http://www.regione.fvg.it/rafvg/ansa/ansaRegionaleb.act?ansa=20131030.042&dir=/rafvg/cms/RAFVG/ansa/
giovedì 31 ottobre 2013
Insiel: Serracchiani, servono nuove competenze e capacità
http://www.regione.fvg.it/rafvg/ansa/ansaRegionaleb.act?ansa=20131030.042&dir=/rafvg/cms/RAFVG/ansa/
mercoledì 30 ottobre 2013
martedì 29 ottobre 2013
mercoledì 23 ottobre 2013
Racconto da Atene
Tutti insieme, nessuno da solo
Sembra essere questo lo slogan scelto dalla resistenza greca, una resistenza dura, per forza e entità eguale a quella sotto la dittatura. Non ci sono torture da evitare c’è da combattere la fame, la povertà, l’espropriazione di uno stato e dei diritti sociali che esso comporta, il fascismo in ascesa e impunito grazie alle coperture militari e governative.
È lo slogan adottato da tutte le associazioni di movimento e politiche di opposizione alle misure della troika che ha portato la Grecia come ci raccontano i compagni e le compagne greche non a un disastro sociale ma addirittura a una crisi umanitaria. Ad Atene si fanno i conti sia con quello che si vede che con quello che si sente. Decine di persone normali che di notte dormono per la strada, un negozio aperto e 10 chiusi, interi stabili in disuso, fabbriche chiuse e università di Atene chiusa con un grande striscione che l’attraversa per tutta la sua altezza.
Intorno ai 4 milioni (su una popolazione di 11!) di persone sono sotto la soglia di povertà. I consumi sono calati del 7,5% nel 2012. 350.000 persone sono state licenziate in un anno, 30.000 al mese.
Su 6 milioni di lavoratori 3 milioni hanno già perso i benefici della sicurezza sociale compresa la sanità e non possono in alcun modo curarsi. La disoccupazione giovanile è quasi del 60%, i salari sono stati tagliati del 22% e del 35% per i giovani. Il governo ha reso legale la vendita di cibi scaduti.
La delegazione Fiom ad Atene, composta da 8 persone tra delegati e funzionari, nei giorni 30 settembre e 1 ottobre ha dovuto misurarsi con questa realtà.
La presenza del sindacato europeo nasce dall’ultimo comitato esecutivo di Industriall Europe che approva la richiesta di partecipazione e solidarietà nei confronti dei lavoratori greci e in particolare dei delegati e sindacalisti (tra cui il presidente del Poem, sindacato metalmeccanico greco) del cantiere navale di Skaramanga che rischiano 6 mesi di galera per presunte violenze avvenute lo scorso inverno durante uno sciopero per rivendicare il loro salario dopo 30 mesi senza stipendio.
La delegazione è composta da 180 persone. La più numerosa è quella belga con la Mwb, sindacato metalmeccanico vallone, da anni gemellato con il Poem greco che ha ben 80 partecipanti.
Sindacato multietnico, multilingue, militante, composto da compagni e compagne figli di generazioni di migranti provenienti dall’Italia, dalla Spagna, dalla Grecia, chi per sfuggire al fascismo, chi alla fame. Cantano i canti della Resistenza italiana, così come quelli della guerra civile spagnola, conosciuti da tutti perché, mi spiega un compagno, li hanno imparati dai loro compagni di lavoro.
Tante le voci che abbiamo ascoltato, dal primo giorno io e Valentina incontriamo Joanna, avvocato che lavora in un pool di avvocati che sostengono legalmente i migranti e soprattutto le migranti. Ci racconta cose impensabili di violenze, razzismi, violazioni dei diritti umani.
Due le iniziative ufficiali che svolge la delegazione della Fiom: la prima è la visita ai cantieri navali di Elefesis la mattina del 30 di settembre, la seconda il pomeriggio al Parlamento greco, ospite del gruppo di opposizione di Syriza.
Il 30 mattina partiamo con un pulmino per Elefesis (oltre il Pireo), cantiere militare, non possiamo portare con noi il filmmaker né possiamo fare foto.
Ci ricevono i delegati sindacali nella loro saletta, il traduttore ha studiato a Perugia, come tanti altri greci che incontreremo e che hanno fatto i loro studi in Italia.
Il cantiere è privato (600 addetti) così come Siros (230 addetti) e Skaramanga (1.200 addetti), gli unici 3 rimasti in piedi dopo la privatizzazione.
Negli ultimi due anni la situazione dei cantieri è precipitata, anche cercando qualche capitale estero non c’è nessun risultato in assenza di qualsiasi sostegno industriale ed economico del governo che anzi incentiva gli armatori greci ad andare a costruire le navi in Corea, dove le banche danno un sacco di soldi a un tasso ridicolo.
Sono stati in sciopero per 3 mesi perché non venivano pagati da 18 mesi. Dopo le lotte hanno ripreso a lavorare un po’ (2 navi e fanno anche riparazioni) con la decurtazione del 20% del salario. Per i 18 mesi senza salario hanno recuperato solo 2.000 euro.
Nel 2004 fu venduto il primo cantiere Skaramanga (ai tedeschi della ThyssenKrupp) e dopo tutti gli altri. I risultati della privatizzazione sono sotto gli occhi di tutti. Cantieri chiusi e quelli aperti hanno un sacco di problemi.
Ci dicono che siamo fortunati e che Fincantieri ce l’ha fatta, ce lo dice anche il direttore che incontreremo dopo la discussione con il consiglio di fabbrica che se la prende con l’Europa che ha messo negli anni Novanta la cantieristica europea in competizione con i vari Stati anziché con il resto del mondo permettendo la penetrazione dei coreani.
Alessandro Pagano e i delegati dei cantieri spiegano come abbiamo salvato in Italia i nostri cantieri, con mesi di cassa integrazione, con una lotta dura, con la volontà di difendere ciò che esiste, delle difficoltà di farlo di fronte alla volontà opposta del governo e degli armatori, con il rigore e la determinazione che i lavoratori di Fincantieri insieme alla sola Fiom e al suo coordinatore nazionale, Sandro Bianchi, hanno messo nella battaglia contro la privatizzazione di Fincantieri.
Se avessimo privatizzato oggi saremmo senza lavoro, senza cantieri e senza uno dei pochi settori industriali rimasti, esattamente come i greci.
I compagni del consiglio di fabbrica ci portano a pranzo. Mi sento in imbarazzo e dico che non avrebbero dovuto spendere dei soldi per noi. La risposta è stata per me stupefacente ma anche un pugno nello stomaco: “stai scherzando? Per una volta che qualcuno ci viene a trovare e si interessa di noi, per noi è solo un piacere”. Questa frase mi dà l’idea di quanto le loro condizioni di vita e lavoro e le loro splendide lotte siano lontane da Bruxelles e da Ginevra.
Il pomeriggio andiamo in Parlamento e ci riceve una folta delegazione di deputati di Syriza, con a capo una donna, la deputata Fothiou (geniale!).
Ci illustrano la situazione drammatica e ci dicono che hanno intenzione di proporre una conferenza europea che chieda l’annullamento del debito per tutti i paesi del sud dell’Europa, e una campagna contro il razzismo e il nazismo. Spiegano che Alba Dorata esiste dal dopoguerra ma non aveva mai contato nulla in un paese antifascista. Tutti i parlamentari e i militanti di Syriza sono impegnati nella fitta rete di associazioni sociali e di ong a cui danno anche sostegno economico.
Il primo di ottobre partiamo tutti in pullman per il tribunale. La manifestazione è vivace, peccato un po’ di pioggia. Dopo un’ora escono i nostri compagni, il giudice ha rinviato il giudizio al 5 di maggio perché a parer suo la polizia non ha prodotto le prove (foto) dell’accusa.
I compagni greci non sono affatto soddisfatti, ci ringraziano commossi e ci diamo tutti appuntamento a maggio.
Sia nelle riunioni ufficiali che in quelle con il movimento tutti ci raccontano di una Grecia che resiste. Si sono aperte 41 farmacie e cliniche sociali che curano quelli che non possono permetterselo con il volontariato di 100 medici, distribuiscono pacchi alimentari, in ogni quartiere si fanno mense sociali e si mettono insieme sia quelli che danno il cibo che quelli che lo cucinano e lo mangiano, si sono istituiti corsi di educazione sociale (molte scuole hanno chiuso e in ogni caso la gente non può più permettersi le materie complementari) con corsi di musica o di lingua, pool di avvocati che danno sostegno legale a chi perde la casa o non può più pagare. Per tutto questo lavoro collettivo si decide in assemblea nei quartieri una volta alla settimana e tutti insieme si decidono le priorità. Si sono organizzate decine e decine di cooperative. Ci sono anche esempi di autogestione di fabbriche andate a buon fine.
Questo esperimento di solidarietà e collettività per loro non è solo un esperimento di sopravvivenza, con esso si afferma che nessuno è da solo ma che tutti insieme si danno una speranza di farcela.
La delegazione riparte e l’ultima immagine che ci portiamo dietro è di una signora distintissima che mentre chiacchieriamo dopo aver mangiato un souvlaki ci chiede se può portar via il pane avanzato.
Torniamo con la sensazione di aver fatto qualcosa di buono e di utile. Averci regalato questa sensazione è un merito di tutti e tutte le persone che abbiamo avvicinato.
Non basterà, questo lo sappiano soprattutto una volta tornati nelle nostre routine, chi più chi meno burocratiche e di interminabili, a volte vuote, a volte inutili discussioni.
Io volo a Bruxelles dove c’è il coordinamento sindacale della Fiat in Europa. Con tutto quello che succede nel mondo Fiat in Europa, impieghiamo 5 ore di discussione con i veti di Fim e Uilm per decidere di inviare una lettera all’azienda per convocare un Cae!
Mi viene da pensare che forse i greci, nessuno da solo e tutti insieme, si salveranno, ma noi di sicuro no.
Sabina Petrucci
Ufficio Europa Fiom nazionale
Roma, 10 ottobre 2013
http://www.fiom.cgil.it/europa/comunicati/c_13_10_10-racconto.htm
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mercoledì 16 ottobre 2013
Legge Stabilità
sunto da il Fatto Quotidiano di oggi 16 ottobre
Cuneo fiscale. La manovra prevede per il 2014 sgravi fiscali per 3,7 miliardi, di questi 2,5 miliardi sono per il cuneo fiscale. Sarà il Parlamento a decidere come ripartire il beneficio tra i lavoratori.
Incentivi per il posto fisso. Tra gli interventi per le imprese e i lavoratori “c’è anche un incentivo per il passaggio dai contratti a tempo determinato a quelli a tempo indeterminato. Vale 7 milioni.
Salta la tassa sulle rendite, aumenta l’imposta sul bollo. Salta la tassa sulle rendite finanziarie prevista dalle bozze. Sarebbe passata dal 20% al 22%. Ma 3,8 miliardi arriveranno in tre anni dagli aumenti dell’imposta di bollo. Arriva un rincaro per le comunicazioni sui prodotti finanziari e per le comunicazioni web della Pubblica Amministrazione (16 euro).
Taglio agli sconti fiscali. Arriva una prima sforbiciata agli sconti fiscali. Vale 500 milioni entro gennaio prossimo.
Rifinanziate le ristrutturazioni. Arriva 1 miliardo di ‘scontì per per le ristrutturazioni edilizie e l’ecobonus.
Cig in deroga per 600 milioni e carta acquisti. Gli ammortizzatori in deroga saranno rifinanziata per il 2014 per un importo di 600 milioni. Il Fondo per la social card è incrementato di 250 milioni di euro per il 2014.
Stretta sulle pensioni “ricche”, tassa su quelle d’oro. Le pensioni più ricche – prevedono le bozze – quelle sopra i 3.000 euro non saranno adeguate al costo della vita nel 2014. Arriva invece una mazzata per quelle d’oro: sopra i 100.000 euro ci sarà un contributo “con la finalità di concorrere al mantenimento dell’equilibrio del sistema pensionistico”. Sarebbe del 5% per la parte eccedente i 100 mila euro fino 150mila, del 10% oltre i 150mila e del 15% oltre i 200mila.
Giù l’Iva per le coop sociali. Non c’è la revisione delle aliquote Iva. Ma viene bloccato l’aumento dell’Iva per le cooperative sociali.
Spending review per 16,1 miliardi. Dalle attività di revisione della spesa arriveranno 16,1 miliardi in 3 anni.
Arriva la Trise. Cambiano le tasse locali sulla casa. La nuova Service Tax, che scatta dal 2014, si chiamerà Trise e assorbirà Imu, Tares e Tarsu. Non il tributo provinciale ambientale.
Un miliardo ai Comuni per il calo della Trise. Si prevede per il 2014 il trasferimento di 1 miliardo ai comuni per ridurre il prelievo della nuova tassa sulla casa Trise. E arriva contestualmente l’allentamento del patto di stabilità per i Comuni, sempre per 1 miliardo.
Non autosufficienti e 5 per mille. Per gli interventi di pertinenza del Fondo per le non autosufficienze, incluso il sostegno delle persone affette da sclerosi laterale amiotrofica, è autorizzata la spesa di 250 milioni per il 2014. Rifinanziato anche il fondo per le politiche sociali e il 5 per mille.
Sale l’incentivo Ace. Si incentiva la patrimonializzazione delle imprese che diventano più affidabili per le banche. Cioè sale l’incentivo Ace. Rivalutazione per i beni d’impresa. Rifinanziamento di 1,6 miliardi per il fondo di garanzia per le piccole imprese.
Norma pro eccellenze. Arriva un supporto all’eccellenza italiana (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, ecc) per evitare criteri che ne avevano menomato l’attività.
articolo completo qui
aggiornamento 13.00
www.ilfattoquotidiano.it
Landini sulla Legge di Stabilità: "I lavoratori non sono dei coglioni: se per avere dieci euro lordi in più al mese in busta paga, se la somma è che prendono meno di prima, non è che tu puoi prendere in giro le persone"
Cuneo fiscale. La manovra prevede per il 2014 sgravi fiscali per 3,7 miliardi, di questi 2,5 miliardi sono per il cuneo fiscale. Sarà il Parlamento a decidere come ripartire il beneficio tra i lavoratori.
Incentivi per il posto fisso. Tra gli interventi per le imprese e i lavoratori “c’è anche un incentivo per il passaggio dai contratti a tempo determinato a quelli a tempo indeterminato. Vale 7 milioni.
Salta la tassa sulle rendite, aumenta l’imposta sul bollo. Salta la tassa sulle rendite finanziarie prevista dalle bozze. Sarebbe passata dal 20% al 22%. Ma 3,8 miliardi arriveranno in tre anni dagli aumenti dell’imposta di bollo. Arriva un rincaro per le comunicazioni sui prodotti finanziari e per le comunicazioni web della Pubblica Amministrazione (16 euro).
Taglio agli sconti fiscali. Arriva una prima sforbiciata agli sconti fiscali. Vale 500 milioni entro gennaio prossimo.
Rifinanziate le ristrutturazioni. Arriva 1 miliardo di ‘scontì per per le ristrutturazioni edilizie e l’ecobonus.
Cig in deroga per 600 milioni e carta acquisti. Gli ammortizzatori in deroga saranno rifinanziata per il 2014 per un importo di 600 milioni. Il Fondo per la social card è incrementato di 250 milioni di euro per il 2014.
Stretta sulle pensioni “ricche”, tassa su quelle d’oro. Le pensioni più ricche – prevedono le bozze – quelle sopra i 3.000 euro non saranno adeguate al costo della vita nel 2014. Arriva invece una mazzata per quelle d’oro: sopra i 100.000 euro ci sarà un contributo “con la finalità di concorrere al mantenimento dell’equilibrio del sistema pensionistico”. Sarebbe del 5% per la parte eccedente i 100 mila euro fino 150mila, del 10% oltre i 150mila e del 15% oltre i 200mila.
Giù l’Iva per le coop sociali. Non c’è la revisione delle aliquote Iva. Ma viene bloccato l’aumento dell’Iva per le cooperative sociali.
Spending review per 16,1 miliardi. Dalle attività di revisione della spesa arriveranno 16,1 miliardi in 3 anni.
Arriva la Trise. Cambiano le tasse locali sulla casa. La nuova Service Tax, che scatta dal 2014, si chiamerà Trise e assorbirà Imu, Tares e Tarsu. Non il tributo provinciale ambientale.
Un miliardo ai Comuni per il calo della Trise. Si prevede per il 2014 il trasferimento di 1 miliardo ai comuni per ridurre il prelievo della nuova tassa sulla casa Trise. E arriva contestualmente l’allentamento del patto di stabilità per i Comuni, sempre per 1 miliardo.
Non autosufficienti e 5 per mille. Per gli interventi di pertinenza del Fondo per le non autosufficienze, incluso il sostegno delle persone affette da sclerosi laterale amiotrofica, è autorizzata la spesa di 250 milioni per il 2014. Rifinanziato anche il fondo per le politiche sociali e il 5 per mille.
Sale l’incentivo Ace. Si incentiva la patrimonializzazione delle imprese che diventano più affidabili per le banche. Cioè sale l’incentivo Ace. Rivalutazione per i beni d’impresa. Rifinanziamento di 1,6 miliardi per il fondo di garanzia per le piccole imprese.
Norma pro eccellenze. Arriva un supporto all’eccellenza italiana (Accademia della Crusca, Accademia dei Lincei, ecc) per evitare criteri che ne avevano menomato l’attività.
articolo completo qui
aggiornamento 13.00
www.ilfattoquotidiano.it
Landini sulla Legge di Stabilità: "I lavoratori non sono dei coglioni: se per avere dieci euro lordi in più al mese in busta paga, se la somma è che prendono meno di prima, non è che tu puoi prendere in giro le persone"
venerdì 4 ottobre 2013
Mentre noi pensiamo a Dudù, 1,7 milioni di nuclei familiari in Italia vivono in condizioni di povertà assoluta
Quando questo governo Letta-Berlusconi è nato, il 30 Aprile 2013,
ha ottenuto al Senato 233 sì, 59 no e 18 astensioni. Dopo 5 mesi, con
gli stessi senatori e dopo interminabili risse e vergognose sceneggiate,
ha ottenuto 235 sì, 70 no e un astenuto. A conti fatti tutte queste
pagliacciate e giri di giostra per due miseri voti in più. Ma vi rendete
conto che mentre “giocate” a fare e rifare maggioranze, a spostare uno o
due senatori, a litigare in TV e sui giornali, a fare ridicole
sceneggiate come quelle in Senato, 1.7 milioni di nuclei familiari in
Italia vivono in condizioni di povertà assoluta?
Lo sapete, cari Senatori, che mentre giocate a fare governi e governicchi e a insultarvi reciprocamente, nel solo 2013 ben 50mila imprese hanno chiuso i battenti? Ma lo sapete, cari Deputati e Ministri, che mentre siete intenti a guardarvi l’ombelico e tirare a campare, la disoccupazione giovanile ha raggiunto la cifra record del 40,1%? Dico, lo sapete che a causa della vostra incompentenza e litigiosità l’IVA è aumentata al 22% e questo porterà ad una contrazione dei consumi andando così a peggiorare una situazione già di per sè pessima? Dico, lo sapete che mentre mandate in onda queste penose sceneggiate, i fondi avvoltoi speculano sugli stati e dirottano le nostre (poche) ricchezze nei loro conti segreti nei paradisi fiscali? Lo sapete che siete funzionali al loro gioco?
Dico: lo sapete vero? Dico, cari senatori e deputati, ma voi sapete come vivono i comuni cittadini fuori da quel mondo dorato dove vi siete rinchiusi? Onorevoli e Ministri della Repubblica, lo sapete che i comuni cittadini non riescono più a pagare il mutuo e sono costretti a scegliere se curarsi o mangiare, se mandare il figlio all’Università o pagare l’assicurazione della macchina?
Credete siano tutti interessati al congresso del PD, alle regole per le elezioni del nuovo segretario e del nuovo candidato premier? Davvero, lo dico senza iprocrisia e falsa retorica, ma avete mai provato a guardare fuori dalla finestra? Ad aprire le tende, buttare lo sguardo oltre Montecitorio e Palazzo Madama, oltre il Quirinale e Palazzo Chigi: dico avete mai provato a farlo? Capite che a causa dei vostri giochi, risse, stoccate, risate, abbracci, insulti e poi ancora sorrisi, abbracci, insulti e stoccate, l’Italia sta morendo? L’ho scritto varie volte e commentatori ben più autorevoli di me lo hanno ricordato: la coesione sociale del Paese sta per esplodare con gravi conseguenze di ordine pubblico e sociale. Prima lo capite e meglio è per l’Italia. Prima lo capite e meglio è per voi. Così evitate di stare lontani dalla realtà e, magari, provate a fare quel poco che la Troika vi permette di fare.
Perchè, questo non dovremmo mai dimenticarlo, mentre questi teatrini vanno in onda, mentre noi qui discutiamo di maggioranza e opposizione, di fiducia e leggi ad personam, di lizzi e lazzi, lassù lontano dai riflettori che di volta in volta si prendono i vari Scilipoti o Formigoni, là lontano da sguardi indiscreti si pianifica e parla del nostro futuro. Si mettono in piedi politiche economiche che lo Stato, un tempo sovrano, deve accettare e recepire. Letta, uomo della Trilaterale e del gruppo Bildeberg, lo sa bene. E lo sa ancora meglio Napolitano, anch’egli vicino a questi ambienti, che ce lo ha imposto. Poi, ahimè, va in onda questa farsa, sceneggiate degne delle peggiori osterie, condite di insulti e grida. Ognuno a difendere il proprio orticello. Senatori di ogni ordine e grado che qualora si andasse a nuove elezioni non sarebbero più candidati; Bondi che dice quello che tutti sappiamo, ovvero che erano lì per difendere Berlusconi e dell’aumento dell’IVA non gli importa neanche un po’; Letta che sa che mai più sarà premier qualora crollasse questo governo e, soprattutto, sa che gli tocca guidare il semestre europeo: un’occasione, più unica che rara, che non può di certo lasciarsi sfuggire. E mentre ognuno è intento a difendere il proprio orticello o poltrona, i grandi fondi speculativi guardano dalla finestra, assoporando già le lacrime di sangue che dovremo versare per poterli arricchire. Avvoltoi che si lanciano sulle vittime in difficoltà.
Noi questi avvoltoi non li vediamo, perché siamo intenti a guardare le risse di falchi e colombe in casa berlusconiana o la miriade di correnti in casa piddina. Noi questi avvoltoi non li conosciamo perché i media ci parlano di quanto abbaia Dudù e non degli “Vulture Funds”, i fondi avvoltoi che dissanguano i cittadini, che obbligano lo Stato a tagliare i fondi pubblici per la scuola, la sanità, la ricerca, la sicurezza per pagare il debito da usuraio contratto con questi avvoltoi. Così, giusto per fare un esempio, lo scorso anno la Grecia, per salvarsi dalla bancarotta, ha dovuto versare alla Dart Management con base nel paradiso fiscale delle isole Cayman, ben 400 milioni di euro (800 miliardi di vecchie lire). Soldi sottratti ai lavoratori che si sono visti tagliare lo stipendio del 30%, soldi rubati ai pensionati, soldi sottratti all’Università (quella di Atene ha chiuso i battenti qualche settimana fa). Soldi finiti nei paradisi fiscali. Esentasse, manco a dirlo.
Mentre noi pensiamo alla squallida sceneggiata tra Cicchitto e Sallusti, questi fondi avvoltoi dissanguano le finanze degli Stati un tempo sovrani. Elliot, Hemishere, Dart (solo per citarne alcuni) stanno dissanguando le finanze degli Stati, dirottando i nostri soldi (quello che paghiamo con le tasse per intenderci) in paradisi fiscali. Stanno facendo all’Europa quanto hanno già fatto con le finanze del Ghana, dello Zambia, del Congo, dell’Argentina (che ad un certo punto si è rifiutata di regalare i soldi pubblici a questi avvoltoi senza scrupoli) e del Perù.
Ecco, continuiamo a pensare a Dudù noialtri, mentre loro lucrano sulle nostre debolezze.
Lo sapete, cari Senatori, che mentre giocate a fare governi e governicchi e a insultarvi reciprocamente, nel solo 2013 ben 50mila imprese hanno chiuso i battenti? Ma lo sapete, cari Deputati e Ministri, che mentre siete intenti a guardarvi l’ombelico e tirare a campare, la disoccupazione giovanile ha raggiunto la cifra record del 40,1%? Dico, lo sapete che a causa della vostra incompentenza e litigiosità l’IVA è aumentata al 22% e questo porterà ad una contrazione dei consumi andando così a peggiorare una situazione già di per sè pessima? Dico, lo sapete che mentre mandate in onda queste penose sceneggiate, i fondi avvoltoi speculano sugli stati e dirottano le nostre (poche) ricchezze nei loro conti segreti nei paradisi fiscali? Lo sapete che siete funzionali al loro gioco?
Dico: lo sapete vero? Dico, cari senatori e deputati, ma voi sapete come vivono i comuni cittadini fuori da quel mondo dorato dove vi siete rinchiusi? Onorevoli e Ministri della Repubblica, lo sapete che i comuni cittadini non riescono più a pagare il mutuo e sono costretti a scegliere se curarsi o mangiare, se mandare il figlio all’Università o pagare l’assicurazione della macchina?
Credete siano tutti interessati al congresso del PD, alle regole per le elezioni del nuovo segretario e del nuovo candidato premier? Davvero, lo dico senza iprocrisia e falsa retorica, ma avete mai provato a guardare fuori dalla finestra? Ad aprire le tende, buttare lo sguardo oltre Montecitorio e Palazzo Madama, oltre il Quirinale e Palazzo Chigi: dico avete mai provato a farlo? Capite che a causa dei vostri giochi, risse, stoccate, risate, abbracci, insulti e poi ancora sorrisi, abbracci, insulti e stoccate, l’Italia sta morendo? L’ho scritto varie volte e commentatori ben più autorevoli di me lo hanno ricordato: la coesione sociale del Paese sta per esplodare con gravi conseguenze di ordine pubblico e sociale. Prima lo capite e meglio è per l’Italia. Prima lo capite e meglio è per voi. Così evitate di stare lontani dalla realtà e, magari, provate a fare quel poco che la Troika vi permette di fare.
Perchè, questo non dovremmo mai dimenticarlo, mentre questi teatrini vanno in onda, mentre noi qui discutiamo di maggioranza e opposizione, di fiducia e leggi ad personam, di lizzi e lazzi, lassù lontano dai riflettori che di volta in volta si prendono i vari Scilipoti o Formigoni, là lontano da sguardi indiscreti si pianifica e parla del nostro futuro. Si mettono in piedi politiche economiche che lo Stato, un tempo sovrano, deve accettare e recepire. Letta, uomo della Trilaterale e del gruppo Bildeberg, lo sa bene. E lo sa ancora meglio Napolitano, anch’egli vicino a questi ambienti, che ce lo ha imposto. Poi, ahimè, va in onda questa farsa, sceneggiate degne delle peggiori osterie, condite di insulti e grida. Ognuno a difendere il proprio orticello. Senatori di ogni ordine e grado che qualora si andasse a nuove elezioni non sarebbero più candidati; Bondi che dice quello che tutti sappiamo, ovvero che erano lì per difendere Berlusconi e dell’aumento dell’IVA non gli importa neanche un po’; Letta che sa che mai più sarà premier qualora crollasse questo governo e, soprattutto, sa che gli tocca guidare il semestre europeo: un’occasione, più unica che rara, che non può di certo lasciarsi sfuggire. E mentre ognuno è intento a difendere il proprio orticello o poltrona, i grandi fondi speculativi guardano dalla finestra, assoporando già le lacrime di sangue che dovremo versare per poterli arricchire. Avvoltoi che si lanciano sulle vittime in difficoltà.
Noi questi avvoltoi non li vediamo, perché siamo intenti a guardare le risse di falchi e colombe in casa berlusconiana o la miriade di correnti in casa piddina. Noi questi avvoltoi non li conosciamo perché i media ci parlano di quanto abbaia Dudù e non degli “Vulture Funds”, i fondi avvoltoi che dissanguano i cittadini, che obbligano lo Stato a tagliare i fondi pubblici per la scuola, la sanità, la ricerca, la sicurezza per pagare il debito da usuraio contratto con questi avvoltoi. Così, giusto per fare un esempio, lo scorso anno la Grecia, per salvarsi dalla bancarotta, ha dovuto versare alla Dart Management con base nel paradiso fiscale delle isole Cayman, ben 400 milioni di euro (800 miliardi di vecchie lire). Soldi sottratti ai lavoratori che si sono visti tagliare lo stipendio del 30%, soldi rubati ai pensionati, soldi sottratti all’Università (quella di Atene ha chiuso i battenti qualche settimana fa). Soldi finiti nei paradisi fiscali. Esentasse, manco a dirlo.
Mentre noi pensiamo alla squallida sceneggiata tra Cicchitto e Sallusti, questi fondi avvoltoi dissanguano le finanze degli Stati un tempo sovrani. Elliot, Hemishere, Dart (solo per citarne alcuni) stanno dissanguando le finanze degli Stati, dirottando i nostri soldi (quello che paghiamo con le tasse per intenderci) in paradisi fiscali. Stanno facendo all’Europa quanto hanno già fatto con le finanze del Ghana, dello Zambia, del Congo, dell’Argentina (che ad un certo punto si è rifiutata di regalare i soldi pubblici a questi avvoltoi senza scrupoli) e del Perù.
Ecco, continuiamo a pensare a Dudù noialtri, mentre loro lucrano sulle nostre debolezze.
Massimo Ragnedda - 04/10/2013
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venerdì 27 settembre 2013
Oltre Telecom - la crisi epocale da cui l'Italia non sa uscire
Il caso Telecom Italia è in queste ore balzato
all’onore delle cronache, ricordando all’opinione pubblica come il
nostro paese stia drammaticamente perdendo i suoi cespiti più
importanti. L’informazione moderna è frenetica e la memoria del pubblico
corta: probabilmente la notizia, e il dibattito attorno ad essa,
saranno già dimenticati nel giro d’un paio di giorni. Lo dimostra il
fatto che il clamore suscitato oggi dal passaggio della compagnia
telefonica nazionale in mani spagnole sia in realtà ingiustificato,
trattandosi solo dell’ultimo episodio d’un processo di privatizzazione,
parcellizzazione e vendita all’estero dei cespiti italiani che prosegue
da oltre un ventennio. Processo che va di pari passo con la collocazione
del debito pubblico all’estero, l’incremento della pressione fiscale
per pagare i sempre più onerosi interessi, la cessione della politica
monetaria a un’entità esterna, la rinuncia ad un ruolo statale
nell’economia, ed altro ancora. Tutti fenomeni interrelati tra loro, che
rispondono ad una carenza strategica dell’Italia e hanno il loro esito
nella retrocessione del paese a un ruolo completamento subalterno. Ma
andiamo per ordine.
Nel 1963 la nazionalizzazione del comparto elettrico, varata da Amintore Fanfani, conferì il monopolio nel settore all’ENEL. La SIP, una società elettrica rilevata negli anni ’30 dall’IRI e che fin dagli anni ’20 aveva investito nel settore telefonico, sfruttò le entrate derivanti dalla vendita dei cespiti all’ENEL per dedicarsi interamente a quest’ultimo settore, in cui già era da alcuni anni monopolista di fatto controllando tutti gli operatori. La storia della SIP è di successo, d’un operatore all’avanguardia mondiale. Ad esempio, è italiana l’introduzione della prima scheda telefonica al mondo (1976), una tecnologia protagonista per alcuni decenni della telefonia nonché antesignana della scheda ricaricabile. Anche questa seconda tecnologia, decisiva per lo sviluppo della telefonia mobile, fu un’invenzione italiana: la prima scheda ricaricabile al mondo fu emessa dalla TIM, nel 1996.
Nel 1973 la SIP creò invece RTMI, la prima rete italiana radiomobile integrata nel sistema telefonico nazionale: è lo stesso anno in cui negli USA la Motorola lanciava il primo telefono mobile. Nel 1979 l’azienda statale italiana pose i primi 16 km di fibra ottica a Roma: si tenga presente che tale tecnologia era stata applicata per la prima volta negli USA solo due anni prima. All’inizio degli anni ’90 la SIP era l’azienda europea col maggior numero d’abbonati al servizio radiomobile. La STET, la società tramite cui l’IRI controllava la SIP, aveva più di 135.000 dipendenti e un fatturato di quasi 14.500 miliardi di lire. Tra le controllate di STET erano anche imprese strategiche come Selenia (produzione di radar, avionica, elettronica di bordo, sistemi missilistici) e Sistel (sistemi missilistici).
Nel 1985 cominciò il processo di privatizzazione, con la quota STET in SIP che decrebbe dall’82% al 54%. Nel 1994 dalla fusione di SIP con altre società controllate dalla STET nacque Telecom Italia, che nel 1997 si fuse con la STET stessa mantenendo il proprio nome.
Nel 1995 fu invece scorporata TIM (che Telecom Italia avrebbe riacquistato nel 2005, aggravando il proprio indebitamento); SEAT fu invece scorporata e privatizzata a vantaggio d’una cordata guidata da De Agostini.
Nel 1997, sotto il governo Prodi e con Guido Rossi a capo della società, il Tesoro cedette quasi tutte le sue azioni (il 35,26% del capitale) ricavando 26.000 miliardi di lire. Quasi 13 miliardi e mezzo di euro, allora decisivi per l’ingresso dell’Italia nell’Euro, ma ben poca cosa di fronte a un debito pubblico che oggi ha superato i 2000 miliardi di euro.
All’epoca fallì il progetto di conferire il controllo di Telecom Italia a un “nocciolo duro” costruito attorno agli Agnelli e cominciarono le scalate: prima quella della cordata guidata da Roberto Colaninno e riunita nella società Hopa (1999), poi quella della Olimpia di Marco Tronchetti Provera (2001), infine quella della Telco composta da banche italiane e dalla società spagnolo Telefonica (2007).
L’OPA lanciata dalla cordata guidata dal Colaninno nel 1999 ebbe dimensioni imponenti: un affare da 100.000 miliardi di lire, il più grande (ancora oggi) nel suo genere in Italia e tra i maggiori al mondo. Eppure, tanto Colaninno quanto i suoi soci misero direttamente sul piatto poco denaro, facendosi invece forti del credito ottenuto da varie banche, con in testa la statunitense Chase Manhattan che garantì da sola metà dell’importo. Anche quello della Olimpia fu un acquisto a debito, e questa particolare modalità di scalata si è ripercossa sullo stato di salute della Telecom Italia. Sebbene i protagonisti abbiano sempre respinto l’accusa di aver scaricato sulla società i debiti maturati per acquistarla, è un fatto che dalla privatizzazione a oggi la Telecom abbia sostanzialmente bloccato gl’investimenti sulla rete, dimezzato i dipendenti (da 120.000 a 55.000), ceduto il proprio patrimonio immobiliare (con ingenti ricavi ma acquisendo l’onere d’affitti che ogni anno costano alla società varie centinaia di milioni di euro), passato di mano investimenti e controllate (Italtel, Digitel, Tim Hellas, Alice France e altre ancora).
Malgrado questo ingente piano di dismissioni e ridimensionamento, il debito della società è esploso, dagli 8,1 miliardi di euro del 1998 ai 36 miliardi di euro di oggi. Ma, mentre la Telecom Italia accumulava questi ulteriori 28 miliardi di debiti, la società ha continuato a distribuire generosi dividendi ai suoi azionisti: ben più di 20 miliardi di euro.
Oggi politica e opinione pubblica fanno mostra d’indignazione per l’acquisizione della Telecom Italia da parte di Telefonica. La società spagnola con un investimento di poco più di 800 milioni di euro acquisisce il controllo di una che sul mercato vale 11 miliardi; i giornali hanno poi ben descritto come Telefonica, già indebitata di suo (54 miliardi di euro di debito netto), difficilmente investirà sulla rete italiana, ma anzi il suo principale interesse è sbarazzarsi della concorrenza che le sussidiarie Telecom Italia in Sudamerica fanno alla compagnia spagnola. Eppure, il disastro della Telecom Italia – da multinazionale dello Stato italiano all’avanguardia nel mondo a indebitato carrozzone svenduto a una compagnia straniera – si è consumato, lentamente e inesorabilmente, nel giro di un quarto di secolo, ed epitoma una sorte simile toccata a tante altre eccellenze italiane coinvolte nel processo di privatizzazione – un mantra che, sempre per un quarto di secolo e più, è stato ripetuto e presentato come taumaturgico dalla politica e dell’intellighenzia italiana. Alitalia e Cirio sono esempi di compagnie che, dopo l’uscita dall’IRI, non hanno certo brillato. Finmeccanica, rimasta in mano pubblica, ha mantenuto e consolidato il suo ruolo nel mercato globale, ma oggi è nel mirino della prossima tornata di privatizzazioni.
Il passaggio in mano straniera di determinate compagnie non è una questione di prestigio nazionale. Pecunia non olet. Il problema è altresì strategico e di tenuta del sistema Italia. La rete telefonica (ivi inclusa Internet) del nostro paese è passata in mano spagnola. Il sistema agroalimentare italiano è stato in larga parte acquisito dai francesi. Nell’informatica sono lontani i tempi in cui la Olivetti gareggiava con i marchi statunitensi nell’introduzione dei primi PC. L’industria degli armamenti, economicamente ancora sana, a causa della pressione della politica e di quella dell’opinione pubblica dopo il disvelamento d’alcuni scandali di corruzione, ha avviato la cessione di cespiti all’estero. L’Italia sta perdendo non solo il controllo di elementi strategici della sua economia e capacità produttiva, ma il processo di privatizzazione – a prescindere che sia avvenuto a vantaggio di compagnie stranieri o di “capitani coraggiosi” di casa nostra – si è accompagnato generalmente al radicale calo degl’investimenti nell’ammodernamento delle strutture e nella ricerca scientifica, nonché alla delocalizzazione d’impianti e produzioni all’estero. Vi è inoltre il problema fiscale: l’acquisizione da parte di grosse multinazionali favorisce quei processi di elusione in virtù del quale corporation dai fatturati miliardari versano in tasse cifre irrisorie (vedi il caso Apple, capace di pagare nel 2011 dieci milioni di tasse pur avendo entrate da 22 miliardi).
La perdita di controllo su strutture strategiche, il calo dell’occupazione, l’uscita da settori ad alta tecnologia (la progressiva sparizione della grande industria in Italia è all’origine di quell’incapacità del sistema d’assorbire i laureati italiani, con conseguente “fuga dei cervelli” istruiti a caro prezzo), sono problemi che l’Italia patisce non da oggi, ma da decenni, e che sono indipendenti dalla nazionalità dell’acquirente del cespite privatizzato. Gioielli dell’industria italiana, oggi finiti in mano straniera o in procinto di farlo, vi sono giunti dopo che il capitalismo nazionale li ha demoliti con una gestione poco lungimirante, e certo incosciente, mirante solo a massimizzare i profitti a breve termine. Uno Stato debole e guidato da funzionari poco coscienziosi, che si sono fatti scudo strumentalmente del tema del debito pubblico (le privatizzazioni hanno inciso e incideranno minimamente a vantaggio delle casse statali), ha svenduto beni così faticosamente creati e accumulati dall’Italia in sforzi pluridecennali. Inutile oggi stracciarsi le vesti perché Telecom Italia diventa spagnola, e il giorno dopo svendere ENI o Finmeccanica. Inutile anche recuperare la rete per decreto – e un nuovo sacrificio finanziario, dal momento che non si può espropriarla senza indennizzo – salvo poi perseverare nel non investirvi per ammodernarla, cosa più che probabile visto che nessuno più in Italia, né lo Stato né le banche né gl’industriali, hanno i soldi necessari e la volontà di spenderli.
Il problema è a monte.
È in un’adesione ideologica e dottrinaria al neoliberalismo, coi suoi mantra del laissez-faire, della non ingerenza dello Stato nell’economia, del privatizzare, del lasciar fare al mercato. È nell’assenza di una pianificazione strategica da parte dello Stato e di una riflessione strategica da parte della società civile. È nell’incapacità della società italiana di mantenere una coesione morale e un minimo di patriottismo necessari a salvarla dagli ovvi assalti di competitori stranieri giustamente decisi a massimizzare i propri profitti. Sono questi gl’ingredienti della crisi del nostro paese, ch’è non solo la crisi del debito che l’attanaglia ormai da alcuni anni, ma è una più generale retrocessione dell’Italia dal suo rango di paese tra i più avanzati al mondo. Senza affrontare questi macro-problemi il declino proseguirà inarrestabile. E Telecom Italia che passa a Telefonica, nel libro di questo declino, è paragonabile a non più di un breve paragrafo.
D. Scalea - 25/09/2013
http://www.geopolitica-rivista.org
Nel 1963 la nazionalizzazione del comparto elettrico, varata da Amintore Fanfani, conferì il monopolio nel settore all’ENEL. La SIP, una società elettrica rilevata negli anni ’30 dall’IRI e che fin dagli anni ’20 aveva investito nel settore telefonico, sfruttò le entrate derivanti dalla vendita dei cespiti all’ENEL per dedicarsi interamente a quest’ultimo settore, in cui già era da alcuni anni monopolista di fatto controllando tutti gli operatori. La storia della SIP è di successo, d’un operatore all’avanguardia mondiale. Ad esempio, è italiana l’introduzione della prima scheda telefonica al mondo (1976), una tecnologia protagonista per alcuni decenni della telefonia nonché antesignana della scheda ricaricabile. Anche questa seconda tecnologia, decisiva per lo sviluppo della telefonia mobile, fu un’invenzione italiana: la prima scheda ricaricabile al mondo fu emessa dalla TIM, nel 1996.
Nel 1973 la SIP creò invece RTMI, la prima rete italiana radiomobile integrata nel sistema telefonico nazionale: è lo stesso anno in cui negli USA la Motorola lanciava il primo telefono mobile. Nel 1979 l’azienda statale italiana pose i primi 16 km di fibra ottica a Roma: si tenga presente che tale tecnologia era stata applicata per la prima volta negli USA solo due anni prima. All’inizio degli anni ’90 la SIP era l’azienda europea col maggior numero d’abbonati al servizio radiomobile. La STET, la società tramite cui l’IRI controllava la SIP, aveva più di 135.000 dipendenti e un fatturato di quasi 14.500 miliardi di lire. Tra le controllate di STET erano anche imprese strategiche come Selenia (produzione di radar, avionica, elettronica di bordo, sistemi missilistici) e Sistel (sistemi missilistici).
Nel 1985 cominciò il processo di privatizzazione, con la quota STET in SIP che decrebbe dall’82% al 54%. Nel 1994 dalla fusione di SIP con altre società controllate dalla STET nacque Telecom Italia, che nel 1997 si fuse con la STET stessa mantenendo il proprio nome.
Nel 1995 fu invece scorporata TIM (che Telecom Italia avrebbe riacquistato nel 2005, aggravando il proprio indebitamento); SEAT fu invece scorporata e privatizzata a vantaggio d’una cordata guidata da De Agostini.
Nel 1997, sotto il governo Prodi e con Guido Rossi a capo della società, il Tesoro cedette quasi tutte le sue azioni (il 35,26% del capitale) ricavando 26.000 miliardi di lire. Quasi 13 miliardi e mezzo di euro, allora decisivi per l’ingresso dell’Italia nell’Euro, ma ben poca cosa di fronte a un debito pubblico che oggi ha superato i 2000 miliardi di euro.
All’epoca fallì il progetto di conferire il controllo di Telecom Italia a un “nocciolo duro” costruito attorno agli Agnelli e cominciarono le scalate: prima quella della cordata guidata da Roberto Colaninno e riunita nella società Hopa (1999), poi quella della Olimpia di Marco Tronchetti Provera (2001), infine quella della Telco composta da banche italiane e dalla società spagnolo Telefonica (2007).
L’OPA lanciata dalla cordata guidata dal Colaninno nel 1999 ebbe dimensioni imponenti: un affare da 100.000 miliardi di lire, il più grande (ancora oggi) nel suo genere in Italia e tra i maggiori al mondo. Eppure, tanto Colaninno quanto i suoi soci misero direttamente sul piatto poco denaro, facendosi invece forti del credito ottenuto da varie banche, con in testa la statunitense Chase Manhattan che garantì da sola metà dell’importo. Anche quello della Olimpia fu un acquisto a debito, e questa particolare modalità di scalata si è ripercossa sullo stato di salute della Telecom Italia. Sebbene i protagonisti abbiano sempre respinto l’accusa di aver scaricato sulla società i debiti maturati per acquistarla, è un fatto che dalla privatizzazione a oggi la Telecom abbia sostanzialmente bloccato gl’investimenti sulla rete, dimezzato i dipendenti (da 120.000 a 55.000), ceduto il proprio patrimonio immobiliare (con ingenti ricavi ma acquisendo l’onere d’affitti che ogni anno costano alla società varie centinaia di milioni di euro), passato di mano investimenti e controllate (Italtel, Digitel, Tim Hellas, Alice France e altre ancora).
Malgrado questo ingente piano di dismissioni e ridimensionamento, il debito della società è esploso, dagli 8,1 miliardi di euro del 1998 ai 36 miliardi di euro di oggi. Ma, mentre la Telecom Italia accumulava questi ulteriori 28 miliardi di debiti, la società ha continuato a distribuire generosi dividendi ai suoi azionisti: ben più di 20 miliardi di euro.
Oggi politica e opinione pubblica fanno mostra d’indignazione per l’acquisizione della Telecom Italia da parte di Telefonica. La società spagnola con un investimento di poco più di 800 milioni di euro acquisisce il controllo di una che sul mercato vale 11 miliardi; i giornali hanno poi ben descritto come Telefonica, già indebitata di suo (54 miliardi di euro di debito netto), difficilmente investirà sulla rete italiana, ma anzi il suo principale interesse è sbarazzarsi della concorrenza che le sussidiarie Telecom Italia in Sudamerica fanno alla compagnia spagnola. Eppure, il disastro della Telecom Italia – da multinazionale dello Stato italiano all’avanguardia nel mondo a indebitato carrozzone svenduto a una compagnia straniera – si è consumato, lentamente e inesorabilmente, nel giro di un quarto di secolo, ed epitoma una sorte simile toccata a tante altre eccellenze italiane coinvolte nel processo di privatizzazione – un mantra che, sempre per un quarto di secolo e più, è stato ripetuto e presentato come taumaturgico dalla politica e dell’intellighenzia italiana. Alitalia e Cirio sono esempi di compagnie che, dopo l’uscita dall’IRI, non hanno certo brillato. Finmeccanica, rimasta in mano pubblica, ha mantenuto e consolidato il suo ruolo nel mercato globale, ma oggi è nel mirino della prossima tornata di privatizzazioni.
Il passaggio in mano straniera di determinate compagnie non è una questione di prestigio nazionale. Pecunia non olet. Il problema è altresì strategico e di tenuta del sistema Italia. La rete telefonica (ivi inclusa Internet) del nostro paese è passata in mano spagnola. Il sistema agroalimentare italiano è stato in larga parte acquisito dai francesi. Nell’informatica sono lontani i tempi in cui la Olivetti gareggiava con i marchi statunitensi nell’introduzione dei primi PC. L’industria degli armamenti, economicamente ancora sana, a causa della pressione della politica e di quella dell’opinione pubblica dopo il disvelamento d’alcuni scandali di corruzione, ha avviato la cessione di cespiti all’estero. L’Italia sta perdendo non solo il controllo di elementi strategici della sua economia e capacità produttiva, ma il processo di privatizzazione – a prescindere che sia avvenuto a vantaggio di compagnie stranieri o di “capitani coraggiosi” di casa nostra – si è accompagnato generalmente al radicale calo degl’investimenti nell’ammodernamento delle strutture e nella ricerca scientifica, nonché alla delocalizzazione d’impianti e produzioni all’estero. Vi è inoltre il problema fiscale: l’acquisizione da parte di grosse multinazionali favorisce quei processi di elusione in virtù del quale corporation dai fatturati miliardari versano in tasse cifre irrisorie (vedi il caso Apple, capace di pagare nel 2011 dieci milioni di tasse pur avendo entrate da 22 miliardi).
La perdita di controllo su strutture strategiche, il calo dell’occupazione, l’uscita da settori ad alta tecnologia (la progressiva sparizione della grande industria in Italia è all’origine di quell’incapacità del sistema d’assorbire i laureati italiani, con conseguente “fuga dei cervelli” istruiti a caro prezzo), sono problemi che l’Italia patisce non da oggi, ma da decenni, e che sono indipendenti dalla nazionalità dell’acquirente del cespite privatizzato. Gioielli dell’industria italiana, oggi finiti in mano straniera o in procinto di farlo, vi sono giunti dopo che il capitalismo nazionale li ha demoliti con una gestione poco lungimirante, e certo incosciente, mirante solo a massimizzare i profitti a breve termine. Uno Stato debole e guidato da funzionari poco coscienziosi, che si sono fatti scudo strumentalmente del tema del debito pubblico (le privatizzazioni hanno inciso e incideranno minimamente a vantaggio delle casse statali), ha svenduto beni così faticosamente creati e accumulati dall’Italia in sforzi pluridecennali. Inutile oggi stracciarsi le vesti perché Telecom Italia diventa spagnola, e il giorno dopo svendere ENI o Finmeccanica. Inutile anche recuperare la rete per decreto – e un nuovo sacrificio finanziario, dal momento che non si può espropriarla senza indennizzo – salvo poi perseverare nel non investirvi per ammodernarla, cosa più che probabile visto che nessuno più in Italia, né lo Stato né le banche né gl’industriali, hanno i soldi necessari e la volontà di spenderli.
Il problema è a monte.
È in un’adesione ideologica e dottrinaria al neoliberalismo, coi suoi mantra del laissez-faire, della non ingerenza dello Stato nell’economia, del privatizzare, del lasciar fare al mercato. È nell’assenza di una pianificazione strategica da parte dello Stato e di una riflessione strategica da parte della società civile. È nell’incapacità della società italiana di mantenere una coesione morale e un minimo di patriottismo necessari a salvarla dagli ovvi assalti di competitori stranieri giustamente decisi a massimizzare i propri profitti. Sono questi gl’ingredienti della crisi del nostro paese, ch’è non solo la crisi del debito che l’attanaglia ormai da alcuni anni, ma è una più generale retrocessione dell’Italia dal suo rango di paese tra i più avanzati al mondo. Senza affrontare questi macro-problemi il declino proseguirà inarrestabile. E Telecom Italia che passa a Telefonica, nel libro di questo declino, è paragonabile a non più di un breve paragrafo.
D. Scalea - 25/09/2013
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