venerdì 8 luglio 2011
giovedì 7 luglio 2011
Cremaschi (Fiom): Camusso fuori dalla Storia Cgil
"Disobbedienza! E' questo lo slogan che l'opposizione interna alla Cgil più dura decide di impugnare dopo il voto del direttivo nazionale".
Giorgio Cremaschi, 7 luglio 2011.
mercoledì 6 luglio 2011
Contratto sempre derogabile, la "tregua" è un colpo ai diritti
Il sociologo Luciano Gallino non ha dubbi: l'intesa sul lavoro firmata dalla Cgil il 28 giugno scorso «rappresenta uno spostamento a destra». E continua a pensare anche che alla Fiat non dispiacerebbe avere un «pretesto per ridurre o rinunciare agli investimenti in Italia».
L'accordo interconfederale con la Confindustria riavvia un processo di contrattazione unitario che pare però preoccupante. Il contratto nazionale non diventa così sempre derogabile?
In effetti il secondo comma dell'art. 7 dell'accordo prevede che in presenza di «situazioni di crisi» o di «investimenti significativi» si possono modificare gli istituti del CCNL. Sia le une che gli altri possono venire definiti in cento modi diversi, in specie nelle piccole e medie imprese. Perciò, di fatto, in tema di prestazioni lavorative, orari e organizzazione del lavoro, il CCNL è derogabile praticamente senza limiti.
L'accordo non toglie quasi definitivamente la possibilità per i lavoratori di votare intese firmate dai vertici sindacali?
Non mi pare vi siano dubbi. Quando un accordo aziendale è firmato da una rappresentanza certificata, i lavoratori non hanno più la possibilità di esprimere il loro consenso o dissenso in merito ad esso. In astratto, potrebbero anche organizzarsi per esprimerlo, ma stando all'accordo interconfederale esso non avrebbe alcun valore. Paradossalmente, il principio per cui i lavoratori hanno comunque il diritto di esprimersi mediante il voto è ribadito con particolare forza dallo statuto della stessa Cgil.
Secondo lei, perché la Cgil oggi ha firmato quel che nella sostanza è la stessa cosa che non ha firmato nel 2009?
Da anni la Cgil ha tutti contro: le altre due confederazioni, il governo, il 90 per cento degli accademici che si occupano di lavoro, i media, perfino gran parte dei politici del centro-sinistra. L'accordo in parola rappresenta senza dubbio uno spostamento verso destra, ma in un contesto politico e culturale che nonostante la crisi, o meglio proprio per sfruttare la crisi, appare sempre più virare a destra, un'organizzazione così vasta e complessa non può non avvertire anche al proprio interno spinte per portarsi su posizioni meno distanti da quelle dominanti.
Quale è il suo giudizio sulle Rsa?
I membri delle Rsu sono eletti dai lavoratori. I membri delle Rsa sono designati dai sindacati, anche se minoritari. In altre parole le Rsu sono una forma, imperfetta quanto si vuole, di democrazia diretta o partecipativa. Le Rsa sono un'ennesima forma di democrazia per delega dall'alto. Sono per la prima forma di democrazia.
La centralità che assume sempre di più la contrattazione aziendale non rischia di accentuare la tendenza alla frammentazione del sistema industriale italiano?
Su questo non c'è il minimo dubbio. Un sistema che è già di per sé il più frammentato della Unione europea a 17 ed è molto meno organizzato, ad onta delle infinite discussioni su distretti in forme di cooperazione interaziendali come avviene invece con i «poli di competitività» in Francia, le «reti di competenza» in Germania, ecc.
Come valuta la «tregua», in sostanza la sospensione del diritto di sciopero?
E' un altro colpo inferto alla libertà di associazione e di azione sindacale.
Cosa prevede nelle relazioni fra Fiat e Fiom, se il prossimo 18 luglio il tribunale desse ragione al sindacato sul contratto di Pomigliano?
Ho l'impressione che alla Fiat non spiacerebbe avere un pretesto per ridurre o rinunciare agli investimenti in Italia. Il suo centro produttivo è ormai in Brasile e in Messico, dove a Toluca vengono costruite sia la 500 che i macchinoni Chrysler da vendere in Italia e in Europa con la placchetta Lancia o Alfa Romeo. Nel 2010 la Fiat ha prodotto in Italia meno auto di quante non ne abbiano prodotte al loro interno Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Polonia, Repubblica Ceca e Serbia. Ritornare ad essere, dall'ottavo, anche solo uno dei primi tre costruttori è un impegno di enorme portata. Se ai lavoratori italiani e alla Fiom potesse venire appioppata definitivamente l'accusa di essere inaffidabili, poco produttivi, renitenti alle forme moderne di organizzazione del lavoro, il disegno americanocentrico del Lingotto ne sarebbe facilitato.Il Manifesto, mercoledì 06 luglio 2011
La Cgil è in campo. Minato
Il direttivo approva l’accordo con Cisl, Uil e Confindustria con 117 sì, 21 no e un astenuto. Ora la consultazione degli iscritti Fiom e minoranza denunciano una svolta pericolosa per democrazia e i diritti dei lavoratori
Il direttivo nazionale della Cgil ha approvato a larga maggioranza il dispositivo con cui si sottoscrive l’accordo siglato con Cisl, Uil e Confindustria con cui si modificano profondamente le norme che regolano democrazia e rappresentanza nei posti di lavoro, la natura e il valore dei contratti nazionali e persino alcuni diritti fondamentali, come quello di sciopero. 117 voti favorevoli, 21 contrari e un solo astenuto sanciscono un cambiamento di stagione e - secondo chi si è opposto alla firma - la natura stessa del sindacato. Dato l’investimento fatto dalla segreteria e personalmente da Susanna Camusso sul «ritorno alla normalità» della Cgil nel rapporto con le altre confederazioni chiamate fino a ieri «complici» e con la Confindustria, il voto di ieri è stato di fatto un «voto di fiducia» alla segretaria generale. Anche i dubbi e i mal di pancia, che non mancano, sono stati messi da parte e le percentuali raccolte dai sì e dai no rispecchiano gli schieramenti usciti dal congresso nazionale.
Ora, il testo dell’accordo insieme al dispositivo approvato che lo «interpreta» saranno messi a disposizione di tutti gli iscritti alla Cgil che entro il 17 di settembre dovranno esprimersi anch’essi con un voto. Sembra escluso che Cisl e Uil accettino una consultazione generale dei loro iscritti e a nessuno - tranne alle minoranze Cgil - è venuto in mente di consegnare la decisione finale a tutti i lavoratori interessati, con o senza tessere sindacali. Il «perimetro» interessato, cioè gli iscritti alla Cgil che potranno dire la loro, comprende i dipendenti delle aziende che aderiscono a Confindustria. Quel che gli iscritti non potranno conoscere è il documento della minoranza congressuale, perché nelle assemblee nelle fabbriche e negli uffici il loro documento non avrà cittadinanza. In teoria, il segretario della Fiom Maurizio Landini dovrebbe andare alla Fiat o in Fincantieri a difendere la posizione contro cui ha votato e si è battuto. O forse alle assemblee la relazione sarà fatta solo dai dirigenti fedeli alla linea. Sembra di leggere Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler: «La vostra fazione, cittadino Rubasciov, è stata battuta e disfatta. Volevate spezzare il Partito, pur dovendo sapere che una scissione nel Partito avrebbe significato la guerra civile. Sapete dello scontento fra i contadini, che non hanno ancora imparato a comprendere il senso dei sacrifici imposti loro. In una guerra che può scoppiare da qui a qualche mese, tali correnti possono portare a una catastrofe. D’onde la necessità imperiosa per il Partito di essere unito. Esso deve essere come fuso in una colata, tutto cieca disciplina e fiducia assoluta. Voi e i vostri amici, cittadino Rubasciov, avete creato una frattura nel Partito. Se il vostro pentimento è sincero, dovete aiutarci a sanare questa frattura. Come vi ho detto, è l’ultimo servizio che il Partito vi chiede».
A decidere le modalità della consultazione saranno le categorie interessate (quelle del «perimetro») e le assemblee dovranno svolgersi entro il 17 di settembre, per consentire l’elaborazione dei risultati non oltre il 20 e, dunque, la formalizzazione della firma della Cgil in calce all’accordo. Susanna Camusso ha sostenuto il testo sottoscritto con la motivazione che finalmente si chiude la stagione degli accordi separati. Tesi contestata dalla Fiom e dalla minoranza, secondo cui l’unica garanzia per evitare che si continuino a firmare contratti e accordi di parte è il diritto di voto di tutti i lavoratori interessati. È proprio questo uno dei punti critici dell’accordo, un punto che concerne la democrazia: mentre si raccolgono le firme per un referendum che restituisca ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, questo diritto viene negato ai lavoratori. «Forse i lavoratori non sono cittadini? si chiede il segretario generale della Fiom Maurizio Landini. Il portavocie della «Cgil che vogliamo», Gianni Rinaldini, aveva chiesto una gestione «più democratica» della consultazione tra gli iscritti ma è stato respinto con perdite.
Dal principio «una testa un voto» si passa alla mediazione sindacale ma, sostiene Susanna Camusso, «c’è sempre una relazione con i lavoratori e la loro rappresentanza». Più difficile invece sostenere che il contratto nazionale non si tocca, visto che le deroghe sono previste in tutti i casi di crisi, ristrutturazione e investimenti. Cioè sempre. Inoltre, ricorda Rinaldini, se nel 2009, quando fu siglato un accordo separato sul sistema contrattuale da tutti tranne la Cgil, si fossero applicate le regole previste con l’accordo unitario varato ieri dal direttivo, anche senza la firma della Cgil che non ha il 50% più uno della rappresentanza sarebbe passato e avrebbe avuto valore generale. La «tregua» (il divieto di sciopero), sostiene il dispositivo, impegna «soltanto» le organizzazioni firmatarie dell’accordo e non i singoli lavoratori.
Ieri di fronte alla sede nazionale della Cgil, in Corso d’Italia a Roma, un gruppo di delegati «autocovocati» ha manifestato contro l’accordo con uno striscione in cui era scritto «No al patto di resa finale, il sindacato non si deve suicidare». In alcune fabbriche, in Toscana e in Lombardia, c’è anche chi ha scioperato contro l’accordo unitario.
L’ex segretario generale Guglielmo Epifani ha dato il suo appoggio alla scelta della segreteria, al contrario di Giorgio Cremaschi che ha messo in fila tutte le ragioni di un voto contrario al direttivo.
di Loris Campetti, Il Manifesto
martedì 5 luglio 2011
Democrazia irriconoscibile - Appello di Bertinotti, Cofferati, Ferrara
Allarma la falla che si è aperta nella società italiana e che incrina alcuni dei principi economico-sociali della nostra democrazia. A provocarla è l’intesa intervenuta tra Confindustria, da una parte e CGIL, CISL e UIL dall’altra. Le maggiori organizzazioni sindacali italiane intenderebbero riavviare così un processo unitario sulla contrattazione, auspicato ed auspicabile. Ma la partenza è preoccupante, la direzione sbagliata. L’intesa sancisce una compressione intollerabile dei diritti dei lavoratori e uno snaturamento della natura stessa del sindacato.
Il diritto dei lavoratori di decidere con il proprio voto sugli esiti della contrattazione risulta precluso. Dalla fase iniziale del procedimento di formazione delle piattaforme fino alla loro conclusione, qualsiasi intervento delle lavoratrici e dei lavoratori è precluso. Scompare il diritto di pronunziarsi sui contenuti delle piattaforme e a indicare i margini del mandato. Nessuna direttiva può essere espressa, nessuna influenza esercitata, nessun orientamento suggerito sull’andamento della trattativa nelle fasi successive. La definizione dell´accordo e la sua sottoscrizione escludono qualsiasi pronuncia dei destinatari delle clausole contenute, siano o non iscritti ai sindacati. Il contratto collettivo nazionale viene in tal modo a configurarsi come atto normativo avente ad oggetto prestazioni e controprestazioni, il cui contenuto, la cui determinazione concreta (entità del salario, orari, tempi, modalità delle prestazioni e della vita in fabbrica) saranno decise, per le lavoratrici e i lavoratori, dai sindacati senza nessun intervento previsto dei lavoratori. Come se il diritto al salario – quello sancito, per esempio, dall’articolo 36 della Costituzione – pur spettando alla singola lavoratrice, al singolo lavoratore, potesse essere disponibile, quanto a determinazione, senza che possa esprimersi il titolare legittimo.
La natura del sindacato, e delle rappresentanze aziendale unitarie, di strumento dei lavoratori viene distorta, almeno per quanto attiene al profilo contrattuale. Se ne cambia il ruolo: quello di mandatario dell’esercizio del potere di negoziare i contenuti del contratto, per conto dei lavoratori e sulla base del mandato che gli è conferito, si trasforma in quello di titolare del potere contrattuale tout court. Lo si trasforma sopprimendo l’obbligo, una volta definito il contratto, di far decidere alle lavoratrici e ai lavoratori, titolari unici ed indefettibili del diritto a contrarre, su quel che si è ottenuto. Come se il contratto non avesse ad oggetto il salario e il carattere del lavoro, e col salario e il carattere del lavoro la qualità della condizione umana nella fabbrica ed oltre la fabbrica. Togliendo così alle lavoratrici ed ai lavoratori la possibilità di definire la propria condizione.
Sulla centralità della funzione dei sindacati per la democrazia economica, per la tutela dei diritti e la dignità del lavoro, per lo sviluppo della persona umana non abbiamo mai avuto dubbi. Abbiamo però ritenuto e riteniamo che la rappresentanza sindacale, perché specificamente inerente agli interessi economici dei lavoratori e delle lavoratrici nei loro rapporti di lavoro, debba essere effettiva, credibile, vissuta, verificabile. Non è come quella politica che si conferisce ogni quattro o cinque anni, che ha carattere generale ed è sanzionabile solo con il rifiuto della rielezione, ma pur trova nei referendum abrogativi il controllo sugli atti dei rappresentanti. Iscriversi ad un sindacato non comporta assolutismo fiduciario, non comporta delega senza mandato specifico sui contenuti del contratto di lavoro.
Ma è proprio sul contratto nazionale di lavoro, sulla configurazione che ne risulterebbe dall’intesa, che le preoccupazioni si aggravano. Nel contratto nazionale viene inserita una clausola dissolvente, quella delle deroghe, che sono tali ma in mentite spoglie. È dissolvente questa clausola per come configura le deroghe, non ne prevede limiti. Intanto, i fattori, gli stimoli, le pressioni per le deroghe si moltiplicheranno in ragione corrispondente ai condizionamenti, alle sollecitazioni, ai ricatti che sarebbero esercitati col successo derivante dalla flessione della solidarietà di classe che la deroga determina. La deroga, infatti, è dissolvente la stessa ragion d’essere del contratto collettivo che è quella di opporre alla parte più forte del contratto di lavoro la forza complessiva dei lavoratori. Forza che verrebbe infranta o, almeno, compressa dall´effetto negativo della deroga. Il contratto nazionale viene così abbattuto proprio nella sua ragione fondativa e quando più ce ne sarebbe bisogno.
Un ultimo ma non minore timore, non poca preoccupazione ci suscita la parola “tregua” usata dall’intesa per nascondere la rinunzia all’esercizio del diritto di sciopero. Quale altra possibilità, quale altro strumento di difesa, da usare o anche solo da trattenere nella sua disponibilità ed integrità, resterebbe ai lavoratori a fronte del potere sempre crescente ed invasivo del capitale ?
Riassumiamo in queste righe tutta la nostra apprensione di vecchi militanti del movimento dei lavoratori, la esprimiamo ai dirigenti della CGIL e, con pari fervore, a quelli della altre organizzazioni sindacali, ai leaders dei partiti democratici, a tutti coloro che sentono il dovere di difendere le conquiste sociali che hanno onorato la democrazia italiana. Con una preghiera: ascoltateci, e soprattutto ascoltate le lavoratrici e i lavoratori. Chiediamo, infine, a tutte le forze politiche democratiche, progressiste e di sinistra di dar vita ad uno spazio pubblico aperto a tutti per discutere questo passaggio storico nelle relazioni sociali del paese. Bisognerebbe essere consapevoli che, senza l’assunzione di una democrazia compiuta, le sinistre, in questa nuova fase, risulterebbero irriconoscibili. L’accordo tra la Confindustria ed i sindacati non è questione da poter essere confinata in una ordinaria vicenda sindacale, essa interroga direttamente e crudamente anche la politica.
Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara
Il Manifesto, martedì 05 luglio 2011
lunedì 4 luglio 2011
Accordo interconfederale fra Confindustria e CGIL, CISL e UIL del 28 giugno 2011 di Eugenio Orso
Che la situazione in cui versa il lavoro in Italia è molto grave, tutti se sono accorti, soprattutto dopo l’innesco della prima crisi economica globale, che ha cominciato a mordere duramente dalla seconda metà del 2008, ma tutto il decennio precedente, dal punto di vista delle cosiddette relazioni industriali, si è sviluppato nel segno della de-emancipazione del lavoro e di quella inversione nella distribuzione del prodotto sociale – a vantaggio del capitale e a scapito dei lavoratori, iniziata negli ormai lontani anni ottanta.
Gli obbiettivi globalisti nella penisola, come altrove nell’occidente e nel nord del mondo, si sono concretizzati nella svalutazione del lavoro, sia dal punto di vista culturale sia da quello economico e dei diritti, sotto il segno della sostituzione del lavoro tutelato, riconducibile alla persona come sua qualità fondamentale e non separabile da essa, con la merce-lavoro, “scorporata” dalla persona e considerata un servizio come qualsiasi altro, da utilizzare liberamente nel processo produttivo.
A riprova di quanto è decisivo questo attacco al lavoro, e di quanto è consustanziale all’affermazione delle logiche del nuovo capitalismo, è sufficiente riportare le parole di Luciano Gallino, tratte dal primo capitolo del libro Il Lavoro non è una merce:
Nel nostro paese come in altri dell’Unione Europea, Francia e Germania in testa, organizzazioni e personaggi autorevoli chiedono ogni giorno, ormai da alcuni lustri, che sia accresciuta la «flessibilità del lavoro». La richiesta si presenta in ogni contesto immaginabile. La avanzano o la difendono, nel corso dell’intero periodo, i saggi dei maggiori centri di ricerche economiche; i discorsi del governatore della Banca d’Italia, non importa se quello in carica o quello di prima; le dichiarazioni dei presidenti della Confindustria; gli articoli di fondo dei maggiori quotidiani, le pagine dei più reputati organi economici, a partire dal «Sole-24 Ore»; le interviste tv degli uomini politici del centro-destra come del centro-sinistra; le dichiarazioni di ministri economici e di presidenti del Consiglio d’una dozzina di governi almeno.
La lunga citazione che precede, oltre a segnalarci che il professor Gallino è un indomabile avversario della flessibilità e della precarietà del lavoro imposta dal nuovo capitalismo, e che ha ben compreso l’ampiezza dell’attacco de-emancipatore in corso, ci chiarisce come in questa operazione storica contro il lavoro e le classi subalterne tutti sono coinvolti, dagli esponenti della politica liberaldemocratica di ogni schieramento ai giornalisti, dagli ambienti bancari alle associazioni industriali e persino, dobbiamo aggiungere, una parte del sindacato, trasformatosi in utile supporto alla classe globale, ai suoi referenti politici ed economici locali e quindi al capitalismo finanziarizzato contemporaneo.
Alla fine di giugno di quest’anno, dopo i continui ricatti di Marchionne, i referendum ultimativi fra i lavoratori Fiat che hanno votato con la pistola alla tempia [nella via crucis che porta da Pomigliano all'ex Bertone, passando per Mirafiori], dopo gli accordi separati escludenti la Fiom e la CGIL, dopo i ripetuti attacchi al Contratto collettivo nazionale di lavoro attraverso le deroghe, sembra che si sia consumato il blitz definitivo, che a causa della segreteria Camusso e del suo agire contro gli stessi rappresentati, oltre che contro la Fiom per isolarla e “normalizzarla”, ha coinvolto l’intera Confederazione.
Erano quarant’anni che si attendeva un accordo del genere, hanno scritto giubilando sul Sole-24 Ore, e pressoché tutti i gruppi ed i soggetti che secondo Gallino chiedono quotidianamente, da anni, più flessibilità del lavoro – e quindi più precarietà e meno diritti, hanno espresso soddisfazione in proposito.
La lunga marcia capitalistica contro il lavoro, contro la democrazia in fabbrica e la praticabilità del diritto di sciopero, e perciò diretta contro la stessa persona umana, le sue esigenze di vita e le sue imprescindibili qualità, sembra trovare un approdo importante, qui, in Italia, dove la distruzione dei diritti dei lavoratori è in fase avanzata, e questo grazie all’accordo del 28 di giugno fra Confindustria, CGIL, CISL e UIL, che impone la visione del capitale nelle relazioni industriali.
E’ chiaro che l’adesione della Camusso all’accordo è volta a superare la resistenza, fino ad ora mostrata dal principale sindacato italiano, nei confronti delle generali politiche contro il lavoro e delle controriforme che sono in atto, ed è un azione a sorpresa che ci rivela fino in fondo il ruolo di “quinta colonna” svolto dalla pessima Camusso, al vertice della confederazione sindacale resistente, palesando finalmente i suoi veri scopi, che sostanzialmente si possono così riassumere:
1) Trasformare la Confederazione in una centrale sindacale gialla, esattamente come lo sono da tempo CISL e UIL, nel nome di una ritrovata ma ambigua “unità sindacale” che è soltanto un’unità fra segreterie in combutta, il che implica la neutralizzazione dell’opposizione interna ed in particolare di quella Fiom che è irriducibilmente “ribelle”.
2) Aderire in posizione subordinata alla visione del lavoro come merce, espressa dal nuovo capitalismo del terzo millennio, mandando in soffitta definitivamente conflittualità ed antagonismo per imporre ai lavoratori la resa, e cioè, secondo gli slogan funzionali a questo capitalismo, “coesione sociale” e “collaborazione”.
Il moderato e per qualche verso attendista Guglielmo Epifani, segretario CGIL di matrice socialista che ha preceduto la Camusso, non avrebbe avuto sufficiente “pelo sullo stomaco” per condurre una simile operazione, trattandosi comunque di persona onesta e in qualche modo coerente.
L’adesione di Camusso all’accordo in questione, che sembra dettato da qualche board capitalistico dell’epoca nonostante alcuni riferimenti retorici al lavoro e all’occupazione, ha scatenato salutari reazioni all’interno della CGIL [ad esempio quelle di Rinaldini], ed in particolare la forte opposizione della Fiom, nelle persone di Landini e di Cremaschi, ed impone a tutti i lavoratori – non soltanto Fiom, che vogliono conservare l’autonomia e le capacità antagonistiche del sindacato letteralmente di insorgere, per fare pressioni sul direttivo, mettere in minoranza la Camusso, costringerla alle dimissioni, e per andare infine ad un congresso straordinario, che potrà liberare l’unico sindacato rimasto in Italia dal pericolo di una rapida “normalizzazione capitalistica”.
Soltanto la Fiom, a quanto sembra, sottoporrà questo accordo a referendum, interpellando i diretti interessati, ma è chiaro fin d’ora che Susanna Camusso, per ciò che sta facendo sulla pelle dei lavoratori italiani, deve andarsene al più presto, perché altrimenti, questa volta, se ne andrà l’intera Fiom.
I lavoratori italiani, di ogni settore e in ogni condizione professionale, non hanno certo bisogno nell’attuale situazione storica di un nuovo Bonanni [questa volta in gonnella], ma di rappresentanti veri, di delegati eletti e non imposti, di un rafforzamento della democrazia di base e di una difesa a spada tratta delle tutele ancora esistenti, a partire dal Ccnl.
Particolarmente vergognosa, ma in qualche modo rivelatrice, è stata la segretezza che ha circondato per qualche giorno in CGIL il testo dell’intesa, e in ciò è evidente la cattiva coscienza di Susanna Camusso, che ha fatto il blitz di vertice senza alcuna volontà di discutere ed informare, mantenendo la sostanza dell’accordo il più a lungo possibile riservata.
Indipendentemente dall’esito che avrà la battaglia interna alla CGIL per sventare le devastanti manovre di vertice della segreteria Camusso, che con buona probabilità non ha una maggioranza di base in molte federazioni, per rendersi conto del rischio al quale saranno esposti tutti i lavoratori italiani è necessario considerare la sostanza dell’accordo, leggendolo fra le righe.
L’intesa fra la Confindustria, la Camusso e i gialli, che in realtà è un’imposizione da far digerire al mondo del lavoro, rivela di essere tale fin dalla premessa, in cui si chiarisce che è obiettivo comune l’impegno per realizzare un sistema di relazioni industriali che crei condizioni di produttività e competitività tali da rafforzare il sistema produttivo, e poi che la contrattazione deve […] favorire le diversità della qualità del prodotto e quindi la competitività dell’impresa, e la strada maestra per aumentare “produttività” e “competitività” squisitamente capitalistiche è quella del superamento, con un'ulteriore manovra di aggiramento, del contratto collettivo nazionale, poiché fermo restando il ruolo del contratto collettivo nazionale di lavoro, è comune l’obiettivo di favorire lo sviluppo della contrattazione collettiva di secondo livello, e quindi diventa necessario rimuovere progressivamente, o aggirare astutamente, la garanzia rappresentata per i lavoratori dal contratto nazionale stesso.
I modi e le forme che possono portare al predetto risultato sono descritti di seguito nel testo dell’accordo ed implicano, in estrema sintesi: A) il ricorso alle deroghe al Ccnl ed alla contrattazione aziendale come utile “cavallo di troia” per flessibilizzare il fattore-lavoro, B) la rimozione di una fastidiosa democrazia di base che consentirebbe ai lavoratori di dire la loro sugli accordi che li riguardano, mentre invece la merce-lavoro deve essere muta e non interferire nel processo produttivo, e C) la limitazione del diritto di sciopero, che però è pur sempre un diritto costituzionalmente garantito.
Pur nella persistenza del contratto collettivo nazionale, al quale, secondo le parti, resterebbe la funzione di garantire la certezza dei trattamenti economici e normativi comuni per tutti i lavoratori ovunque impiegati nel territorio nazionale, si conviene che i contratti collettivi aziendali per le parti economiche e normative sono efficaci per tutto il personale in forza e vincolano tutte le associazioni sindacali firmatarie del presente accordo operanti all’interno dell’azienda se presenti le rappresentanze sindacali di natura elettiva [le RSU], mentre soltanto se sono presenti le rappresentanze sindacali costituite ex articolo 19 della Legge n. 300 del 1970 [nota come Statuto dei Lavoratori], e quindi non di natura elettiva [le RSA], i contratti collettivi aziendali approvati da tali rappresentanze non elette devono essere sottoposti al voto dei lavoratori.
Si cerca, con tale accordo, di evitare il più possibile che i diretti interessati ai contratti aziendali – i quali diventeranno uno strumento importante da utilizzarsi contro i lavoratori e i loro diritti – possano votare ed esprimersi.
Ma ciò non basta, perché in seguito le parti, fra le quali vi è purtroppo Susanna Camusso, precisano che tutti i contratti collettivi aziendali approvati in un simile contesto, i quali definiscono clausole di tregua sindacale finalizzate a garantire l’esigibilità degli impegni assunti con la contrattazione collettiva [di secondo livello, n.d.s.], hanno effetto vincolante per i sindacati firmatari dell’accordo, nell’intento di impedire gli scioperi.
Sono due i “buoni” risultati che la Camusso ha portato a casa, per fare una sorpresa a tutte le federazioni della CGIL e non soltanto alla combattiva Fiom:
1) Limitazioni del diritto di voto per i lavoratori.
2) Limitazioni del diritto di sciopero costituzionalmente garantito.
Già questi aspetti sono tali da scatenare le proteste dei lavoratori e dei loro rappresentanti di base, ma non è finita qui, in quanto nel prosieguo del testo si affronta la delicata questione delle deroghe al Ccnl, aprendo la strada a specifiche intese modificative delle regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro, le quali, come è facile immaginare fin d’ora, non potranno essere che peggiorative.
Il tentativo, che potrà riuscire in pieno se non si sventerà la manovra all’interno della CGIL, è quello di superare, aggirare, neutralizzare il contratto nazionale, approfittando della crisi strutturale capitalistica che sta colpendo in molte parti del mondo, nonché della disoccupazione/ sotto-occupazione dilaganti, e per tale motivo si stabilisce quanto segue:
Ove non previste ed in attesa che i rinnovi definiscano la materia nel contratto collettivo nazionale di lavoro applicato all’azienda, i contratti collettivi aziendali conclusi con le rappresentanze sindacali operanti in azienda d’intesa con le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie del presente accordo interconfederale, la fine di gestire situazioni di crisi o in presenza di investimenti significativi per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale dell’impresa, possono definire intese modificative con riferimento agli istituti del contratto collettivo nazionale che disciplinano la prestazione lavorativa, gli orari e l’organizzazione del lavoro.
Dal precedente passo dell’intesa si comprende che vi sarà la più ampia possibilità di deroga, a vantaggio delle direzioni aziendali, con significative modifiche, rispetto alle tutele del Ccnl, che metteranno in discussione tutto, dalle turnazioni alle pause, dagli orari alle mansioni lavorative, e se si è cercato in questo modo di compiacere Marchionne [deroghe in presenza di investimenti significativi, si legge con chiarezza nel testo], questo si è dichiarato subito insoddisfatto, giudicando l’accordo ancora insufficiente, perché ai suoi unici referenti, cioè agli Investitori ed ai Mercati, non basta mai.
E’ chiaro che il contratto nazionale, il quale ancora per un po’ continuerà ad esistere, rappresenterà la condizione di miglior favore per i lavoratori, mentre il dilagare delle deroghe ai suoi istituti creerà situazioni di nuova e maggiore flessibilità unicamente a vantaggio del capitale.
Infine, le parti si appellano al Governo [maiuscola orwelliana nel testo] perché incentivi con riduzioni di tasse e contributi la contrattazione di secondo livello e, di conseguenza, le voci variabili stipendiali defiscalizzandole, mostrando così di aderire, in un certo qual modo, ad una visione “berlusconiana” degli sgravi, che trascura completamente la questione sociale e redistributiva, legando l’incentivo fiscale alla produttività, alla redditività, all’efficienza e all’efficacia, ed in definitiva all’arbitrio delle direzioni aziendali, in un’ottica squisitamente aziendalistica a vantaggio esclusivo della proprietà d’impresa.
Come dire: tutto agli Investitori ed ai Mercati e niente ai lavoratori, e dato il tenore dell’accordo interconfederale letto fra le righe, anche su questo le parti sembrano convenire in pieno.
Un bel accordo ha firmato Susanna Camusso, con un blitz che cancella le precedenti posizioni della CGIL, ed ora il problema che abbiamo davanti è duplice, in quanto è necessario e urgente sia liberarsi di questo accordo, per salvare la garanzia rappresentata dal contratto collettivo nazionale, sia liberarsi di Susanna Camusso prima che possa fare danni irreparabili.
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