martedì 20 gennaio 2015

Situazione Insiel

Come ognuno di noi sa, la situazione in azienda diventa ogni giorno più pesante, per questo, con le altre RSU abbiamo deciso di provare a smuovere qualcosa ...
Abbiamo deciso in prima battuta di inviare una mail di denuncia, in particolare al Presidente al direttore del personale e al CDA che vi alleghiamo.

Non vi nascondiamo che siamo coscienti che anche questa iniziativa cadrà molto probabilmente nel vuoto, per questo, d’accordo con gli altri, abbiamo stabilito una scaletta di iniziative da seguire.




venerdì 9 gennaio 2015

Nessun pasto è gratis, ovvero…

…di alcune perplessità contabili della serva intorno alla presunta rivoluzione copernicana dell’attuale italico governo

In questo finire dell’anno corrente, in conseguenza dei meccanismi innescati dalla legge Fornero del 2012 in relazione alla riforma degli ammortizzatori sociali, decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici ultracinquantenni vengono licenziati in tutto il paese per «non perdere» un anno di mobilità; una quantità, al momento imprecisabile, di crisi aziendali viene risolta mettendo in mobilità, più o meno incentivata, migliaia di dipendenti a prescindere dalla possibilità di raggiungere i requisiti pensionistici, tanto sotto il profilo contributivo quanto sotto quello dell’età anagrafica: tutto questo per non perdere l’opportunità di un anno di indennità dal 30% al 50% inferiore al loro salario contrattuale, ma valido per maturare la copertura pensionistica figurativa.

Una botta di c… che di questi tempi non va sprecata.

Già dallo scorso anno, invece, sempre come conseguenza della legge Fornero, va assumendo dimensioni sempre più rilevanti il fenomeno delle dimissioni volontarie cui viene, per così dire, indotti un numero crescente di dipendenti per non danneggiare i padroni che, ove li licenziassero, dovrebbero pagare all’Inps una penale di circa 240 €, compromettendosi altresì la possibilità di godere di benefici contributivi e/o sgravi fiscali assortiti. La perdita del diritto all’Aspi o alla MiniAspi, con annessi assegni al nucleo familiare da parte di lavoratori e lavoratrici è un incidentale effetto collaterale che, per quanto deprecabile, costituisce il prezzo che qualcuno deve pur pagare, e certamente non possono essere le imprese – fulcro delle ipotesi governative per uscire dalla crisi – a farsene carico.

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fonte : http://www.connessioniprecarie.org
autore : M Fontana - 31 dicembre 2014

mercoledì 31 dicembre 2014

Cremaschi : 2015, col Jobs act sarà l’anno dei licenziamenti di massa

Era lecito domandarsi a che servisse togliere la tutela dell’articolo 18 a tutti i nuovi assunti, quando non si creano nuovi posti di lavoro e la disoccupazione aumenta.

Il decreto natalizio del governo Renzi supera questa contraddizione. Senza che se ne fosse minimamente accennato nella discussione parlamentare sulla legge delega, il testo sfrutta al massimo l’incostituzionale mandato in bianco imposto col voto di fiducia e estende la franchigia anche al mancato rispetto delle regole sui licenziamenti collettivi. 
La legge 223 infatti, recependo principi e regole in vigore in tutti i paesi industriali più avanzati e sostenute con forza da tutte le organizzazioni internazionali, Onu in testa, da oltre venti anni disciplina i licenziamenti collettivi per crisi, stabilendo criteri e regole nel loro esercizio. Ad esempio essa applica un concetto principe del diritto del lavoro degli USA, la “seniority list ” . Se proprio si deve licenziare si parte dagli ultimi arrivati , dai più giovani, da coloro che non hanno carichi familiari e si risale verso le madri e gli anziani capi di famiglia. In vetta a quella lista, nelle aziende Usa sindacalizzate, stanno addirittura i rappresentanti dei lavoratori. 
In Italia non siamo così rigidi, ma il senso della regola è lo stesso. 
La 223 stabilisce che solo con un accordo sindacale controfirmato da una pubblica autorità si possa derogare ai criteri dell’anzianità e dei carichi familiari. Così son state definite con le aziende, da ultimo con Meridiana, le uscite dei più anziani, in grado di raggiungere la pensione con la indennità di mobilità. Se un’azienda prima del decreto Renzi avesse voluto fare licenziamenti indiscriminati di massa , avrebbe subìto un doppio danno. Avrebbe dovuto pagare consistenti penali e avrebbe rischiato la reintegra da parte di un giudice di tutti i dipendenti licenziati senza il rispetto di regole e procedure. Questo vincolo ha frenato i licenziamenti di massa, anche in una crisi senza precedenti come quella attuale. 
Ora viene tolto e le aziende potranno liberamente sbarazzarsi, per crisi e ragioni economiche, di lavoratrici e lavoratori che hanno l’articolo 18 e sostituirli con dipendenti precari a vita, pagati molto meno e per la cui assunzione riceveranno anche un consistente finanziamento pubblico.

La portata reazionaria di questo decreto mostra tutta la malafede di un governo che sa perfettamente che la liberalizzazione dei licenziamenti non ha mai prodotto, né mai produrrà un solo posto di lavoro aggiuntivo a quelli esistenti. Nessuno assume in più se non ha lavoro in più da far fare. 
Ma se viene offerta la possibilità di realizzare, a condizioni più che favorevoli, quello che le imprese chiamano il ricambio organico del personale, perché rifiutarla? Questo è lo scopo vero del Jobact : un gigantesco scambio di manodopera tra chi ha più e chi ha meno diritti e salario. Come più di cento anni fa, quando i braccianti venivano cacciati dalla terra che avevano coltivato, perché agrari e baroni reclutavano gente più povera disposta a subire condizioni peggiori. 
Non solo il Jobact non fa nulla contro la disoccupazione, ma anzi proprio per funzionare ha bisogno di una massa ricattabile di senza lavoro, senza i quali le sue norme resterebbero lettera morta. Alla fine l’ occupazione complessiva sarà ancora minore, come già sapientemente prevede la Confindustria, ma quella rimasta somiglierà molto di più a quella che lavora oggi in Cina rispetto a quella che aveva conquistato diritti e dignità in Italia. Le imprese rimaste festeggeranno per i maggiori profitti, mentre il lavoro sarà sottoposto alla schiavitù di un Medio Evo tecnologico.
A questo punto non serve aggiungere altre parole. Ogni atto del governo Renzi rappresenta una coerente azione di restaurazione sociale. Non si colpisce solo il lavoro, ma la scuola, la sanità. i servizi pubblici, mentre si rafforzano le spese militari. Quando si interviene, come all’Ilva, lo si fa per permettere alle multinazionali cui verrà ceduta di risparmiare i costi del risanamento e degli investimenti. Tutte le riforme politiche proposte stravolgono principi e libertà costituzionali.

Ma a questo punto continuare a rimproverare a Renzi e a Giorgio Napolitano, che ne è il primo sostegno, di fare quello che dichiarano di voler fare non serve a niente. Il governo Renzi è la personalizzazione della distruzione della Costituzione Repubblicana, è nato e opera per questo. 
Rappresenta una classe dirigente italiana che ha deciso che il sistema sociale e democratico del dopoguerra non possa più essere mantenuto, di fronte ai vincoli della Troika e della finanza globale. O si contestano quei vincoli, euro compreso, o si insegue il modello del capitalismo selvaggio senza vincoli. Renzi e Napolitano hanno scelto di essere fino in fondo fedeli esecutori di quei vincoli, per questo oggi son avversari di tutto ciò che nella storia italiana ha significato progresso sociale e democratico. Renzi e Napolitano hanno scelto e chi si oppone a questa loro scelta deve essere altrettanto intransigente e rigoroso. Altrimenti la coerenza reazionaria del governo sarà la sola devastante forza in campo .

Giorgio Cremaschi