Lo sciopero è riuscito dappertutto, nonostante le difficoltà e l’attacco continuo ai diritti del lavoro e anche le debolezze nella sua preparazione. Lo sciopero ha mostrato una volontà di lotta che tocca milioni di persone. E’ un segnale importante e non scontato. Si vuole continuare, non ci si vuole arrendere, non si vuole accettare la politica economica disastrosa del governo e, assieme ad essa e corollario di essa, l’attacco ai diritti e alle libertà del lavoro condotto da Marchionne e dalla Confindustria. Chi ha scioperato, chi è sceso in piazza, lo ha fatto contro il governo, ma anche contro il padronato, senza particolari e sempre meno comprensibili distinzioni. Questo è il messaggio che viene da questa giornata. Bisogna continuare sia rispetto alle scelte del governo, sia contro l’attacco ai contratti e ai diritti. Non è all’ordine del giorno un ritorno alla concertazione ma bisogna ricostruire il potere contrattuale e i diritti del mondo del lavoro, mentre si lotta per una diversa politica economica e sociale. Il governo ieri ha fatto capire che le responsabilità della crisi sono della Confindustria. La Confindustria domani dirà che le responsabilità sono del governo. La verità è che Confindustria e governo sono solidali entrambi nella responsabilità di aver affrontato la crisi economica con il taglio ai diritti sociali, con l’attacco al contratto nazionale e con gli accordi separati, con la ricerca del massimo guadagno mentre si taglia l’occupazione. Se la crisi si è aggravata è colpa loro e delle ricette che hanno utilizzato per affrontarla. Lo sciopero è anche un segnale chiaro che non si può tornare all’unità con Cisl e Uil fino a che queste organizzazioni non cambiano strada rispetto al governo e al padronato. Tutte e tutti coloro che hanno scioperato e sono scesi in piazza hanno mandato un messaggio chiaro: si va avanti contro il governo e la Confindustria anche senza Cisl e Uil.
venerdì 6 maggio 2011
Bergamo - Bruciata bandiera cisl: dichiarazione di Simone Grisa
Non mi sento né di giudicare e né di condannare quei lavoratori che hanno bruciato una bandiera della Cisl, per questo non ho condiviso la posizione presa a maggioranza dalla segreteria della Fiom di Bergamo. Come al solito si sta facendo una tempesta in un bicchiere d’acqua. Piuttosto che affrettarsi ad accusare dei lavoratori, sarebbe più utile interrogarsi sul perché accadono episodi come questo. Perché può capitare che qualche lavoratore più esasperato bruci una bandiera in piazza; molto più grave è che una organizzazione sindacale abbia accettato le deroghe al contratto nazionale dei metalmeccanici e un segretario generale nazionale abbia rivendicato in una occasione pubblica “una cento mille Pomigliano”.
Simone Grisa
giovedì 5 maggio 2011
Cremaschi: «Dentro la Fiom e la Cgil occorre aprire un confronto approfondito»
La Fiom sta cercando di percorrere un crinale molto difficile tra una firma delle Rsu e una non-firma dell'organizzazione nazionale, ampiamente spiegata dai vertici. Ciò ha provocato un dibattito piuttosto acceso all'interno. Onestamente il problema resta. Non voglio discutere della condizione dei lavoratori, uomini in carne ed ossa che si sono trovati di fronte a una scelta drammatica. Questo voto viene usato da tutto il mondo politico per dire che i lavoratori hanno detto alla Fiom di smetterla. Questo era prevedibile anche prima. Credo che la Fiom debba discutere di tutto questo. Della sua strategia e di come siamo arrivati fino a qui.Landini sostiene che il mandato del Comitato centrale è stato rispettato.L'unica cosa che non si può dire è che tutto è uguale a prima. Alla Maserati di Modena hanno si sono detti contrari a quanto deciso alla ex-Bertone e anche da Melfi arrivano critiche alla Fiom. Landini disse dal palco del 16 ottobre "noi siamo qui non solo perché la Fiom ha detto "No" ma perché hanno detto "No" i lavoratori di Pomigliano. Allora, delle due l'una, o la firma della Rsu della ex-Bertone è la firma della Fiom e allora siamo di fronte a un cambiamento di linea, o la firma della Rsu non è la firma della Fiom. Ma in questo caso la Fiat vorrà la firma della Fiom e così saremo esattamente da capo.C'è chi ha avanzato l'ipotesi di un tratto molto "torinese" in tutta questa vicenda.L'intervista di Chiamparino sul "manifesto" mi pare penosa. Dovremo discutere in Fiom del fatto che evidentemente abbiamo giudizi molto diversi sull'operato di quel sindaco che è stato il principale aiuto di Marchionne contro la Fiom. Mi pare che la Fiom di Torino la pensi diversamente. Dopo di che c'è da discutere come andiamo avanti. Quello che è avvenuto lì è stato un arretramento. Tutto non è uguale a prima. Parlare di mossa del cavallo è una frase della burocrazia sindacale, porta sfortuna.La vicenda non la si può circoscrivere. Una Rsu ha il potere di uscire dal contratto nazionale? Questo punto non si può saltare. E' un fatto di salvaguardia dell'organizzazione.Ancora non è chiaro cosa voglia fare la Fiat.La Fiat, come fa da anni, scarica sui lavoratori quello che è l'assenza totale delle istituzioni. Chiamparino invece di occuparsi di cose sindacali dovrebbe discutere di politica industriale, di dove è veramente la testa del gruppo. E poi dovrebbe farsi spiegare come farà la Fiat a produrre le cinquantamila Maserati. La verità è che la Fiat da tempo investe sul ricatto operaio. L'operazione è sull'usura del lavoro. Marchionne aspetta che una fabbrica vada in crisi e poi colpisce. E' la tipica strategia di chi ha in testa il ricatto. Non si sa se serve a lavorare, sicuramente serve a far salire il titolo in borsa.Il 6 maggio ci sarà lo sciopero generale ma è evidente che il sindacato confederale ha mollato i lavoratori di fronte alle loro scelte...E' mancato un sindacato generaleI lavoratori si sono trovati soli con la Fiom. Non c'è dubbio che questo sciopero è affidato alla buona volontà e all'autogestione delle singole strutture. Ognuno se lo interpreta come vuole e non c'è un messaggio forte. E' diventato più uno spazio che uno sciopero generale con una sua piattaforma. E' significativo che la Cgil non abbia comunicato il raddoppio di fatto delle ore di sciopero. Ufficialmente resta di quattro ore. Un lavoro che fa il paio con quello sotterraneo di depotenziamento dello sciopero. Basta pensare alla gestione triste del primo maggio a Marsala. E poi questo sciopero è stato costruito con il freno a mano tirato. Un errore di fondo dire che si sarebbe fatto solo contro Berlusconi, senza dire che quella politica è stata totalmente condivisa da Cisl e Uil. Non si parla mai di Confindustria e di Fiat. Solo Fiom, Filcams e settore pubblico ne parlano. La mobilitazione dà valore alle singole realtà ma indebolisce il significato generale. Intanto Cisl e Uil chiedono la resa dei conti con la Fiom e dicono che è ora di farla finita. Dove vogliamo andare? Vale per la Fiom e vale ancora di più per la Cgil. Il 7 e 8 maggio ci sarà una assemblea generale di Confindustriache lancerà un messaggio chiaro ai sindacati, "accettate il ridimensionamento e insieme faremo una politica corporativa che critichi il governo sullo sviluppo". E' la versione generale del modello Marchionne. La crisi italiana resta tutta e ha una ricetta padronale, sul piano sociale, e neocentrista sul piano politico, che punta al rilancio del liberismo. Credo che la Cgil debba rompere con questa scelta.
Articolo su Liberazione di Fabio Sebastiani
mercoledì 4 maggio 2011
Sergio Bellavita: dichiarazione sulla vertenza Ex Bertone
Non c'è nessuna continuità con le scelte Fiom sulla vertenza Fiat di questi mesi e quanto accaduto alla ex Bertone. Il sindacato non può accettare che di fronte ad un ricatto pesante, scellerato come quello di Marchionne non ci sia nessuna alternativa perseguibile. Occorreva, così come accaduto a Pomigliano e Mirafiori, contrastare Fiat sul terreno politico, sociale. Smascherare e denunciare il carattere eversivo, spregiudicato e arrogante dell'ad Fiat Marchionne. Costruire cioè una vertenza ben più larga della sola dimensione della fabbrica di Grugliasco, coinvolgendo, vista la portata dell'offensiva Fiat, i lavoratori e le lavoratrici metalmeccanici/che tutti/e. I lavoratori e le lavoratrici hanno espresso con il si la loro autodifesa e a loro va la nostra totale e incondizionata comprensione e vicinanza. Ora, con il pesante esito della vicenda ex Bertone, la Fiom, il suo gruppo dirigente, è chiamato ad una riflessione profonda, nè retorica, nè liquidatoria. Riconoscere limiti e sconfitte è indispensabile per correggere una linea sindacale che, in tutta evidenza, non è riuscita a produrre alla ex Bertone la stessa straordinaria resistenza operaia di Pomigliano e Mirafiori ai diktat di Marchionne.
Sergio Bellavita, segretario nazionale FIOM
martedì 3 maggio 2011
QUANDO IL SINDACATO SI RIDUCE A STRUMENTO DELLA POLITICA
La Rsu FIOM-CGIL di Trieste desidera rendere pubblico l'atteggiamento di subalternità nei confronti della politica da parte delle Rsu FIM, UGL e UILM dell'Insiel. Tali rappresentanze sindacali, infatti, organizzano un incontro con alcuni candidati sindaci (Antonione, Bandelli, Cosolini, in quanto da esse ritenuti i più rappresentativi) nella giornata del 6 maggio 2011 (lo stesso giorno in cui si svolgerà lo sciopero generale della CGIL), utilizzando per questo evento le ore di assemblea retribuita che solitamente sono destinate alle problematiche dei lavoratori.
lunedì 2 maggio 2011
Il servilismo è la piaga che affligge il paese. Perché siamo a disposizione del padrone di turno
In nessun paese la piaga del servilismo è prospera come da noi. Grazie anche ai comportamenti di questo governo e alla cultura che passa attraverso dei media sempre più asserviti È il trionfo della sistematica rinuncia alla propria dignità. Ma la voglia di affermarla torna a farsi strada nelle lotte che animano la scena sociale. La piaga che affligge il paese è il servilismo. Non è una piaga esclusivamente nostrana; è diffusa in tutto il mondo, e per ragioni strutturali che poco hanno a che fare con i "valori" propugnati da chi lo pratica. Ma in nessun paese è così pervasiva, consolidata e ostentata come da noi. Non è un fenomeno esclusivo del nostro tempo; è vecchio come il mondo. Gli antichi Greci disprezzavano gli schiavi - prigionieri catturati in guerra o comprati e venduti - perché avevano preferito servire invece di morire. Il feudalesimo - un regime da non rimpiangere, per molti versi riproposto da alcuni tratti della nostra epoca - era fondato su un patto personale che implicava l’asservimento a tutti i livelli gerarchici. Ma quella fedeltà era regolata da un codice che impegnava tanto il signore che il vassallo. Oggi invece il servilismo è "nomade": si offre di volta in volta a seconda delle convenienze: la compravendita di deputati con cui l’Italia si governa e fa mostra di sé al resto del mondo ne è una delle manifestazioni più esplicite. Ciò che caratterizza il servilismo del nostro tempo e del nostro paese è l’essere il meccanismo operativo della competitività: cioè di quella guerra di tutti contro tutti, per affermarsi a spese degli altri, che è la riproposizione - nei rapporti interpersonali, nei meccanismi di promozione sociale, negli avanzamenti in carriera, nella selezione delle classi dirigenti - della concorrenza tra imprese. Un meccanismo che costituisce il fondamento (indiscusso quanto sistematicamente disatteso) di quel "pensiero unico" che ha improntato di sé la nostra epoca fin nei più reconditi e inesplorati recessi del nostro pensiero; anche quando siamo convinti di esserne immuni. Il servilismo è la ricerca di un’affermazione personale - anche minima, anche irrisoria; solo a volte ben remunerata - a spese della propria autonomia. Cioè, non in base a quello che siamo, o ci sforziamo di essere, o abbiamo acquisito col tempo e a fatica; bensì rinunciando a tutte queste cose; mettendoci "a disposizione" del padrone di turno. Pronti non a sviluppare un nuovo modo di pensare - benvenga!- ma solo a passare a un diverso padrone, che ci dirà lui che cosa possiamo e dobbiamo "pensare". Il servilismo è la rinuncia sistematica e volontaria alla propria dignità.
Al servilismo è strettamente legato il razzismo, anch’esso dispiegato, feroce e ostentato in tutte le sue sfaccettature oggi più mai. Il razzismo è la rivendicazione di un rango, anche infimo, legato alla nascita, al proprio territorio, alla propria lingua, alle proprie abitudini, alla propria appartenenza a un "corpo sociale": un simulacro di una "dignità" affidata a una dimensione fantastica proprio da chi si sente schiacciato e perdente in un contesto dominato dalla competizione; costretto a "farsi servo" per cercare di conservare il proprio status. Il razzismo alligna sempre, in qualche forma sopita, dentro ciascuno di noi, ma si sviluppa - ce lo ha mostrato Zigmund Bauman fin dai tempi di Modernità e Olocausto - solo quando è fomentato e coltivato dall’alto, come compensazione delle frustrazioni di un’esistenza precaria.
Ma che cosa ha reso il servilismo così prospero e diffuso nel nostro paese? Che cosa ci ha portato a cadere così in basso? Certamente, qui più che altrove, c’è stata una carenza di difese immunitarie; un deficit di presidi culturali (in senso antropologico e non elitario) che ha travolto tutta la società come una valanga che si ingrossa rotolando. Si tratta di un processo sicuramente promosso dall’alto: dai comportamenti di questo governo, dalla cultura che esprime attraverso mass media sempre più asserviti; da meccanismi di selezione di ministri, deputati, governatori, consiglieri, dirigenti politici, manager, banchieri, giornalisti e direttori di media e istituzioni, ai quali non sono stati e non sono certo estranei partiti, forze e culture della vera o presunta opposizione.
Ma quei presidi sono affondati, o - auspicabilmente - hanno imboccato un percorso carsico, anche per un processo che nasce "dal basso"; per responsabilità di molti di noi. Perché la rivendicazione della propria dignità, che quarant’anni fa aveva caratterizzato un intero decennio di lotte, di maturazione, di orgoglio di sentirsi protagonisti, di "presa di parola" da parte di persone che non l’avevano mai avuta, è stata per anni associata agli esiti fallimentari di quella stagione di cui molti di noi portano la responsabilità: un fardello che nessuno, o quasi, dei protagonisti di allora si è sentito di caricare sulle proprie spalle; o lo ha fatto in sordina, lasciando a pochi, e non certo ai più attrezzati, l’onere di rivendicare il carattere "formidabile" di quegli anni.
La dignità, la ricerca e la conquista di una propria autonomia personale all’interno di un processo condiviso, azzerando le disparità e le gerarchie che ne ostacolano la realizzazione, è il grande contenuto che aveva accomunato le rivolte studentesche del ’68 contro l’autoritarismo nelle scuole, nell’università, nelle istituzioni e nella società, con l’insubordinazione e la presa di parola degli operai nelle fabbriche, contro le discriminazioni, le gerarchie e i meccanismi di imposizione del servilismo propri dell’organizzazione - allora "fordista" - del lavoro. Un contenuto che si era andato via via diffondendo in tutti i gangli della società: carceri, magistratura, esercito, polizia, quartieri, redazioni; per spianare poi la strada al femminismo degli anni ’70, che in qualche modo aveva coronato, e anche concluso, quel processo.
Ed à proprio quel contenuto di fondo - premessa di ogni altra rivendicazione sostanziale, o di ogni progetto condiviso di trasformazione dei rapporti personali e sociali - quello che, a quarant’anni di distanza, i vari detrattori del "sessantotto" (ultimo in ordine di tempo, dopo Tremonti, Brunetta, Gelmini, Giovanardi & Co, si è ora aggiunto il ministro Sacconi) non riescono ancora e non riusciranno mai a capire; perché è del tutto estraneo al loro modo di vivere e pensare; e, per dirla tutta, al modo in cui hanno fatto carriera. Ma è anche un contenuto che molti di noi, se sufficientemente anziani, hanno dimenticato, o fatto o lasciato dimenticare; e, se più giovani, non hanno mai o quasi mai avuto l’occasione di sperimentare all’interno di un processo condiviso.
Oggi la voglia di affermare la propria dignità, la legittimità dei propri desideri, delle proprie aspirazioni, dei propri sforzi, ritorna con forza a farsi strada all’interno di molti dei processi di lotta o di resistenza che animano la scena sociale: e non solo da noi, ma anche, e molto di più, in paesi vicini da cui da troppo tempo avevamo colpevolmente distolto lo sguardo. In tutti i casi - i movimenti nostrani come le rivolte di altri popoli - si tratta di un fenomeno che va salutato con rispetto e accolto con gioia.
Si discute molto in questi mesi, soprattutto a proposito delle nuove generazioni, di una "scomparsa del desiderio" legata alla dissoluzione della figura del padre e del senso del limite che essa impone. Chi ha avuto occasione per motivi professionali di osservare da vicino questo fenomeno è certo attrezzato a parlarne con cognizione di causa.
Ma visto dall’esterno, e con diversità lessicali in cui si rispecchiano approcci tra loro distanti, l’impressione che si ricava da questo dibattito è quella di una distorsione ottica. Più che prodotto dalla ricerca di un godimento illimitato indotta dal consumismo, la "scomparsa del desiderio" sembra manifestarsi, per lo più, come uno stato di depressione provocato da un mondo senza sbocchi diversi dal servilismo.
È difficile, infatti, desiderare di farsi servi; anche se molti lo fanno: soprattutto per mettersi in grado di poter a loro volta asservire altri. Ma nella rivendicazione della dignità che torna a fare capolino come evento dirompente nei movimenti di questo periodo c’è la potenzialità di una reazione e di una "cura" della depressione, propria di un mondo senza sbocchi.
di Guido Viale (da "Il Manifesto" - 28 aprile 2011)
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