mercoledì 29 settembre 2010

Tassazione agevolata lavoro notturno: risposte

L'Agenzia delle Entrate ha comunicato ufficialmente che la gestione dei rimborsi per lavoro notturno sono spostati nel modello CUD 2011 e dunque nel 730/2011.

Il datore di lavoro dovrà indicare nel CUD/2011 le somme erogate nel 2008 e 2009, oltre ovviamente alle somme del 2010.

Come ha sostenuto la CGIL in questi giorni, per le decisioni che stava maturando l'Ufficio delle Entrate, si sarebbe dunque rivelato inutile e costoso per i lavoratori fare la dichiarazione integrativa.

CGIL FRIULI VENEZIA GIULIA

Area Programmatica “La CGIL che vogliamo”: il futuro Movimento Anticapitalista italiano? di Eugenio Orso

Venerdì 24 settembre ho partecipato alla costituzione dell’Area Programmatica “La CGIL che vogliamo” in provincia di Trieste, città in cui lavoro e in cui risulto uno dei tanti tesserati Fiom.
L’incontro fondativo dell’Area è avvenuto di pomeriggio, nella Casa del Popolo [ebbene sì, le Case del Popolo esistono ancora, pur non essendo esattamente quelle dei tempi “arcadico-guareschiani” di Peppone e Don Camillo] in quel di Borgo San Sergio alla periferia di Trieste.
Le componenti sindacali presenti in loco, con prevalenza di membri dei direttivi, erano quelle solite dei metalmeccanici Fiom, della Funzione Pubblica e dei bancari all’interno della CGIL – coloro che hanno sostenuto la mozione congressuale numero due, per intenderci, in contrapposto alla CGIL burocratico-formale e “attendista” di Guglielmo Epifani – ma l’incontro era aperto a tutti i lavoratori interessati, senza preclusioni di sorta, così come dovrebbe essere quando si cerca di “riattivare” in situazioni sociali difficili l’efficacia dell’azione sindacale, e di estendere la base del consenso a tutta l’area del lavoro dipendente, intellettuale e materiale, impiegatizio e operaio, pubblico e privato, sfruttato e ri-plebeizzato da questo capitalismo con l’evidente complicità della politica “ufficiale” e del sindacalismo giallo.
Atteso in apertura dei lavori l’intervento di Giorgio Cremaschi, che personalmente si pone come uno fra i tanti fondatori dell’Area, ma che molti militanti riconoscono spontaneamente [è inutile negarlo perché in questo non c’è niente di male] come la figura di riferimento, e un vero leader, in un clima di libertà di pensiero e di critica che in futuro dovrà caratterizzare l’Area Programmatica ed estendersi a tutta la CGIL.
Quando le situazioni diventano difficili e i passaggi da affrontare sono passaggi storici, come accade oggi in Italia, gli aspetti burocratici e l’ordine gerarchico, se d’ostacolo all’elaborazione del nuovo e al cambiamento, si possono superare più facilmente, e la costruzione del nuovo, alla quale tutti sono chiamati a partecipare prescindendo dalle posizioni gerarchiche precedenti, non può che essere frutto di un’azione collettiva, in cui ogni singolo attore è importante, ed in cui pesa il libero contributo di ciascuno.
Abbiamo alle spalle quasi un trentennio di attacchi mirati al lavoro, di de-emancipazione, di manipolazioni giuslavoristiche orientate alla precarietà e alla demolizione delle garanzie pregresse, di privatizzazioni selvagge, di “liberalizzazioni” devastanti e di svendite al grande capitale del patrimonio pubblico.
Abbiamo alle spalle decenni di spostamento di quote sempre più ingenti del prodotto sociale dal Lavoro al Capitale, e di autentica e impoverente “oppressione finanziaria”, in nome di quella libera circolazione dei capitali [e delle merci, molto meno delle idee e delle persone] che è nota ai più con l’espressione di “globalizzazione neoliberista”.
Tutto questo è avvenuto sotto l’egida del Libero Mercato e della Società di Mercato, della Libertà di Iniziativa Economica quale unica libertà oggi riconosciuta e del Diritto alla Proprietà Privata, spacciato come diritto naturale che, di fatto, sta cancellando tutto il resto, e fra un po’ schiaccerà non soltanto il sacrosanto diritto al lavoro e ai mezzi di sussistenza, ma anche lo stesso diritto alla vita.
A ciò aggiungiamo pure le imposizioni di quella che è stata recentemente definita la “Globalizzazione senza veli”, fondata su una divisione internazionale del lavoro sempre e comunque penalizzante per i lavoratori e sull’asprezza di una concorrenza portata all’estremo, che presuppone la demolizione completa delle garanzie sociali in nome di produttività, efficienza e aumento dei volumi delle esportazioni.
Ma quale è oggi la reale situazione economica e sociale del paese, dopo le promesse di “modernizzazione” in cambio della rinuncia progressiva alle garanzie sociali?
Quali benefici ha ricavo dallo sviluppo di questi processi, imposti autoritariamente nel quadro di una democrazia liberale di facciata e della “piccola politica” fiancheggiatrice, la grande maggioranza della popolazione italiana?
I panorami sociali che abbiamo davanti, le stesse prospettive future di medio periodo sono desolanti e riportano, in prima approssimazione, alle asprezze del capitalismo della prima rivoluzione industriale sette-ottecentesca, con l’esaltazione delle libertà allora “borghesi” e la contestuale negazione dei diritti del lavoro dipendente e subordinato, come ha messo bene in rilievo Cremaschi.
In pratica, sempre secondo Giorgio Cremaschi, siamo arrivati all’assurdo che l’”opposizione” politica ufficiale [Pd, IdV, girotondini, popoli viola ed altri], si mobilita in grande stile nella difesa “libertà di stampa” e di espressione contro il monopolio governativo-berlusconiano, e poi trascura, sottostima o finge di non vedere le grandi questioni sociali e del lavoro poste dall’azione della Fiat in Italia, da Termini-Imerese in avanti, fino a Pomigliano a Melfi, rendendosi complice dei misfatti di questo capitalismo.
Un po’ come la borghesia francese ed europea sette-ottocentesca, che difendeva a spada tratta la cosiddetta Liberté de la Presse, ossia la libertà di espressione e di stampa, quale libertà fondamentale garantita all’astratto individuo di matrice liberale, e nel concreto ad una ristretta minoranza di privilegiati, ma ignorava ipocritamente le terribili condizioni di vita e lo sfruttamento di tutti coloro che vivevano negli slums delle prime “città industriali”, i proletari, gli operai di fabbrica, i minus habentes del tempo.
All’inclusione capitalistica e alla tradizionale irreggimentazione nella fabbrica, pur in presenza di estorsione del plusvalore, si sostituisce sempre più spesso l’esclusione capitalistica, ossia l’espulsione dai rapporti concreti produzione, che può valere, nei nuovi contesti sociali e culturali del capitalismo del terzo millennio, l’espulsione da tutti i rapporti sociali.
Restando all’interno dell’unico grande sindacato che ancora non ha svenduto la pelle dei lavoratori alla Confindustria, al governo, alla “piccola politica”, a differenza della CISL, della UIL e della UGL ormai perdute, è perciò necessario ed urgente promuovere una vera e propria Area di Resistenza Anticapitalistica, non soltanto per una difesa “statica” dei diritti acquisiti, ma soprattutto per elaborare una nuova proposta, che contrapponga alla visione assolutistica “liberoscambista” un altro modello di società, un’altra concezione dello sviluppo, delle relazioni industriali e complessivamente dei rapporti sociali.
Un’Area che deve nascere, nelle contingenze storiche attuali, in primo luogo dal consenso e dall’azione delle forze di base, pur suscitati dalle iniziative della parte più responsabile ed avanzata della dirigenza sindacale.
Un’Area che non intende permettere, come già in precedenza la Rete 28 Aprile ma con un respiro più ampio e con maggior efficacia, una deriva da parte della CGIL che semplicemente la “faccia rientrare nel grande gioco” al massacro del Lavoro, assieme alla CISL e alla UIL, assumendo un ruolo puramente testimoniale nel ratificare la sconfitta finale dei lavoratori, quale suggello di una lunga stagione di compressione dei diritti e di impoverimento materiale e culturale.
Ed in effetti, questo è stata la sostanza del messaggio lanciato da Giorgio Cremaschi in apertura del dibattito, ripreso poi dal segretario provinciale della CGIL triestina Antonio Saulle, di provenienza Fiom, e da molti altri partecipanti intervenuti nel dibattito.
Cremaschi ha citato Bruno Trentin, il quale, a suo dire, ha fatto cose buone e meno buone nel periodo in cui era alla guida della CGIL, ma certo ha compreso la differenza sostanziale fra un sindacato costituito da veri delegati dei lavoratori ed uno costituito da “fiduciari”, i quali sostanzialmente hanno la funzione di trasmettere alla base le decisioni dell’alta dirigenza, di bloccare qualsivoglia contestazione e qualunque iniziativa sgradita ai vertici.
L’Area vuole evitare che accada in CGIL ciò che accade regolarmente nella CISL, prototipo del sindacato giallo composto unicamente da “fiduciari”, in cui di recente, nonostante una prima adesione delle RSU Fim agli scioperi contro la Fiat vi è stata poi l’improvvisa ritirata, in seguito all’attivarsi della catena di comando e di trasmissione ordini, attraverso la quale l’impresentabile Bonanni [che forse già pregusta la presidenza dell’INPS dopo la scadenza del mandato sindacale, quale premio concessogli dal padrone] ha telefonato in Fim imponendo ai “fiduciari di bloccare l’agitazione, disposizione che gli stessi hanno diligentemente eseguito bloccando la partecipazione dei tesserati alle agitazioni.
Cremaschi, e assieme a lui tutti quelli che hanno aderito all’Area, vuole evitare, attraverso l’azione sindacale e politica concreta, che la CGIL “rientri nei ranghi” sistemici a testa bassa, trasformandosi in un “sindacato dei fiduciari”, in una copia della UIL, o ancor peggio della CISL.
Ma la prassi delle disposizioni calate dall’alto spesso si combina con le mancate consultazioni della base.
La nuova Area fondata sulla partecipazione e la libertà d’iniziativa, non vuole che in futuro la CGIL accetti condizioni contrattuali capestro senza consultare i lavoratori, tesserati e non tesserati, in una deriva tipica di CISL e UIL che temono il voto dei diretti interessati e decidono in totale spregio della democrazia sindacale.
In questi ultimi tempi, il sindacalismo giallo dei “fiduciari” ha sempre rifiutato le consultazioni che coinvolgono tutti i lavoratori, in occasione dell’approvazione di piattaforme ed accordi importanti, ed ha mistificato producendo i risultati [in qualche caso “bulgari”] di non ben definite “consultazioni” fra i soli iscritti.
E’ in ballo anche la stessa concezione di sindacato, che dovrebbe rappresentare tutti i lavoratori, e non operare come un “centro di assistenza e servizi” per i soli iscritti, gerarchizzato e in mano ai “fiduciari”.
Non è certo un caso se il punto quattro del documento congressuale e programmatico “La CGIL che vogliamo” rivendica che «Tutta l’azione sindacale deve essere fondata sulla democrazia, cioè sul diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a scegliere chi li rappresenta e a decidere con il voto segreto sulle piattaforme e sugli accordi».
L’emarginazione della CGIL, che non si è piegata ai ricatti operati da Confindustria e Fiat, con la compiacenza ed il supporto del governo Berlusconi e l’acquiescenza di un’opposizione parlamentare “di facciata”, non ha però ancora prodotto una reazione adeguata da parte del maggiore sindacato italiano, a causa dell’affermazione al suo interno di una linea di maggioranza prudentemente attendista e ben poco incisiva sul piano della lotta.
Il primo e più ovvio obbiettivo dell’Area, dopo la necessaria formalizzazione della sua esistenza nella CGIL, sarà quello di fare opera di sensibilizzazione, in particolare fra gli iscritti ed i rappresentanti di base nelle aziende, per riuscire a conquistare la maggioranza dei consensi ed operare l’attesa svolta.
Per tale motivo non vi sarà, come ha assicurato Giorgio Cremaschi, un particolare interesse per l’entrata nel futuro direttivo nazionale, quando la Camusso succederà all’uscente Epifani, nel segno di una probabile continuità con la mozione di maggioranza che ha prevalso nell’ultimo congresso.
Anzi, essendo prioritario l’obbiettivo di cambiare l’unico sindacato rimasto in Italia, quale ultimo baluardo di milioni di lavoratori pubblici e privati, ci sarà piuttosto il netto rifiuto di un compromesso in cambio di “posti” nel direttivo.
Per non duplicare le strutture e superare la gerarchizzazione presente nelle federazioni, chi è già membro di un direttivo, di categoria o confederale, ed ha potere esecutivo nell’organizzazione, non necessariamente dovrà esserlo nell’Area, e le iniziative potranno partire da qualunque aderente, se condivise.
Del resto, il documento programmatico noto come mozione congressuale numero due, al punto 5 sottolinea l’irrinunciabilità della pratica della democrazia «che i dirigenti dell’organizzazione a tutti i livelli devono considerare un dovere assoluto nei propri comportamenti», anteponendo la democrazia sindacale quale pratica prioritaria dell’organizzazione a forme di centralismo verticistico.
Cremaschi non ha certo lesinato critiche all’attuale “gestione” Epifani, che oltre ad attendere una chiamata per ricostituire l’unità sindacale, possibile oggi soltanto aderendo alla linea collaborazionista di CISL e UIL, attacca l’esecutivo in carica e si “dimentica” di attaccare la Confindustria, che tanti colpi sta infliggendo ai lavoratori, ultimo dei quali la denuncia dell’accordo del 2008 con i metalmeccanici, siglato, guarda caso, anche dalla Fiom-CGIL.
E’ necessario comprendere da dove vengono i colpi, chi è il Nemico, e dirlo chiaramente ai lavoratori, perché altrimenti si potrebbe pensare che caduto il governo Berlusconi [come tutti noi ci auguriamo], finita la fase del berlusconismo che ha funestato quasi un ventennio della storia d’Italia, liquidati con qualche “buonuscita” Sacconi, Brunetta e Tremonti, tutto andrà a posto, e cesserà come per incanto l’attacco al contratto nazionale e al Lavoro in generale, mentre così non sarà, perché non è nelle intenzioni né della Marcegaglia né del suo compare Marchionne recedere, e interrompere l’attacco finale ai diritti dei lavoratori.
Per questo è necessario conquistare in futuro la maggioranza, all’interno della CGIL, e scioglierla definitivamente, come ha detto senza parafrasi Giorgio Cremaschi, dall’”abbraccio” del Pd.
E’ un po’ l’abbraccio del morto che trattiene il vivo ed impedisce l’affermarsi del nuovo, in una libera interpretazione della celebre espressione di Karl Marx in lingua francese «le mort saisit le vif».
Infatti, l’abbraccio del Pd potrà rivelarsi mortale, se farà scivolare l’unico sindacato rimasto lungo la china dell’accettazione passiva delle presenti dinamiche, imponendogli di assumere un ruolo minore di servizio e assistenza ai lavoratori, ormai rinchiusi in quel “recinto” che prospettano per loro la Confindustria, il governo Berlusconi-Lega [la Lega delle “gabbie salariali”, per intenderci] ed a parere di chi scrive lo stesso Pd acquiescente.
A questo riguardo mi sento di richiamare le parole di Bruno Trentin, citato da Cremaschi, il quale meglio di tanti altri ha stigmatizzato il “trasformismo politico” delle varie componenti della sinistra italiana contemporanea «alla ricerca di un “apriti Sesamo” che schiuda loro la strada dell’accesso nel club delle classi dirigenti», con il triste risultato che «sono entrate a far parte delle innovazioni "riformiste" della sinistra, di volta in volta, la riduzione dei salari per i nuovi assunti, la flessibilità del lavoro senza la sicurezza di una impiegabilità attraverso la formazione, la monetizzazione dell’articolo 18, il taglio delle pensioni di anzianità, senza riflettere sulle cause, tutte italiane, dell’esplulsione dal mercato del lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori anziani, condannandoli alla disoccupazione in attesa delle pensioni» [Bruno Trentin, Il pericolo del trasformismo, L’Unità, novembre 2003].
Cremaschi e l’Area vogliono, in poche parole, abbattere attraverso l’azione politica e sindacale il “recinto” che dovrebbe imprigionare i lavoratori nel prossimo futuro, sventando la manovra confindustriale di Marcegaglia e del suo vice Bombassei, e rispondendo adeguatamente, in termini di lotta concreta, ai “blitz” di manager globalisti come Marchionne.
Se la lotta di classe è oggi una prerogativa dei soli padroni, che la fanno contro il Lavoro, ed è interdetta ai lavoratori che devono soltanto subirla, pena l’accusa di fomentare “l’odio di classe” e la sovversione, ecco un’espressione che dovrà tornare in uso, in un contesto sindacale maggiormente dialettico, a fronte di azioni di lotta dure ed incisive, se necessario, che possano avere qualche efficacia e portare a casa qualche risultato concreto.
Una nuova stagione di lotta sembra l’unica via praticabile per opporsi efficacemente alla guerra globalista scatenata dai Marchionne e dai gruppi di dominio della Global class, che mettono l’uno contro l’altro, in un mortale gioco al ribasso dei salari e dei diritti, i lavoratori italiani, quelli tedeschi, quelli polacchi, quelli serbi, un po’ come gli imperialismi dello scorso millennio aizzavano l’uno contro l’altro i popoli nelle loro sanguinose guerre elitistiche.
E’ chiaro che una CGIL “ingessata” e attendista, sulle posizioni di Epifani e della Camusso, non può e non potrà affrontare le grandi sfide che questa autentica svolta di Evo drammaticamente ci impone, ma potrà soltanto cedere alle pressioni e “rientrare nel gioco” a capo chino, rinunciando alla sua storia e lasciando soli le lavoratrici e i lavoratori.
La mia personale speranza è che l’Area non si areni nelle secche del burocraticismo, del verticismo e dell’insufficiente partecipazione di base, ma riesca a sviluppare programmi nuovi, estendendo progressivamente le sue competenze e la sua influenza oltre i confini sindacali.
La “piccola politica” sistemica [per usare un’espressione gentile] ha prodotto programmi politici fotocopia, si è sottomessa agli interessi sovrani d’oltre oceano, di natura finanziaria e ultra-liberista, ha supportato le manovre de-emancipatrici dell’industria decotta che spesso si nutre di denaro pubblico [leggi Confindustria, Fiat], ha tollerato la grande e la piccola evasione fiscale e contributiva ed ha fatto pagare il conto di tutto ai lavoratori, ai pensionati, alle giovani generazioni.
Ma questa politica ha fatto di peggio, contribuendo a diffondere nel paese insicurezza, degrado, impoverimento culturale, illegalità ad ogni livello della scala sociale, che costituiscono i lasciti reali, per le classi subalterne, della cosiddetta società di mercato e del liberismo economico globale.
L’accusa non va rivolta esclusivamente all’attuale maggioranza di governo, ma va estesa a tutta l’area della politica sistemica, se è vero che durante lo sviluppo della vicenda Fiat, con minacce di chiusure di stabilimenti e di denuncia del CCNL metalmeccanici, i pidiessini discutevano di questioni quali l’opportunità di chiamarsi vicendevolmente “compagni”[!] nei loro inutili consessi, disinteressandosi bellamente dell’emergenza sociale che stava montando.
Ancor peggio dei bizantini nel quindicesimo secolo, quindi, che discettavano su questioni di natura teologica – un po’ più rilevanti e raffinate di quelle che interessano la nomenklatura del Pd – mentre gli Ottomani erano già sul Bosforo …
I territori abbandonati al degrado culturale e sociale dalla piccola politica, che vive nelle dimensioni del privilegio e si pone al servizio dei grandi interessi, sono grandi ormai quanto il deserto dei Gobi, e sono proprio questa “desertificazione” e questo abbandono che imporranno in futuro all’Area, se saprà crescere ed estendere la sua influenza all’interno della CGIL, di uscire da quelle sono le competenze storiche del sindacato per assumersi ben altre responsabilità ed oneri, diventando un vero e proprio Movimento Anticapitalista.

Grazie per l’attenzione

Eugenio Orso

Pensioni, cosa cambia La nostra guida

Per contenere la spesa previdenziale, il Governo, nella manovra finanziaria 2011/2012, con il decreto legge n. 78/2010 ha modificato, a partire dal prossimo anno, il regime delle decorrenze delle pensioni di vecchiaia e di anzianità attualmente in vigore ed ha introdotto le finestre sulle pensioni in totalizzazione.

In sede di conversione in legge, il decreto ha subito delle modifiche e sono state introdotte ulteriori innovazioni in materia previdenziale (legge n.122/2010): applicazione delle nuove decorrenze anche sulle pensioni di vecchiaia anticipata; aumento dell'età pensionabile delle lavoratrici del pubblico impiego; innalzamento dei requisiti pensionistici in relazione alla speranza di vita; introduzione dell'onere per le ricongiunzioni dei contributi dai fondi alternativi all'Inps; aumento dell'onere per la ricongiunzione dall'Inps ai fondi esclusivi; abrogazione delle disposizioni inerenti il trasferimento gratuito della contribuzione da vari ordinamenti pensionistici all'Inps.

Di seguito si riportano le principali novità introdotte dalla manovra in materia previdenziale.


Nuove decorrenze dei trattamenti pensionistici previsti dal 2011

1) Pensioni di vecchiaia e di anzianità
Per le persone che matureranno il diritto al pensionamento di vecchiaia o di anzianità a partire dal prossimo anno, la decorrenza della pensione non sarà più disciplinata in base al tipo di trattamento (pensione di vecchiaia, con 40 anni di contribuzione, di anzianità con meno di 40 anni di contributi), ma verrà unificata in una sola finestra, detta “mobile” o a “scorrimento”.

Infatti, a partire dall’anno 2011, una volta maturati i requisiti anagrafici e/o contributivi, il trattamento pensionistico decorrerà trascorsi 12 mesi per i lavoratori dipendenti e 18 mesi per i lavoratori autonomi (artigiani, commercianti, coltivatori diretti, coloni mezzadri) e iscritti alla gestione separata (parasubordinati).

Le nuove decorrenze si applicheranno anche per le pensioni con 40 anni di contribuzione. Infatti, contrariamente a quanto inizialmente comunicato dal Governo non è stata prevista la salvaguardia per questi trattamenti. In questi casi, l’attesa è ancora più penalizzante considerato che l’ulteriore contribuzione versata dopo i 40 anni non viene utilizzata ai fini del calcolo della pensione.

Va sottolineato che, così come stabilito dall’art. 6, comma 2-bis, del decreto legge n. 248/2007 (convertito in legge n. 31/2008), nei casi di raggiungimento del 65° anno di età, il divieto di licenziamento nel settore privato è prorogato fino al momento della decorrenza del trattamento pensionistico. Un'analoga norma di salvaguardia, nel settore pubblico non è prevista, ma è auspicabile che venga tempestivamente definita.

In sede di conversione in legge è stato disposto che le nuove finestre si applicheranno anche alle pensioni di vecchiaia con età previste dagli specifici ordinamenti, quindi anche alle pensioni di “vecchiaia anticipata” (prevista per dipendenti invalidi all’80%, non vedenti, iscritti al fondo Volo, marittimi, minatori, ecc.).

Le nuove decorrenze opereranno anche per le pensioni di vecchiaia liquidate con il sistema di calcolo contributivo. L'impatto sugli uomini, sulle lavoratrici del pubblico impiego (per le quali dal 2012 l’età pensionabile slitterà a 65 anni) e sulle pensioni di vecchiaia totalizzate rischia di essere ancor più penalizzante poiché, andando in pensione a 66 anni (se dipendenti) o a 66 anni e mezzo (se autonomi e parasubordinati o richiedenti pensioni di vecchiaia totalizzate senza diritto autonomo a pensione), la pensione o la quota di pensione da liquidare con il sistema di calcolo contributivo sarà determinata applicando il “coefficiente di trasformazione” previsto per il 65° anno di età. La norma, infatti, non ha previsto da subito di aggiungere alla tabella dei coefficienti, quelli per gli ultrasessantacinquenni.

Per i lavoratori parasubordinati, la legge n. 243/2004 aveva disposto, per gli assicurati presso la gestione separata non iscritti ad altre forme di previdenza obbligatoria, l’applicazione delle disposizioni riferite ai lavoratori dipendenti, sia per quanto riguarda i requisiti per il diritto sia per la decorrenza della pensione. Il provvedimento, invece, include anche questi lavoratori nella decorrenza del trattamento pensionistico previsto per gli autonomi (attesa dei 18 mesi).

2) Pensioni derivanti dalla totalizzazione dei periodi assicurativi (dlgs n. 42/2006)
La norma introduce le decorrenze sulle pensioni di vecchiaia e con 40 anni di contribuzione derivanti dalla totalizzazione, applicando quelle previste per i lavoratori autonomi. La pensione totalizzata decorrerà, quindi, decorsi 18 mesi dalla maturazione dei requisiti anagrafici e/o contributivi.

La nuova formulazione, apportata in sede di conversione in legge, specifica che la finestra si applicherà solo a coloro che matureranno i requisiti dal 1° gennaio 2011.

Pertanto, una lavoratrice che perfezionerà i requisiti per la pensione di vecchiaia totalizzata (65 anni di età e almeno 20 anni di contributi) nel mese di marzo 2011, con l’attuale normativa poteva accedere al pensionamento dal 1° aprile 2011, mentre con la nuova dovrà attendere il 1° ottobre 2012: ben 18 mesi in più e a 66 anni e mezzo di età.

La decorrenza dei lavoratori autonomi è prevista anche quando si totalizzano periodi contributivi versati in fondi o gestioni da lavoro dipendente (ad esempio, Fondo lavoratori dipendenti Inps e Inpdap). In questi casi, una persona che ha svolto solo lavoro dipendente, con contribuzione versata in più fondi, viene equiparata al lavoratore autonomo, con la conseguenza di vedersi aumentare l'attesa che lo separa dalla pensione.


Lavoratori esclusi dall’applicazione della nuova decorrenza

1) Lavoratori che perfezionano i requisiti entro il 31.12.2010
Per i lavoratori che maturano i requisiti anagrafici e/o contributivi richiesti per il diritto alla pensione di vecchiaia e di anzianità entro il 31.12.2010, le finestre continueranno ad essere determinate in base alla normativa attualmente vigente, anche se l'uscita si collocherà dal 1° gennaio 2011.

Pertanto i lavoratori dipendenti, che perfezionano il diritto alla pensione di vecchiaia (20 anni di anzianità contributiva e 60 anni di età se donna; 61 anni se lavoratrice del pubblico impiego; 65 anni se uomo) o i 40 anni di contribuzione nell’ultimo trimestre del 2010, potranno accedere al pensionamento dal 1° aprile 2011. Invece, i dipendenti che raggiungono “quota 95” nell’ultimo semestre del 2010 (con almeno 35 anni di contributi ed un’età anagrafica non inferiore a 59 anni) potranno andare in pensione dal 1° luglio 2011.

Allo stesso modo, i lavoratori autonomi, con diritto alla pensione di vecchiaia (20 anni di anzianità contributiva e 60 anni di età se donna o 65 anni se uomo) o con 40 anni di contribuzione nell’ultimo trimestre del 2010, potranno accedere al pensionamento dal 1° luglio 2011. Invece, gli autonomi che raggiungono “quota 96” nell’ultimo semestre del 2010 (con almeno 35 anni di contributi ed un’età anagrafica non inferiore a 60 anni) potranno andare in pensione dal 1° gennaio 2012.

Per i lavoratori che maturano i requisiti richiesti per il diritto alla pensione in regime di totalizzazione (D.Lgs. n. 42/2006) entro il 31.12.2010 si applica la normativa in vigore fino alla predetta data: i trattamenti decorreranno dal mese successivo a quello di presentazione della domanda di pensione totalizzata.

2) Personale della scuola
Per quanto riguarda i dipendenti della scuola, è stato espressamente previsto che rimangono le disposizioni attualmente in vigore. La decorrenza continuerà, quindi, anche dopo il 2010, ad essere fissata all’inizio dell’anno scolastico o accademico (settembre o novembre) nel caso di maturazione dei requisiti entro il 31 dicembre dello stesso anno.

3) Lavoratori in preavviso al 30.6.2010 e che perdono il titolo abilitante
Sono esclusi dalla nuova finestra “mobile” i lavoratori dipendenti:
• con periodo di preavviso in corso alla data del 30.06.2010 che matureranno i requisiti anagrafici e contributivi per il conseguimento del trattamento pensionistico entro la data di cessazione del rapporto di lavoro;
• per i quali viene meno il titolo abilitante allo svolgimento della specifica attività lavorativa per raggiungimento del limite di età (es. autisti del trasporto pubblico).

4) Lavoratori in mobilità e in assegno straordinario
Le nuove decorrenze, inoltre, non si applicheranno, nel limite complessivo di 10.000 beneficiari, ai lavoratori:
• in mobilità ordinaria, licenziati da imprese ubicate nelle Aree del Mezzogiorno, sulla base di accordi sindacali stipulati prima del 30.04.2010, con maturazione dei requisiti entro il periodo di fruizione della relativa indennità;
• in mobilità lunga, per effetto di accordi collettivi stipulati entro il 30.04.2010;
• titolari di prestazioni straordinarie a carico dei Fondi di solidarietà di settore (credito e assicurazioni che operano per fronteggiare ristrutturazioni e crisi aziendali) alla data del 31.05.2010.

Va precisato che il monitoraggio verrà effettuato dall’Inps, in riferimento al momento di cessazione del rapporto di lavoro (data di collocamento in mobilità o in assegno straordinario).

In considerazione della grave crisi occupazionale che ha comportato un ricorso massiccio agli ammortizzatori sociali fa emergere l'inadeguatezza del limite di 10 mila persone, previsto dalla norma. Aver inserito poi, per la prima volta, anche i lavoratori in mobilità lunga, che pure potevano andare in pensione con i vecchi requisiti in virtù di norme precedenti, riduce ulteriormente il numero delle altre tipologie di beneficiari, poiché sono 6.000 i lavoratori collocati in mobilità lunga entro il 31.12.2007 (L. n. 296/2006).


Innalzamento dei requisiti richiesti per il diritto a pensione

1) Aumento età pensionabile delle donne del pubblico impiego dal 2012
La legge n. 102/2009 aveva già innalzato in maniera graduale l'età pensionabile delle dipendenti delle amministrazioni pubbliche a partire dal 2010 (61 anni nel biennio 2010-2011, 62 anni nel biennio 2012-2013, ecc., 65 anni dal 2018).

In sede di conversione, per tali lavoratrici, la legge n. 122/2010, invece, fissa a 65 anni il requisito anagrafico per il diritto alla pensione di vecchiaia a partire dal 1° gennaio 2012.

L'aumento dell'età non riguarderà le lavoratrici ancora in servizio che hanno compiuto o compiranno 60 anni entro il 31.12.2009 o 61 anni entro il 31.12.2011 e con i requisiti contributivi richiesti per la pensione di vecchiaia. In questi casi è possibile chiedere all'ente di appartenenza la certificazione del diritto a pensione.

Con questo brusco innalzamento dell'età pensionabile si creeranno delle disparità tra chi è nata nel 1950 (61enne nel 2011) e chi invece nell'anno successivo. Infatti, quelle della classe 1951 dovranno aspettare il 2016 e, considerando gli effetti della “finestra mobile” (attesa dei 12 mesi), andranno in pensione di vecchiaia un anno dopo, cioè a 66 anni. L'unica alternativa per le donne di lasciare il lavoro prima è quella di perfezionare i requisiti richiesti per la pensione di anzianità: almeno 35 anni di contribuzione congiuntamente all'età anagrafica minima (compresa la possibilità di usufruire del regime speciale fino al 2015) oppure, 40 anni di contributi, a prescindere dall'età.

2) Aumento dei requisiti di accesso ai trattamenti pensionistici in relazione alla speranza di vita dal 2015
La legge n. 102/2009 aveva previsto, a decorrere dal 2015, per tutti i lavoratori – privati e pubblici - l'adeguamento dell'età pensionabile in ragione dell'incremento della speranza di vita, accertata dall'Istat.

Oltre all'innalzamento dell'età anagrafica prevista per il diritto alla pensione di vecchiaia, con la legge n. 122 del 2010 è stato disposto, sempre a partire dalla stessa data, l'aumento dell'età e della quota (costituita dalla somma dell'anzianità contributiva e dell'età anagrafica) richiesti per il diritto alla pensione di anzianità. L'adeguamento riguarderà anche l'età anagrafica richiesta per il diritto all'assegno sociale, attualmente riconosciuto a 65 anni.

Il primo innalzamento non potrà essere superiore a 3 mesi e decorrerà dal 1° gennaio 2015, mentre il secondo partirà dal 1° gennaio 2019. Successivamente l'adeguamento sarà effettuato con cadenza triennale.

L'incremento dei requisiti anagrafici riguarderà tutti, anche quelli che tradizionalmente erano esclusi da questi provvedimenti: donne del pubblico impiego già investite in precedenza dall'aumento dell'età pensionabile, minatori, personale militare, forze armate, forze di polizia, vigili del fuoco, ecc., tranne per i lavoratori che perderanno il titolo abilitante allo svolgimento della specifica attività lavorativa al raggiungimento dell'età.

La norma, così come è stata formulata, rischia di avere delle conseguenze negative soprattutto sui giovani, per i quali sarà difficile fare previsioni sulla effettiva data di accesso alla pensione.


Ricongiunzioni e trasferimenti di contributi

1) Non più gratuita la ricongiunzione della contribuzione dai fondi alternativi all'assicurazione generale obbligatoria Inps
La legge n. 122/2010 ha introdotto, per le domande presentate dal 1° luglio 2010, il pagamento dell'onere per le ricongiunzioni dei contributi nell'assicurazione generale obbligatoria dell'Inps, in precedenza effettuate a titolo gratuito.

I lavoratori sono tenuti a pagare le ricongiunzioni dei contributi che si vogliono trasferire dai fondi esclusivi (Inpdap, Ipost, Fondo ferrovieri), nonché dai Fondi elettrici e telefonici, al Fondo pensione lavoratori dipendenti dell'Inps.

2) Aumento dell'onere per la ricongiunzione della contribuzione dall'Inps ai fondi esclusivi
La legge ha altresì modificato i criteri di determinazione dell'onere di ricongiunzione della contribuzione dall'Inps ai fondi esclusivi (Inpdap, Ipost, Fondo ferrovieri).

Per le domande presentate dal 31 luglio 2010 saranno infatti adottati i coefficienti applicati per il settore privato (aggiornati dal 21 novembre 2007) in luogo dei coefficienti previsti con DM del 1964.

3) Abrogazione del trasferimento gratuito della contribuzione da vari ordinamenti pensionistici all'Inps
Il provvedimento ha abrogato le norme che consentivano il trasferimento gratuito della contribuzione maturata in vari ordinamenti pensionistici all'Inps.

In particolare, dal 1° luglio 2010, la disposizione è già diventata applicativa per gli iscritti ai Fondi elettrici e telefonici, mentre dal 31 luglio 2010, lo è diventata per gli iscritti ai fondi esclusivi (Inpdap, Ipost, Fondo ferrovie), nonché per i militari in servizio di leva prolungata (costituzione della posizione assicurativa presso l'Inps). Sono esclusi dalla nuova normativa solo coloro che hanno presentato la domanda prima dell'entrata in vigore delle modifiche, nonché i dipendenti civili e militari dello Stato (ministeriali) che hanno lasciato il servizio entro il 30.7.2010, anche se non hanno fatto domanda, poiché il trasferimento avviene d'ufficio.

L'abrogazione della costituzione gratuita della posizione assicurativa presso l'Inps è fortemente penalizzante per le dipendenti pubbliche che vorranno accedere al pensionamento di vecchiaia con i requisiti anagrafici più favorevoli previsti nel settore privato. Queste lavoratrici saranno costrette a ricorrere alla ricongiunzione della contribuzione, ora diventata onerosa. Altrettanto penalizzati saranno tutti i lavoratori che hanno versato la contribuzione in diverse gestioni pensionistiche. Contestualmente, bisognava quindi rivedere anche la normativa sulla totalizzazione gratuita dei periodi assicurativi (D.Lgs. n. 42/2006) e sulla pensione supplementare, estendendone l'operatività nei casi attualmente non previsti.

lunedì 27 settembre 2010

Sciopero di 8 ore della cantieristica navale pubblica con manifestazione nazionale a Roma. 1° ottobre 2010.


Giorgio Cremaschi, responsabile Fiom-Cgil per la cantieristica navale, ha rilasciato in serata la seguente dichiarazione.


“Se le dichiarazioni attribuite oggi dalle agenzie di stampa al ministro del Lavoro, Sacconi, sono state effettivamente da lui rilasciate, costituiscono un atto irresponsabile e gravissimo. Il Ministro non può irridere a commesse pubbliche finalizzate a difendere l’occupazione. Tali commesse non solo sono state richieste da tempo dal sindacato, ma sono state promesse e disattese dal Governo.”


“In tutto il mondo, rispetto alla cantieristica navale vengono effettuati investimenti pubblici e vengono coordinate le politiche industriali allo scopo di difendere il patrimonio produttivo e l’occupazione. L’assenteismo del Governo italiano è scandaloso e le dichiarazioni di Sacconi, se rappresentano la posizione di tutto il Governo, confermano ancora di più la necessità di un incontro urgente a Palazzo Chigi, così come richiesto unitariamente dai sindacati dei metalmeccanici. Se invece tali dichiarazioni fossero solo una battuta estemporanea del ministro Sacconi, dimostrerebbero, ancora una volta, la sua assoluta incompetenza rispetto alla vicenda Fincantieri.”

mercoledì 22 settembre 2010

Fincantieri, specchio del disastro italiano

Quella di Fincantieri è una tipica storia italiana. Il gruppo con i suoi 9mila dipendenti diretti e i 25mila addetti negli appalti e nell’indotto, rappresenta uno dei punti di forza del sistema industriale del Paese. Vent’anni fa le partecipazioni statali volevano dismetterlo perché considerato un settore maturo. Il sindacato riuscì a impedire questa scelta e la Fincantieri si riprese costruendo grandi navi per tutto il mondo. Quattro anni fa l’azienda tentò di entrare in borsa, attualmente è di proprietà al cento per cento della Fintecna, cioè del ministero del Tesoro. Una grande mobilitazione della Fiom e di tutte le intelligenze del gruppo riuscì a conquistare un vasto consenso di opinione pubblica e a fermare la privatizzazione. L’azienda rimase pubblica e fu una fortuna, perché altrimenti, dopo la crisi borsistica, il gruppo sarebbe già stato venduto all’asta.
E poi è arrivata la grande crisi economico-finanziaria. Il settore delle costruzioni navali ne ha risentito moltissimo in tutto il mondo e così anche la Fincantieri.
Ancora una volta si è tentata però una strada completamente sbagliata.
Mentre partiva la crisi l’azienda ha aperto uno scontro sul salario legato alla produttività con tutti i lavoratori del gruppo. Questo scontro ha portato prima a degli accordi separati, poi a degli accordi unitari che solo parzialmente hanno risolto la questione. Fatto sta che l’azienda ha speso un anno e mezzo a spiegare che i suoi problemi principali erano di produttività del lavoro. E così arriviamo ai giorni nostri nei quali un’indiscrezione giornalistica ben accreditata lancia la chiusura di Castellammare di Stabia e Riva Trigoso, il dimezzamento di Sestri Ponente, ampi tagli occupazionali in tutto il gruppo. Questo disastro cancella la questione della produttività: uno degli stabilimenti che l’azienda vorrebbe chiudere è, secondo le tabelle aziendali, tra i più produttivi e pone invece la questione di fondo: l’assenza di politiche industriali e di strategie aziendali atte ad affrontare davvero la crisi.
Accanto agli errori periodici dell’azienda, infatti, abbiamo dovuto registrare il solito ridicolo balletto delle promesse e degli impegni mancati da parte del governo. Prima ancora di dimettersi, il ministro Scajola non aveva mantenuto gli impegni per gli indispensabili interventi pubblici nel settore. E’ chiaro infatti che senza una forte politica dello Stato i cantieri navali sono destinati a chiudere. In tutti i paesi ove si vuole mantenere questa produzione, lo Stato interviene sia con le commesse sia con il finanziamento degli investimenti necessari a potenziare davvero la produttività, ove questo non accade i cantieri chiudono.
Come al solito nel balletto della politica italiana si è parlato di produttività, di commesse di carceri galleggianti, di navi ecologiche. Tutte le più varie fantasie sono state spese nella pubblicità mediatica, ma il risultato è stato neanche un bullone di lavoro. Si arriva così alla crisi attuale dove si misura tutta l’incapacità di una classe dirigente politica ed economica di difendere davvero l’industria e il lavoro. La chiusura di alcuni cantieri navali non è solo una drammatica operazione sociale, che devasta interi territori dalla Liguria alla Sicilia e che, in Campania, distrugge un’intera comunità. E’ anche l’ennesimo sciocco errore di politica industriale. Quello di chi non punta al futuro, ma semplicemente pensa di razionalizzare i conti tagliando tutto quello che si può tagliare. Così se domani dovessero esserci nuove commesse navali, Fincantieri non avrebbe più i siti dove produrre.
Lo scontro che si è aperto con le lotte durissime dei lavoratori in tutto il gruppo, e prima di tutto a Castellammare, Palermo e Liguria manda quindi un messaggio a tutti. Alla politica, come sempre attardata e depistata su altro. Alla Confindustria e alle imprese perché la vicenda Fincantieri dimostra ancora una volta che le offensive contro i diritti, sulla produttività e sulla flessibilità del lavoro sono un puro e semplice depistaggio dai problemi reali. Il 1° ottobre tutti i lavoratori Fincantieri verranno in sciopero a Roma per chiedere che la presidenza del Consiglio affronti la crisi e per dire con tutta l’indignazione del caso no alla chiusura di un settore strategico e sì, finalmente, a una politica industriale degna di questo nome.


Articolo di G.Cremaschi su Liberazione

Superliquidazioni? E’ ora di tornare alla lotta di classe di G.Cremaschi

40 milioni di euro, di cui 2 in beneficienza, è la piccola liquidazione per il licenziamento dell’amministratore delegato di Unicredit, Profumo.
Immaginiamo che a questo punto ci sarà un po’ di moralismo in giro, soprattutto perché Profumo ha perso e quindi è meno potente di prima. Ma la realtà è che le superliquidazioni e le superetribuzioni dei manager sono una costante in crescita.
Da Passera a Marchionne, da Geronzi a Tronchetti Provera, tutto il gotha economico manageriale italiano si spartisce milioni di euro, a ogni passaggio dell’economia. L’amministratore delegato della Fiat ha recentemente risposto piccato a una giornalista che gli chiedeva delle sue maxi retribuzioni: “ma lo sapete che vita faccio io?”. Certo la vita dei grandi manager non ha sicuramente nulla di paragonabile con i lussi che si concedono quei privilegiati dei lavoratori dipendenti, specie se in cassa integrazione.
Ogni tanto una cifra fa effetto particolare, certo 40 milioni sono proprio tanti, ma vuoi metterli con quanto è costato, nel calcio, Cristiano Ronaldo? Così si accetta come dato normale che i manager moltiplichino di centinaia di volte i redditi di coloro che dirigono. Il tocco finale della beneficienza, poi, dimostra che non tutta la farina del diavolo va in crusca, ma che una parte invece va in opere buone.
Stiamo precipitando a passi velocissimi verso un medioevo tecnologico, nel quale i ricchi e i potenti guadagnano quello che vogliono e, al massimo, devolvono verso i più sfortunati una piccola parte dei loro introiti.
Al di là dei soliti inutili moralismi che sentiremo, c’è una sola ricetta per fermare questo precipitarsi verso l’ingiustizia: che le lavoratrici e  i lavoratori ritornino  a una sana, convinta, democratica lotta di classe.

domenica 12 settembre 2010

Maurizio Landini. Perché manifestiamo il 16 ottobre

 
"Il lavoro è un bene comune": manifestazione nazionale 16 ottobre 2010 per i diritti, il lavoro, la legalità, la democrazia e il contratto. Videolettera di Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil.