sabato 16 luglio 2011
venerdì 15 luglio 2011
8 milioni di poveri: la coesione nazionale è un puro imbroglio!
Più di 8 milioni di poveri, dice l’Istat, ci sono oggi in Italia. Di questi 3 milioni sono addirittura poverissimi, non in grado cioè di provvedere nemmeno ai bisogni alimentari fondamentali. Su questi 8 milioni di poveri e su tutto il Paese si abbatte la manovra economica voluta dal governo unico delle banche europee. Sarà un terribile massacro sociale che renderà drammatiche le condizioni di vita per milioni di persone, pensiamo solo a chi dovrà rinunciare a una visita medica perché non ha i 10 euro necessari per il ticket o, addirittura, a chi rinuncerà a presentarsi al pronto soccorso per non doverne pagare 25, in caso di codice bianco.
A questi 8 milioni di persone se ne aggiungeranno altre, coloro che perderanno il posto di lavoro, coloro che vedranno tagliate le retribuzioni, come in questi giorni stanno facendo Fiat e Fincantieri nel nome del legame tra salario e produttività, santificato dal catastrofico accordo tagliadiritti del 28 giugno.
I lavoratori dipendenti e i pensionati pagheranno più tasse, avranno mutui più alti, subiranno un’inflazione che cresce mentre il potere d’acquisto cala. Tutto questo, e ancor di più e peggio, per pagare la speculazione bancaria, per difendere un sistema europeo che non è più difendibile se non a prezzo della distruzione della civiltà del continente. La medicina greca, che sta distruggendo quel paese, viene oggi somministrata, a dosi minori inizialmente, ma crescenti nel tempo, anche all’Italia. Dopo anni di crisi e stagnazione quella medicina per il nostro paese è una catastrofe economica e sociale. Per questo ribadiamo che non ha alcun senso sociale, economico e anche morale parlare di coesione nazionale. Non c’è coesione che tenga quando 8 milioni di persone sono povere mentre il 10% della popolazione italiana detiene una ricchezza impressionante, ancora oggi in crescita. Non c’è coesione tra ricchi e poveri, tra padroni e lavoratori che perdono il posto, tra le banche e la finanza e i bisogni economici e sociali. Non c’è coesione e non ci deve essere, in questa condizione la coesione nazionale è un puro imbroglio. Occorre invece costruire un movimento di lotta che ribalti la coesione voluta dai ricchi e costruisca una vera giustizia sociale, unica condizione per uscire dalla crisi.
Giorgio Cremaschi
giovedì 14 luglio 2011
14 luglio - L'assemblea de La Cgil che vogliamo
«In campo anche dopo». Per “la Cgil che vogliamo”, area di opposizione, che ieri ha tenuto a Roma la sua assemblea nazionale, la battaglia contro l’accordo interconfederale del 28 giugno non si ferma certo al “pronunciamento” dei lavoratori. Intanto, nelle assemblee all’interno dei luoghi di lavoro, i dissidenti non daranno tregua a chi pensa di cavarsela con qualche parola di circostanza e una generica “certificazione” del voto: gli strumenti saranno i “Comitati per il no” all’interno dei posti di lavoro e i “Comitati per la democrazia” a livello territoriale. E’ in ballo una battaglia per la democrazia, infatti, ed anche un modello di sindacato che a questo punto taglia del tutto i ponti con i lavoratori e, come scrivono Bertinotti Ferrara e Cofferati, trasferisce la sovranità da questi agli apparati sindacali.
Gianni Rinaldini, che ha introdotto i lavori, non ha esitato a definire «atto di irresponsabilità» la sigla dell’accordo interconfederale. E questo per il semplice motivo che non può essere letto fuori dal quadro politico che sta portando al «masacro sociale» della legge di bilancio e che provoca enormi divisioni all’interno del sindacato. Rinaldini, coordinatore dell’area programmatica, ha fatto letteralmente a pezzi quanto sottoscritto dalla Cgil, ponendo questioni «di metodo e di merito». Il medoto, una gestione della procedura che ha portato alla firma, «senza nemmeno la delegazione trattante» e con il vizio orginario della modifica «a colpi di maggioranza» dello statuto della Cgil. Uno schiaffo non solo all’opposizione ma anche alle categorie, che non hanno potuto dire niente. Il merito, la democrazia. Negare il voto ai lavoratori vuol dire aprire «alla balcanizzazione del sindacato». Che non è esattamente quella “ritrovata unità” di cui ha tanto parlata la segreteria nazionale. Rinaldini ha letto in forte continuità con l’accordo separato del 2009 l’intesa del 2011. «Nemmeno nel 2009 si parlava di deroghe, eppure la Cgil lo criticò per questo».
Tra gli altri, sono intervenuti sia Maurizio Landini che Giorgio Cremaschi, leader della “Rete 28 aprile”. Mentre il leader della Fiom ha espresso la proccupazione che la battaglia contro l’accordo si trasformi in un «pro o contro» la Cgil, Cremaschi ha sottolineato che «questo è un accordo di rottura e non di unità». «L’opposizione all’accordo - ha aggiunto il presidente del Comitato centrale della Fiom - non finisce con la consultazione, peraltro già segnata nelle conclusioni». Pietro Passarino, della segreteria della Cgil di Torino, ha ricordato che lo stesso Bruno Trentin, segretario della Cgil all’epoca della concertazione, rassegnò le dimissioni con la motivazione di «non avere il mandato a chiudere». «In questo caso, invece - ha aggiunto Passarino - siamo al mandato postumo». L’invito è stato a non «sottovalutare la consultazione» e a non «lasciare la Fiom da sola a fare la disobbedienza». Valutazione che fa il paio con quanto hanno sottolineato altri interventi a favore di una opposizione «non in punta di forchetta», come l’ha definita Eliana Como, della Fiom di Bergamo.
Secondo Maurizio Scarpa, della segreteria nazionale della Filcams, «stiamo andando verso un modello di sindacato che non permetterà più alcuna possibilità di reazione. E’ la chiusura del cerchio».
Articolo di Fabio Sebastiani, Liberazione, 14 luglio 2011.
mercoledì 13 luglio 2011
La Confindustria smentisce la segreteria Cgil
Ci sono le deroghe, la limitazione al diritto di sciopero e non c’è il voto sui contratti nazionali
La Confindustria in un suo documento ufficiale datato 29 giugno 2011 e firmato dal direttore generale, Usai, smentisce clamorosamente le interpretazioni dell'accordo del 28 giugno date dalla segreteria della Cgil. Per la Confindustria quell'accordo cancella il diritto al voto dei lavoratori tranne che nelle aziende ove ci sono le Rsa, accetta le deroghe al contratto nazionale, colpisce il diritto di sciopero, anche quando un sindacato firmatario non è d'accordo su un'intesa aziendale, e più in generale applica gli accordi separati del 2009 sulla riforma contrattuale. Visto che questo è un testo ufficiale della Confindustria, attendiamo dalla segreteria confederale della Cgil una smentita rivolta alla controparte. Troppo comodo e troppo facile dire a chi non è d'accordo che dà un'interpretazione forzata di quello che è stato firmato. La Cgil non deve dirlo a noi, ma alla Confindustria che non è vero che ha accettato l'accordo del 2009... Attendiamo speranzosi questa smentita delle posizioni padronali da parte della segreteria confederale...
lunedì 11 luglio 2011
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