo») «l'art. 18 non esiste più». L'unica accortezza che devono avere le aziende è nell'indicare come causale «per motivi economici» e non aver lasciato troppe tracce (o testimonianze) di «discriminazione». Ma del resto nessun imprenditore ha mai addotto motivi «discriminatori», sanzionati peraltro dalla Costituzione prima che dalla legge 300/70. In dettaglio, le uniche ragioni ammissibili sono quelle «disciplinari» oppure «economiche». Nel primo caso, è il giudice a stabilire se - quando riscontra che l'azienda non ha detto il vero - si deve procedere al reintegro del dipendente sul posto di lavoro (con ovvia restituzione degli stipendi e dei contributi non pagati) oppure al semplice indennizzo economico, tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità (15-27 nel vecchio testo, devono essere sembrate «eccessive»). Finora la scelta è stata lasciata al singolo lavoratore.

La vera rivoluzione è per i licenziamenti «economici». Una volta comunicata la risoluzione del rapporto, impresa e dipendente devono presentarsi entro sette giorni presso la Direzione territoriale del lavoro per addivenire a una «conciliazione» in cui viene stabilita l'entità dell'"indennizzo». Se entro 20 giorni l'accordo non si trova, l'azienda può procedere al licenziamento effettivo. Se invece c'è, parte «l'affidamento del lavoratore ad un'agenzia» per la ricollocazione sul mercato del lavoro. Il lavoratore che non trova l'accordo può ancora ricorrere al giudice (i tempi della procedura vengono notevolmente accelerati, con una sorta di «corsia preferenziale»), ma questi non potrà entrare nel merito delle ragioni economiche addotte dall'azienda; e solo nel caso ne riscontri l'«insussistenza» procederà al «reintegro».
Vi sembra contorto? Lo è. In pratica il lavoratore dovrà decidere subito se accettare l'indennizzo che gli viene proposto oppure correre il rischio di una causa in cui, se non vince, può perdere anche il risarcimento.
I media ieri riportavano che proprio su questo punto si era esercitato il massimo di pressione da parte del Pd per «correggere» il testo originario. A voi giudicare se ha avuto un successo, come dice Bersani. Oppure no, come ci sembra evidente. 

Precarietà

Cambia ben poco. L'apprendistato viene «valorizzato» come modalità prevalente di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro». Le aziende possono però continuare ad assumere «apprendisti» solo se nelle precedenti chiamate hanno finito per assumerne almeno il 50% in pianta stabile (soltanto il 30%, nei primi tre anni della legge). In compenso, potranno assumerne tre ogni due lavoratori con contratto a tempo indeterminato (oggi il limite è 1 contro 1; quindi «più apprendisti per (quasi) tutti». 

I contratti a termine non dovranno essere più giustificati col «causalone» per la prima chiamata, ma sarà loro applicata un'addizionale contributiva per finanziare in parte l'Aspi (il nuovo nome dell'assegno di disoccupazione); successivamente sarà obbligatorio motivarli, ma scattano incentivi contributivi se si passerà all'assunzione a tempo indeterminato. 
Scatta poi la «presunzione di abuso» per i co.co.pro. o le partite Iva monocommittenti prolungate, così come per altre due o tre forme contrattuali «atipiche». Ma non ne viene abolita nemmeno una.


Ammortizzatori sociali

È l'altra «modernizzazione reazionaria» in atto, che conferma sostanzialmente il primo testo presentato due mesi fa. Si passa da un «sistema duale» che prevede varie forme di cassa integrazione più «mobilità» per una platea di circa 4 milioni di lavoratori, e nulla per gli altri, ad un altro in cui ci sarà ben poco, ma per tutti (in teoria e comunque non uguale per tutti). Resta la cig solo per le «crisi aziendale temporanee», mentre scompaiono progressivamente quelle per «cessazione di attività», «ristrutturazione», ecc. Scompare anche la mobilità. In sostituzione di tutto ciò arriva l'Aspi (assicurazione sociale per l'impiego), che dura però solo 12 mesi per gli under 55 anni e 18 per gli over. In pratica; se fin qui si poteva contare su due anni di cig più la mobilità (2 anni per gli under 50, tre per gli over, totale: 4 o 5), alla fine del «periodo di transizione» da qui al dicembre 2015 resterà soltanto un misero anno (massimo un anno e mezzo per gli anziani). 

Ma, almeno, è stato dato un reddito di continuità ai precari? In teoria sì, ma solo se hanno lavorato dodici mesi negli ultimi due anni (un sogno, per il precario medio). Altrimenti - se hai cumulato tre mesi di contributi nell'ultimo anno - ti spetta solo un «mini-Aspi», che dura la metà dei mesi per cui hai i contributi.
Sia chiaro. Il ddl è di 79 pagine; ci dovremo certamente tornare sopra.


F. Piccioni - 05/04/2012
il Manifesto

Art.18 prime reazioni alla Legge-truffa

Cremaschi “Ci saranno licenziamenti ingiusti”. L'Usb ”I lavoratori alle prese con una mannaia, saranno disincentivati dal fare ricorso contro il licenziamento”. La Cgil riunisce la segreteria “per un giudizio più approfondito”.
“Ci può essere un licenziamento ingiusto e il lavoratore resta fuori lo stesso, magari con l'indennizzo, ma fuori. Ci saranno licenziamenti ingiusti in cui non si procederà con la reintegra. Siamo in un momento di crisi e diamo la libertà alle aziende di licenziare per motivi economici, questa reintegra è irraggiungibile. Oggi è l'azienda che deve dimostrare al giudice che ha licenziato giustamente con l'onere della prova, da domani sarà invece il lavoratore che dovrà provare il carattere spropositato del licenziamento”. È questo il duro commento di Giorgio Cremaschi in diretta a Tgcom24 alla riforma del lavoro. Sul problema della crisi aggiunge: “Siamo davanti a una crisi enorme e quest'Europa dei Monti, Merkel e Sarkozy sta distruggendo l'economia continentale con aumento delle tasse e taglio dei diritti, ma nessuno esce dalla crisi”. Alle posizioni della Cisl e di Bonanni aggiunge: «La Cisl in Fiat si è messa d'accordo con la proprietà per escludere il mio sindacato, una cosa intollerante che io non avrei mai fatto”.
“A leggere le prime indiscrezioni di stampa non sembrerebbe che sia cambiata la sostanza delle cose” dicono all'Usb “Certamente l’articolo 18 continua ad essere oggetto di mercanteggiamenti, si ridurrà l’impatto della riforma sulle false partite IVA che quindi continueranno ad esserci, la questione degli esodati sembra ancora in alto mare”. Perentorio il giudizio anche sul ricorso in tribunale da parte del lavoratore licenziato “Non serve essere degli esperti di diritto del lavoro per capire che, con questa mannaia messa alla fine del percorso, i lavoratori saranno “disincentivati” dal ricorso alla magistratura. La domanda che si dovranno porre subito sarà infatti: “prendo questi quattro soldi sicuri o vado avanti rischiando di perdere tutto?".
Intanto si riunisce oggi la segreteria della Cgil, convocata dal leader Susanna Camusso, per esprimere una prima valutazione dell'articolato del ddl presentato ieri dal governo. Una prima analisi a tutto campo, che dedicherà spazio sopratutto alle novità sull'articolo 18 ed ai licenziamenti per motivi economici, al termine della quale non è esclusa la prossima convocazione del direttivo della confederazione per un giudizio più complesso e approfondito. 


S. Porcari - 05/04/2012
Contropiano

Appunti sulla nuova riforma del Lavoro

Non parlerò di diritto del Lavoro.
Parlerò di riforma del Lavoro.
Ciò perché il diritto del Lavoro non è più tale su due fronti.
Quello del diritto in quanto diritto al lavoro, ed in quanto diritto che regolamenta le tutele per la parte contraente più debole, il lavoratore.
Invece possiamo parlare di lavoro, perché essendo il diritto fortemente limitato quindi inconsistente, sussiste tutta la regolamentazione che riguarda l'entrata e l'uscita dal mercato del lavoro.
Appunto, mercato del lavoro.
Dove il datore di lavoro non è più padrone ma imprenditore, dove il lavoratore è semplicemente merce.
Sì, merce.
L'operazione distrazione articolo 18 è riuscita.
Da un lato sono riusciti a rompere il tabù. L'articolo 18 si può modificare.
Così è stato.
Dall'altro lato parlando solo di articolo 18 nessuno si è soffermato sul vero corpo della riforma.
Eppure ben dal 23 marzo il testo in forma grezza era già a disposizione.
Si anticipava ciò che ora ha trovato piena affermazione.
I Sindacati che hanno trattato, perché hanno trattato, non potevano non sapere.
Solita operazione teatrale.
Si raggiunge l'accordo, si mette in scena un finto conflitto con la minaccia di uno sciopero generale, a fine maggio, che difficilmente verrà effettuato, ma l'accordo era probabilmente stato raggiunto.
Non ho prove.
Però, Pasolini direbbe io so.
Perché è così che funziona la politica.
E' così che funziona questo sistema.
Tetro e teatrale.
Mi soffermerò su alcuni aspetti della riforma del mercato del lavoro.

Il Ministro Fornero afferma: "Noi speriamo che la modalità tipica sarà il lavoratore dipendente a tempo indeterminato"
Già, parole.
Infatti, la normativa che disciplina il rapporto di lavoro a termine e terminale per una vita di speranza e progettualità per i lavoratori affermava: Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato.
Ora verrà sostituito da questo nuovo periodo: “Il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro” 
Non più regola, ma forma comune. 
Altra questione, la norma originaria prevedeva l'apposizione di un termine alla durata del contratto di lavoro subordinato a fronte di ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro.
La nuova norma prevede che per i primi sei mesi di rapporto di lavoro a termine non sia prevista alcuna causale specifica. Già quelle causali che spesso determinavano la nullità del contratto e la conversione in tempo indeterminato.
Come dire per i primi sei mesi vi sarà una sorta di zona franca ove ogni cosa è possibile.
Viene incrementata la possibilità di continuare il rapporto di lavoro oltre la naturale scadenza, ovvero si passa dal ventesimo giorno, al trentesimo giorno, e dal trentesimo giorno al cinquantesimo giorno, oltre il quale, nel primo caso per rapporto di lavoro inferiore ai sei mesi, nel secondo caso superiore ai sei mesi, si può considerare a tempo indeterminato.
E qualcuno ha anche il coraggio di dire che si sostiene il tempo indeterminato quando in realtà si amplia la possibilità di ricorrere al tempo determinato.

Tra le altre cose che devo segnalare è un fatto a dir poco grave.
Nel rapporto di somministrazione, di norma e per norma, l'utilizzatore é obbligato in solido con il somministratore a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi e i contributi previdenziali.
Questa era una importante garanzia per il lavoratore.
Ora tale disposizione è semplicemente abrogata.
Via, eliminata, troncata.
Avevano detto che avrebbero ridotto le forme contrattuali.
In realtà l'unica che verrà abrogata è solo quella relativa al contratto di inserimento.
Le altre permangono.


Si introduce nel contratto a chiamata l'obbligo per il datore di lavoro ,prima dell’inizio della prestazione lavorativa, di comunicare la durata con modalità semplificate alla Direzione territoriale del lavoro competente per territorio, mediante fax o posta elettronica certificata. 


Si innalza il rapporto tra apprendisti e lavoratori qualificati dall’attuale 1/1 a 3/2; perché quello che vogliono è una forma di apprendistato duratura, che parte fin dall'età di 15 anni, e si riformano totalmente gli ammortizzatori sociali.
Devo in tal senso evidenziare che i dipendenti pubblici a tempo indeterminato non avranno diritto, in caso di licenziamento, all'ASPI, poichè l'ASPI, comprende tutti i lavoratori dipendenti, ivi compresi gli apprendisti e i soci lavoratori di cooperativa che abbiano stabilito, con la propria adesione o successivamente all'instaurazione del rapporto associativo, un rapporto di lavoro in forma subordinata, ai sensi dell’articolo 1, comma 3, della legge 3 aprile 2001, n. 142, ma eslcude i dipendenti a tempo indeterminato delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.
Forse qualcuno si è dimenticato che i lavoratori pubblici a tempo indeterminato possono essere licenziati, questo era lo spirito della Riforma Brunetta, spirito che ha preso forma e consistenza.
Sui licenziamenti si è già detto tanto, l'articolo 18 è stato solo un pretesto.
In Italia è sempre stato poco applicato, sia per i tempi enormi della giustizia che per altre ragioni strettamente connesse alle varie situazioni lavorative.
L'unica cosa positiva che intravedo è solo l'aver previsto un rito veloce per il processo in caso di licenziamento, ma per fare ciò era necessario attaccare l'articolo 18?
No.
L'articolo 18 è stato colpito.
Ma è stato anche un pretesto per modificare in meglio per i datori di lavoro, in peggio per i lavoratori, il mercato del lavoro.
Ed ora rispolverò qualche vecchio testo del diritto del lavoro, ove il diritto era diritto.
Per ricordarmi che in verità il diritto del lavoro è esistito e non è stato solo un mio dubbioso pensiero.
La lotta potrebbe determinare il diritto, dovrebbe scrivere il diritto.
Ma non in questa epoca, non in questa società, ove l'unico processo rivoluzionario in atto è solo quello capitalistico.
Tra un Monti bis o futuro Presidente della Repubblica, ed una politica sospesa, forse per sempre, si continua ad andare avanti, per arrivare dove non so ben dirlo.
Sì, andiamo avanti per non rimanere fermi.
Ma forse fermarsi anche per pochi attimi, e riflettere su quello che ora accade, riflettere sul perché in questo Paese sono morti uomini e donne per liberarci da una dittatura, sarebbe utile. Uomini e donne che hanno lottato per la liberazione, non sono certamente morti, e ripeto morti, per vederci finire in altra dittatura, mascherata dalla democrazia, mascherata da una crisi sempre più anomala sempre più invasiva, sempre più limitativa dei diritti sociali concessi o forse conquistati in un sistema che non avrebbe più modo di esistere, eppure esiste e resiste.
Fermi tutti.
Riflessione immediata.



M. Barone - 05/04/2012
http://baronemarco.blogspot.it

martedì 3 aprile 2012

Tutti esodati con la controriforma del lavoro. Via il governo dei licenziamenti

Se in una vasca ci sono tre buchi, due si tappano alla bell’è meglio e uno resta aperto, l’acqua continuerà a uscire da lì. Tutte le chiacchiere e i pasticci del Palazzo attorno all’articolo 18 si fermano sulla soglia della reintegra per il licenziamento economico. Lì il governo mantiene ferma la sua posizione: anche se il licenziamento economico è ingiusto non si rientra al lavoro. Come è evidente a tutti, ancor di più a coloro che fingono, questo è sufficiente per garantire la piena libertà di licenziamento. Soprattutto in un momento di crisi come questo. E’ evidente infatti che se mettiamo assieme i dati sulla recessione, la crescita della disoccupazione, la caduta dei mercati della produzione, basterà la sola minaccia del licenziamento economico per indurre le lavoratrici e i lavoratori a contratto a tempo indeterminato ad accettare qualsiasi condizione di supersfruttamento. La libertà di licenziamento economico rende ridicola l’affermazione che bisogna estendere i contratti a tempo indeterminato. Questi ultimi, infatti, diventano a termine più degli altri. In fondo, se vengo assunto con un contratto a termine c’è l’obbligo per chi mi assume di mantenermi fino alla scadenza. Con il licenziamento economico il contratto a tempo indeterminato può scadere in qualsiasi momento, appena ci sono delle difficoltà dell’azienda oppure una ristrutturazione, oppure un cambio di reparto, oppure un cambio di mansione. Cioè, il contratto a tempo indeterminato, diventa un contratto precario come tutti gli altri.

Questa è la sostanza della decisione che il governo è andato a vendere in Europa e nel resto del mondo, presentandola, giustamente, come una misura che rende il lavoro ancora più mercificato. Berlusconi lo diceva gualche anno fa nel suo modo volgare. Venite a investire in Italia che c’è il lavoro più flessibile e le segretarie più carine. Monti, sobriamente, dice le stesse cose. Nello stesso tempo l’Europa, nei suoi documenti riservati, ci dice che cento miliardi di tagli alla spesa pubblica e sociale, nonché di tasse in più, probabilmente non basteranno, vista la recessione. Dunque la crisi è destinata a continuare, proprio a causa della politica economica del governo Monti e degli altri governi europei che continuano a perseguire a tutti i costi l’austerità. 

Come abbiamo detto nella manifestazione di Milano e come dobbiamo ribadire in tutti i modi, Monti se ne deve andare. Dobbiamo mandarlo via perché il suo programma è socialmente catastrofico e proprio per questo, se perseguito, produrrà con una terribile reazione a catena le ragioni di altri interventi dello stesso segno. Quello che è successo in Grecia, dove più hai tagliato, più hai dovuto continuare a tagliare. 

Bisogna quindi cominciare a fermarli, e facciamolo allora sulla controriforma del lavoro. Partiamo da qui. Smascherando il colossale imbroglio della volontà di licenziamento, che chiude il ciclo iniziato con l’innalzamento a quasi 70 anni dell’età pensionabile. Il 13 aprile Cgil Cisl e Uil portano in piazza gli esodati truffati dal governo. Ma se passerà la controriforma del lavoro saremo tutti esodati o esodabili. Chi non sarà più coperto dalla mobilità e dalla cassa integrazione, dovrà arrangiarsi con un anno, un anno e mezzo di indennità di disoccupazione. A questi si aggiungeranno coloro che saranno licenziati uno per uno per ragioni economiche. Coloro che continueranno a subire il ricatto dei 46 contratti precari che resteranno tutti, ma proprio tutti, in vigore. Sì, questo governo affronta la crisi con i licenziamenti e, con buona pace di quanto afferma lo stesso Presidente della Repubblica, così aggrava la crisi invece che risolverla. Per questo dobbiamo continuare a scendere in piazza finché non se ne va.

Giorgio Cremaschi - 03/04/2012
Rete 28 Aprile (FIOM)