mercoledì 3 novembre 2010

Intervento di Gianni Rinaldini, Coordinatore dell'Area Programmatica "la Cgil che Vogliamo", sulle dichiarazioni programmatiche di Susanna Camusso

La riserva di voto sul segretario generale da me espressa in consultazione è sciolta:non sono d’accordo con le dichiarazioni programmatiche di Susanna Camusso. E’ in corso un confronto tra le parti sociali cui la CGIL partecipa senza nessun coinvolgimento né mandato del Comitato Direttivo. E’ stato sottoscritto un primo blocco di intese da inviare al Governo del tutto sconosciuto agli organismi della CGIL. Ho avuto modo nei giorni scorsi di vedere i testi pubblicati sui siti delle controparti senza peraltro trovarne traccia alcuna nell’informazione interna. Ho letto, tra l’altro,che “le parti sociali ritengono essenziale che siano incrementate e rese strutturali tutte le scelte normative volte a incentivare la contrattazione di secondo livello che collega gli aumenti retributivi all’aumento della produttività e redditività”.Così si interviene direttamente sulla stessa dinamica della contrattazione, così si assume una parte significativa del modello contrattuale che Confindustria, CISL, UIL hanno già sottoscritto in dissenso con la CGIL che non ha firmato quell’accordo. Dove come quando abbiamo assunto questa decisione? Camusso ci ha appena spiegato che continuerà il confronto, affrontando il capitolo della produttività sulla quale sono chiare le posizioni di Confindustria, così come espresse da Bombassei nel recente convegno di Genova.
Con quali posizioni la CGIL si è seduta e si siederà a quel tavolo?Aprire questo confronto mentre il Collegato sul lavoro,costruito sulla base di un avviso comune tra le parti sociali, CGIL esclusa, distrugge il diritto del lavoro, mentre il Governo blocca la contrattazione nel pubblico impiego , mentre Federmeccanica e Confindustria annullano il contratto nazionale di lavoro rappresenta una scelta sbagliata e subalterna. Camusso ci ha spiegato che l’eventuale sciopero generale sarà deciso dal Comitato Direttivo di dicembre sulla base di una valutazione sullo stato di avanzamento delle risposte delle nostre controparti. Cosa significa?Che il Governo deve ritirare il Collegato sul lavoro?Che deve annullare il blocco della contrattazione pubblica?Che Federmeccanica deve cancellare le deroghe?Pare evidente che quando si parla di “avanzamenti” ci si riferisce solo al patto sulla produttività, quello che la presidente di Confindustria chiama il patto sociale, annunciandolo per dicembre. Se questo è, si apre un gigantesco problema di democrazia in CGIL. Camusso ha annunciato un Comitato Direttivo prima della manifestazione del 27 Novembre per discutere la proposta della CGIL su democrazia e rappresentanza:se le coordinate di tale progetto sono quelle espresse oggi se nessun riferimento è presente al referendum io non sono d’accordo. Non c’è chi non veda che il referendum è ben altra cosa di una consultazione certificata. Per quanto riguarda infine la vita interna dell’organizzazione, non c’è stato alcuna visione realmente democratica sull’esercizio del pluralismo interno:non è rispetto del pluralismo pensare ad una pregiudiziale adesione al programma. La storia della CGIL ha visto differenti soluzioni al tema. Questa è decisamente la peggiore, la meno rispettosa delle diversità, la meno autenticamente democratica. Per l’insieme di queste ragioni esprimo il mio dissenso alle dichiarazioni programmatiche. Ovviamente, una volta eletta dal Comitato Direttivo, Camusso sarà il segretario generale di tutti.

martedì 2 novembre 2010

Perché no a Susanna Camusso

Il fatto che una donna sia eletta per la prima volta segretaria generale della Cgil è sicuramente un fatto importante e positivo. Ma sarebbe un’offesa alla storia delle donne di questo sindacato far derivare solo da questo fatto un giudizio favorevole alla candidatura di Susanna Camusso. Il mio è contrario.
Susanna Camusso viene candidata segretaria generale della Cgil sull’onda di una campagna mediatica che non ha avuto precedenti nella storia degli insediamenti dei segretari generali dell’organizzazione. Una parte rilevante di tale campagna, sempre più insistente negli ultimi giorni, punta a presentare la nuova segretaria generale come colei che riporterà finalmente la Cgil nell’alveo della concertazione del patto sociale, superando le ambiguità di Epifani e mettendo a posto la Fiom. 
Non ci sono state sufficienti smentite a questa campagna promozionale e la storia del dirigente sindacale Susanna Camusso la presenta come naturale interprete di una linea moderata e, come si dice oggi in tutti i palazzi della politica, “riformista”.
Ma non è solo una questione di tendenze filosofiche. C’è una stretta immediata che la Cgil deve affrontare. La piazza del 16 ottobre ha chiesto con forza lo sciopero generale. Nello stesso tempo la Confindustria, alla fine delusa anch’essa da Berlusconi, tenta un patto sociale che ha al centro la produttività del lavoro, cioè le scelte di Marchionne contro i lavoratori Fiat. La Cgil ha annunciato lo sciopero in piazza, ma poi l’ha tolto dall’agenda e si è seduta al tavolo delle trattative dichiarandosi disposta a negoziare a livello confederale sulla produttività. Una scelta di questo genere sarebbe un regalo senza precedenti alle posizioni più oltranziste e retrive del padronato italiano. Tuttavia nel quadro di crisi politica in cui sta precipitando il paese, la spinta a un pateracchio sulla produttività è fortissima. Come dimostra il recente accordo unitario sull’apprendistato in cui Cgil e Regioni di sinistra hanno sostanzialmente accettato la linea della Gelmini sulla formazione aziendale e quella di Sacconi sul mercato del lavoro.
Siamo al dunque, nelle prossime settimane i lavoratori che sono scesi in piazza il 16 ottobre e quelli in lotta in questi giorni possono ricevere dalla Cgil conferme e sostegni oppure terribili delusioni.  Speriamo che non sia così ma in ogni caso è bene che nuova segretaria sappia che se davvero dovesse seguire gli indirizzi verso cui la spingono tanti sospetti estimatori, si troverà contro una parte rilevante dell’organizzazione. E’ bene che tutto sia chiaro fin da subito.
di Giorgio Cremaschi

domenica 24 ottobre 2010

Sciopero generale: Epifani deve mantenere l’impegno preso il 16 ottobre

In Francia i sindacati hanno proclamato due giornate ulteriori di sciopero generale. Sono diventati improvvisamente estremisti? No, stanno facendo il loro dovere. Come lo stanno facendo i sindacati spagnoli, greci e molti altri. Come si preparano sicuramente a fare i sindacati britannici, di fronte alle misure di tagli drammatici decise dal governo conservatore.
In Italia Guglielmo Epifani ha preso solennemente in piazza, di fronte a centinaia di migliaia di persone, l’impegno a proclamare lo sciopero generale. Ora questo impegno va mantenuto e non rinviato alle calende greche dei giochi politici e dei confronti con la Confindustria.
Lo sciopero generale dovrà essere proclamato in fretta e dovrà essere rivolto sia al governo che alla Confindustria, che con un patto sulla produttività vuole distruggere i residui diritti del mondo del lavoro. 
Subito dopo la manifestazione del 16 ottobre è stato approvato definitivamente in Parlamento il “collegato lavoro”, con l’introduzione dell’arbitrato. Questo significa colpire in particolare i diritti dei lavoratori precari e di quelli delle piccole aziende non sindacalizzate. E ancora una volta questo avviene con il consenso e la soddisfazione della Cisl e della Uil.
Così come con il consenso di Cisl e Uil si prepara il varo dello statuto dei lavori, che dovrebbe essere il terzo colpo, dopo Pomigliano e l’arbitrato, ai diritti costituzionali del mondo del lavoro.
Tutto questo avviene nel silenzio della politica e nel disinteresse dei mass media. La piazza del 16 ottobre così rischia di essere, al di là delle chiacchiere, semplicemente ignorata. Per questo da oggi diamo il via alla campagna per lo sciopero generale, che va sviluppata in tutte le sedi sindacali, a partire dalla Cgil. Conteremo ogni giorno nel quale lo sciopero generale non viene annunciato, fino alla manifestazione del 27 novembre della Cgil. Allora non si potrà in nessun modo evitare di dire una parola chiara.
di Giorgio Cremaschi

mercoledì 20 ottobre 2010

Verso Roma di Eugenio Orso

Venerdì notte, andando verso Roma da Trieste e dal Friuli, sul treno speciale della Fiom in cui si concentrava la vera opposizione politica e sociale del nord est.
Un viaggio di almeno otto ore, fra discussioni, canti, musica e qualcuno che cercava a tutti i costi di dormire.
Si sapeva che i partecipanti alla manifestazione di sabato 16 ottobre sarebbero stati tanti, e si intuiva che non poteva trattarsi di un’ordinaria adunata sindacale.
Ed infatti, è stato molto di più.
Tempo fa, quando dicevo o scrivevo che soltanto la Fiom, nel desolante panorama italiano, avrebbe potuto rappresentare il nucleo di aggregazione di una nuova opposizione integrale a questo capitalismo, ai suoi modelli, alla sua spietata organizzazione del lavoro, ai suoi miti fuorvianti che generano soltanto ostilità fra le persone e i gruppi ed imbarbarimento nella società, molti aggrottavano le ciglia, alcuni mostravano sorpresa, altri scuotevano la testa, come se si trattasse di una bizzarria.
Il sindacato – questa era la motivazione addotta per blandirmi – non può sostituire il partito, non si presenta alle elezioni, non elegge deputati …
Motivazione ingenua, perché una crisi complessiva come quella che stiamo vivendo, che oltre ad essere economica è anche crisi di civiltà, può far nascere “sul campo di battaglia” soluzioni nuove, e così, andando oltre la separazione gramsciana fra partito e sindacato che poteva avere un senso politico e sociale nel Novecento, una forza come la Fiom, coesa e non disposta a capitolare davanti al “nuovo” che avanza travolgendoci [leggi, davanti al rullo compressore della “globalizzazione senza veli”], può favorire con la sua resistenza propositiva il coagularsi di un'inedita opposizione, fuori della trappola mortale rappresentata dalla liberldemocrazia e dai suoi riti.
Non si tratterà, per come la vedo io, di un vago aggregato, vistosamente eterogeneo, sottilmente moltitudinario e figlio di una situazione politico-sociale molto frammentata, sulle soglie del caos.
Al contrario, sarà un fronte del Lavoro materiale e intellettuale esterno a quella “sinistra di sistema” che ha archiviato definitivamente la questione sociale, e non si costituirà come un “blocco granitico” guidato da un capo carismatico, ma come un movimento-partito-sindacato nato dal basso, da un vero consenso di massa, che dovrà strutturarsi rapidamente, prima che gli eventi precipitino del tutto.
Ritorna, lo possiamo già affermare mettendo da parte un’eccessiva prudenza, la lotta di classe pur in forme diverse da quelle del passato, per ora timidamente ma in futuro con prepotenza, frapponendosi fra il capitalismo transgenico finanziario e il controllo huxleyano/ orwelliano dell’intera società
Venerdì notte, sul treno non c’era il cosiddetto “paese reale”, che è soltanto un’espressione ipocrita usata dalla politica minore italiota, ma il paese vero, fatto di carne e di sangue, quello che non accetta la rassegnazione che gli è imposta giorno dopo giorno, quello che respinge il ricatto di un nuovo capitalismo che vive di ricatti, quello che si indigna ascoltando le piccole tacche dell’epoca asservite totalmente a questo capitalismo, come i Bonanni, gli Ichino, i Brunetta, i Sacconi.
I corpi e le anime compongono il paese vero, ne costituiscono l’essenza, e nel contempo rappresentano una forza in grado di rimettere la storia in movimento.
Credere in ciò non significa essere fuori della storia, confinati irrimediabilmente in un passato che non può tornare, come vorrebbero far credere gli interessati predicatori e cantori della globalizzazione neoliberista, ma significa, al contrario, cercare di dirigere le correnti storiche verso un’altra società possibile.
La manifestazione di sabato è stata vigliaccamente e preventivamente criminalizzata dagli organi di informazione di regime, dal governo, dai sindacati gialli, dalla stampa addomesticata, perché costoro temono come la peste la partecipazione e il giudizio dei lavoratori.
Tutta la parte peggiore di questo paese, quella più spregevole e senza scrupoli – da Maroni a Bonanni – si è prodigata per paventare rischi di disordini, di scontri, di atti teppistici, di vandalismi, nel contempo annunciando una partecipazione ridotta, di poche decine di migliaia di unità e riconducibile a non meglio identificate minoranze di “estremisti”.
Lo spettro delle uova [neppure marce] lanciate contro i covi dei sindacati gialli – i nuovi mercanti di schiavi che fiancheggiano questo capitalismo – è diventato il simbolo di uno squadrismo inesistente, inventato dai media di sistema per delegittimare la sacrosanta protesta sociale.
Si comprende bene, a tal punto, dove sta la vera e l’unica opposizione in questo paese.
Ma non serve arrivare ai centri di potere politico o confindustriale per constatare l’ostilità nei confronti della Fiom, di ciò che rappresenta e degli stessi manifestanti, visto che in certi blog finti alternativi, ma in realtà filo-berlusconiani e filo-leghisti non dichiarati, come ad esempio in uno dei peggiori della serie, Conflitti e Strategie, sono comparsi a cura del “guru” di turno [tale glg] commenti del seguente tenore:
«Attorno alla Fiom non si coagula nulla di buono, le manifestazioni saranno una sempre più brutta copia delle altre che abbiamo visto fin qui. Portano solo caos a favore dell'ammucchiata di sinistra (con centro e spezzoni di destra) che è quella del "più alto tradimento", che ha colorazione tendenzialmente "viola" (e non m'interessa se non verrà inalberato tale colore, sto dicendo il significato reale di queste manifestazioni nel contesto in cui si muovono, quello di tanti tori che vedono rosso appena sentono "Berlusconi"). Non m'interessa se ci saranno anche 10 milioni di persone. Chi non lo capisce, per quanto mi riguarda è pericolosissimo, anche se sapessi che è buonissimo e morale e pieno di "socialità". Non capisce un cazzo di chi sta favorendo con le sue lotte destinate a rimanere solo caotici fermenti, [...] Perciò spero che la manifestazione, se supererà i livelli di una pacifica dimostrazione, venga brutalmente repressa e dispersa. E’ scandalosa un’affermazione del genere? [...]»
Parole ancor più dure e inaccettabili di quelle di Libero e de Il Giornale contro coloro che lottano per il lavoro e il futuro dei figli, come dire che al peggio non c’è limite, che l’ipocrisia non conosce confini, e che contaminazione e idiotismo arrivano fin nei più remoti angoli della rete.
Parole indubbiamente peggiori di quelle dette dal ministro degli interni Maroni, alla vigilia della manifestazione di Roma, il quale evocava il rischio rappresentato da fantomatici «gruppetti che staccandosi dal corteo vanno a spaccare le vetrine. Gli stessi servizi dicono che è una occasione troppo grossa quella di infiltrarsi al corteo della Fiom.»
Ebbene, non si sono visti i gruppetti dediti al vandalismo e non c’è stata occasione per bastonare a sangue – in una catarsi di violenza filo-capitalistica – i civilissimi manifestanti e militanti della Fiom.
Ma questo clima oppressivo e soffocante che avvertiamo intorno a noi, era ed è il clima dell’epoca, il filo neppure troppo sottile che unisce i berluscones a Confindustria, i leghisti agli evasori fiscali, i pidiini alla Cisl.
Sappiamo che in questo inizio di millennio i nemici sono molti e potenti, arroganti e baldanzosi, ben foraggiati dal capitale finanziario, disposti alla menzogna ed al silenziamento della protesta con ogni mezzo.
Costoro si prostrano senza riserve davanti ai dogmi del capitalismo del terzo millennio e ne accettano l’assolutismo.
Convergono da ogni recesso del sistema nel portare l’attacco alla Fiom, nel tentativo di separarla dal paese vero, dalle persone reali e dal lavoro vivo, impedendo una saldatura che potrebbe rivelarsi per loro letale.
Sono tutti dalla stessa parte, dai sindacalisti gialli ai leghisti delle gabbie salariali, dagli impresari locali, avidi di profitto e privi di un orizzonte di sviluppo, ai manager globalisti come Marchionne che giocano con le esistenze degli operai, serbi, polacchi e italiani, dai liberalsocialisti che applaudono le “modernizzazioni” e la flessibilizzazione del lavoro ai finti alternativi, che ci insultano cinicamente e si augurano che ci bastonino [vedi Conflitti e Strategie].
Ma non tutto è perduto e non tutto è “normalizzato”, omologato, idiotizzato, se c’è chi non si rassegna al dopo Cristo di Marchionne, popolato dagli incubi della de-emancipazione di massa e dalla guerra fra i gruppi finanziario-globalisti, e c’è ancora, in questa società prostrata, chi è disposto a rischiare le “cariche di alleggerimento” della polizia sopportando tutte le conseguenze del caso.
Il treno speciale della Fiom partito da Trieste era pieno, quella notte, ma non di “squadristi” da operetta armati di uova della Conad in una surreale marcia su Roma, bensì di militanti che avevano la consapevolezza di vivere un momento storico importante, di essere ad un bivio dal quale si dipartono due strade, l’una che porta alla vittoria per tutto il secolo del capitalismo finanziarizzato a dimensione globale ed alla costruzione del suo allucinante dopo Cristo, fatto di lavoratori poveri e di ineguaglianze sociali enormi, e l’altra che porta alla resistenza dell’intero corpo sociale, alla Rivoluzione ed alla possibilità della liberazione.
In assenza di reazioni, accettando queste dinamiche sistemiche come inevitabili, deponendo le armi davanti alla piccola politica, all’aggressività di Confindustria, agli inganni del sindacalismo giallo, non resterà che percorre a testa bassa la prima strada, ed allora sì che dovremo vergognarci, davanti a noi stessi e davanti alle future generazioni.
Venerdì notte, sul treno che andava verso Roma, eravamo coscienti che non era e non sarà una mera battaglia sindacale – contro il famigerato “contratto leggero” come surrogato del contratto nazionale di categoria, contro l’infamia dell’arbitrato che mette la parte più debole alla completa mercé della parte più forte, contro il nuovo regime disciplinare capitalistico di “Fabbrica Italia” –, ma di un’autentica battaglia culturale e politica, ben oltre i confini del ruolo storico del sindacato.
Certo, bisogna saper cogliere il momento storico favorevole, organizzarsi e lavorare duramente senza aspettare l’evento esterno risolutivo come se fosse la manna dal cielo, ma tutti noi speravamo – essendo uomini e non macchine da lavoro come auspicato da Marchionne e dai suoi sodali – almeno per una volta in un pizzico di fortuna, di buona sorte, ben sapendo, però, che «la fortuna è come vetro: come può splendere così può frangersi» [«Fortuna vitrea est; tum cum splendet, frangitur», Sentetiae, Publilio Siro].
E la fortuna, una volta tanto ci ha sorriso, con un’enorme partecipazione di singoli, di gruppi e di movimenti, ben oltre l’avanguardia dei militanti Fiom, e ci ha regalato una giornata senza incidenti, senza lacrimogeni, senza “cariche di alleggerimento” e vetrine infrante.
Lo stesso Guglielmo Epifani, così attendista, possibilista e prudente ha dovuto prendere atto della situazione ed ha promesso lo sciopero generale per il 27 novembre.
Poi il balletto dei numeri, da quelli falsi e addirittura ridicoli – ottantamila dichiarati dalla questura per star sotto ai centomila fatidici assegnati alla precedente manifestazione dei gialli – a quelli più realistici, che approssimano il milione.
Con rabbia e abituale vigliaccheria, il nemico ci ha accusati di aver fatto una manifestazione politica.
Lo stesso refrain e accuse simili da Sacconi, il macellaio sociale incaricato del welfare [ironia della sorte], a Bonanni, che vedremo esclusivamente “indoor” per evitare il rischio del contatto diretto con i lavoratori …
Ebbene sì, si può ed anzi si deve ammettere con un certo orgoglio: c’era la politica a Roma, sabato 16 ottobre, ma la politica autentica, partecipata, che nasce dalle istanze del paese vero, quella che finalmente ci ha restituito non un paese rassegnato, idiotizzato e attraversato dalla paura, come lo vorrebbero sia il governo sia la Confindustria, ma un’Italia che vuole risorgere e che si fa sentire.
Quello che mancava, in Piazza San Giovanni, era la piccola politica dei circoli parlamentari, fatta di clientele, di familismo immorale e di favori, quella dei salotti equivoci in cui si mescola con gli “affari” o addirittura con gli interessi della criminalità organizzata, e quella posticcia dei cartelli elettorali [Pd e PdL, tipicamente] progressivamente svuotati di contenuti e rappresentanza, se mai li hanno avuti.
Certi di aver vinto una battaglia – quella della partecipazione – al punto tale da poter controbattere alle menzogne del nemico con un secco e sprezzante “contateci!”, come nella canzone diciamo Grazie Roma, rivolgendoci a quella Roma che ci ha ospitati, ai romani che hanno seguito i cortei e applaudito, a quella Città troppo spesso insolentita da gentaglia della fatta di Umberto Bossi.
Ritorneremo a percorrere le sue storiche strade, come la Via dei Fori Imperiali, ad occupare pacificamente le sue piazze per i comizi, a invadere le sue stazioni, da Termini a Ostiense, ancor più numerosi e motivati di quel che eravamo sabato 16 ottobre.
Ritorneremo, perché in fondo l’esito della lotta dipende da noi.

Ddl lavoro, sì definitivo della Camera

Diventa legge il controverso ddl. L'aula l'ha votato con 310 sì, 210 no e 2 astenuti. Arrivano l'arbitrato e l'apprendistato a 15 anni. Cgil in presidio a Montecitorio: "Norme sbagliate e pericolose, pronto il ricorso alla Corte Costituzionale"

Ha fatto la spola per due anni tra Camera, Senato e Quirinale, stavolta è arrivato l'ok definitivo per il ddl lavoro approvato oggi pomeriggio (19 ottobre) nell'aula di Montecitorio. Sono stati respinti tutti gli emendamenti dell'opposizione, per cui il testo rimane quello approvato da Palazzo Madama. Il provvedimento, che era stato rinviato alle Camere dal presidente della Repubblica e su cui si è ultimata la settima lettura parlamentare, è stato approvato con 310 sì, 204 no e due astensioni. Hanno votato contro Pd e Idv; a favore del testo, con la maggioranza, ha votato l'Udc.

La controversa legge introduce l'arbitrato nei licenziamenti e abbassa l'età dell'apprendistato a 15 anni. Il titolare del Welfare, Maurizio Sacconi, continua a difenderne l'impianto, da lui considerato come una sorta di apripista allo Statuto dei lavori più volte annunciato. Nel frattempo anche la Cgil continua la propria battaglia contro una legge che definisce "sbagliata, pericolosa e palesemente incostituzionale". Con questa convizione il sindacato di Corso Italia ha tenuto nel pomeriggio un affollato presidio davanti a Montecitorio mentre i deputati iniziavano la discussione.

Le ultime modifiche
del Senato, infatti, secondo il segretario confederale Fulvio Fammoni, "non rispondono ai rilievi mossi dal Capo dello Stato quando ha rimandato a marzo la legge alle Camere". Il ddl lavoro, osserva, "è una delle leggi più sbagliate e pericolose di questa legislatura perché sovverte il diritto del lavoro italiano, nato per difendere i più deboli". Diversi i punti considerati critici: "Dalla certificazione in deroga ai contratti collettivi nazionali e i vincoli al ruolo del giudice del lavoro - elenca il sindacalista -, all’arbitrato e la clausola compromissoria da firmare all’atto dell’assunzione per impedire la possibilità di ricorre a un giudice in caso di controversie". Inoltre, "l’arbitro che sostituirà il giudice emetterà sentenza ‘secondo equità’ anche in deroga alle leggi e ai contratti nazionali".

Nel mirino c'è anche
l’introduzione dell’apprendistato a 15 anni, che "abbassa l’obbligo scolastico e la soglia del lavoro minorile". Il sindacato annuncia che promuoverà una capillare campagna di informazione ai lavoratori perché "sappiano come difendersi dalle nuove norme".Oltre al ricorso alla Consulta, conclude Fammoni. "stiamo lavorando a un documento per illustrare i profili di incostituzionalità del testo insieme al lancio di un appello per contrastare il ddl con firme di magistrati, costituzionalisti ed esperti del settore".

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martedì 19 ottobre 2010

16 ottobre: non fate i Gattopardi

Spesso non capita una seconda occasione. Dal 2001 al 2003 un grande movimento di lotta ha contrastato in Italia la globalizzazione liberista. Quel movimento è stato poi abbandonato a se stesso e, infine, messo ai margini e ignorato nei due anni catastrofici del governo Prodi. Ora abbiamo un'altra occasione. La manifestazione di sabato è stata ben di più di una pur eccezionale mobilitazione dei metalmeccanici contro gli accordi separati, per il contratto nazionale e i diritti. E' stato un incontro di popoli dispersi, che si ritrovavano assieme dopo anni di lotte frantumate e spesso deluse.Una differenza di fondo comunque c'è, rispetto ai primi anni del nuovo secolo. Allora nasceva un grande movimento di opinione, che portava qui in Italia gli echi di un risveglio delle coscienze che avveniva in tutto il mondo. Oggi la globalizzazione, il suo attacco frontale ai diritti sociali e costituzionali, ce l'abbiamo in casa. Chi era in piazza sabato raccontava di lotte concrete contro la globalizzazione qui ed ora. Per questo il movimento di oggi è radicato nella sofferenza sociale e per questo è ben più esigente di risposte concrete.Si è cercato di marginalizzare, o persino criminalizzare, la manifestazione della Fiom. Fallito clamorosamente questo obiettivo, ora si tenta la classica operazione di assorbimento. Nel paese del Gattopardo, adesso comincia l'attenzione verso il popolo che è sceso in piazza sabato e verso la Fiom, senza però dare risposte vere. Sul piano sindacale restano la violazione dei diritti a Pomigliano e la sua estensione a tutti i metalmeccanici. Non c'è contratto dell'auto o altro pasticcio che possa cancellare questo drammatico attacco ai diritti dei lavoratori. Si deve andare avanti fino a riconquistare il diritto ad un contratto nazionale degno di questo nome.Sul piano economico-sociale è evidente che il patto Sacconi, Confindustria, Cisl e Uil non tiene. Perché la crisi va avanti, le risposte non ci sono e le lotte si estendono, in Italia come in Europa. Di questo si sono accorti gli industriali e tanti poteri economici, da qui il tentativo di far rientrare in gioco la Cgil con un patto sociale che dovrebbe continuare le politiche dei sacrifici di questi anni, senza però le provocazioni e le asprezze di Sacconi. Il popolo in piazza sabato non si accontenta di questo e pretende una svolta reale. Chi non ha pagato sinora nulla della crisi deve cominciare a pagare. Per questo ci vuole e si chiede con forza lo sciopero generale e non il patto sociale.Anche a livello politico la piazza di sabato chiede di cambiare. Nessuno può metterci il cappello sopra, magari per riproporre l'ennesima riedizione di quel centrosinistra, da cui quel popolo è stato abbandonato e deluso nel passato. Se si vuole davvero rappresentare quella piazza e quelle persone, si devono abbandonare i vecchi giochini e i vecchi schieramenti. La manifestazione del 16 ottobre esige una svolta democratica nel sindacato, nella sinistra, nel paese.

Giorgio Cremaschi  Liberazione del 19/10/2010

lunedì 18 ottobre 2010

Una speranza cammina insieme alla Fiom

«Noi non diamo numeri, contateci voi». Bella trovata questa della Fiom, in polemica con i ministri che prevedevano tra le 20 e le 40 mila persone. Noi del manifesto ci siamo consultati e abbiamo concluso di non essere capaci di contare così tante persone, operai e studenti «uniti nella lotta», colf e migranti, anziani che hanno conquistato quei diritti che oggi si vorrebbero togliere ai figli e ai nipoti. C'è chi parla di un milione, ma vai a sapere. E, soprattutto, chissenefrega. Ieri nelle strade e nelle piazze di Roma ha camminato una speranza: cambiare si può. Speranza che non trova albergo nella «Politica» ma oggi ha un orgoglioso compagno di marcia: la Fiom.«Meglio lottare danzando che vivere in ginocchio». Saranno quei burloni degli operai di Pomigliano che improvvisano una tammuriata in piazza della Repubblica? Invece no, sono le Chejan celen, «Zingare spericolate», ragazze e bambine inserite in un progetto di alfabetizzazione dei rom. Sono italiane da tre generazioni ma non hanno diritto a esserlo per la nostra legge.Ecco perché sfilano con i metalmeccanici e addirittura si esibiscono in bellissime danze al ritmo di musiche zigane, perché la Fiom ha messo al centro di una delle più straordinarie manifestazioni della storia d'Italia proprio i diritti. Quelli degli operai a lavorare con dignità, dei sindacati degni di questo nome a contrattare, degli studenti a studiare e degli insegnanti a insegnare, dei precari a riacciuffare per la coda un futuro oggi negato, dei migranti a essere considerati persone uguali alle altre persone. Tutti portatori di diritti sociali, civili, di cittadinanza. Diritti indivisibili, da difendere e spesso da riconquistare in un'Italia classista e ingiusta rifondata sui privilegi.Trascina l'emozione della piazza Maurizio Landini, il nuovo segretario generale della Fiom, quando dice che di quel che sta succedendo a Roma e in Italia, di questa domanda collettiva di dignità, partecipazione, democrazia, bisogna ringraziare, prima e più che la Fiom, gli operai di Pomigliano e di Melfi che non hanno chinato la testa di fronte all'arrogante pretesa del padrone di scambiare lavoro ipotetico con diritti certi. I diritti, semmai, vanno estesi a tutti sennò si riducono a privilegi.Chi è in piazza, come questi operai della Fiat, non vuole o non vuole più chinare la testa. Due cortei sterminati hanno raccontato tante cose a una Roma finalmente attenta e qua e là anche partecipe. La fatica di lavorare e vivere in una crisi spietata, gestita per di più da un governo spietato perché «servo», come sta scritto su tanti cartelli. Alcuni un po' scorretti. Servo «dei padroni», naturalmente, di «Marchionne cetnico, Bonanni maggiordomo» per dire che al servizio del modello sociale preteso dall'uomo miracoloso della Fiat di «servi» ce ne sono molti. Più che contro Berlusconi, la piazza rossa della Fiom è contro un modello sociale e politico in cui l'operaio è pura variabile dipendente, appendice della macchina a cui lavora e al tempo stesso combattente arruolato con la forza del ricatto in una guerra globale che non è di classe ma tra navi nemiche in cui stanno tutti insieme, padrone, manager e tute blu per combattere contro un'altra nave modellata allo stesso modo alla conquista, come l'altra, del dio mercato. Mors tua vita mea, siamo in guerra. Ne parliamo con gli operai dei «cantieri navali in lotta» che ci spiegano come la stratificazione della nave sia classista perché c'è chi rema e chi spartisce i dividendi, ma lo è già «al momento della sua costruzione»: alla stiva lavoratori immigrati senza diritti, ai primi piani dipendenti delle ditte appaltatrici e subappaltatrici e solo ai piani alti i «nostri» operai. Che però stanno massicciamente con la Fiom e non si fanno fottere perché sanno che il nemico è l'armatore e i suoi caporali. Questa piazza ragiona e grida contro un modello sociale che punta sulla guerra tra poveri, disoccupati e cassintegrati contro i migranti. Un modello sociale in cui la democrazia dev'essere «governante» ed è insieme un optional rinsecchito, fruibile solo per i ceti abbienti. Tutto il potere in mano a pochi, in politica come all'università, in fabbrica come nei quartieri. Non sopportano Berlusconi le centinaia di migliaia di lavoratori, studenti, pensionati che occupano la Capitale, e non glie lo mandano a dire. Ma temono, forse ancora più di Berlusconi, il partito del potere vero: quello di Marchionne, Marcegaglia e Montezemolo che «potranno anche essere alleati di qualcuno, ma non di questa piazza», dice un giovane di un centro sociale torinese.È ovvio vedere sfilare Emergency che chiede il ritiro delle nostre truppe dall'Afghanistan, dato che la Fiom è per il ritiro. È ovvio che sfili Libera per chiede legalità perché la Fiom chiede legalità, anzi spiega che la frantumazione del ciclo produttivo con la moltiplicazione di appalti e subappalti è l'ascensore che favorisce l'appropriazione dell'economia da parte della criminalità. I migranti cercano casa, diritti e lavoro e sono ora sparsi ora concentrati negli spezzoni dei cortei. Nella Fiom vedono una casa. All'Ostiense lo spezzone Fiom di Reggio Emilia è tricolore non per bandiere rigidamente rosse ma grazie alla presenza di operai indigeni, africani e asiatici. Dal Veneto sono calati in massa sia gli operai di Landini che i giovani dei centri sociali, così come dalle Marche. L'orgoglio di essere Fiom, innanzitutto. Gridato da Melfi, da Pomigliano, da Mirafiori, dallo spezzone più incazzato che apre il corteo di piazza della Repubblica, quello Termini Imerese che in coro canta «sciuri, sciuri, sciuriti tutto l'anno, e Marchionne va a jettari u sangu». Precisa la segretaria della Fiom siciliana che «da noi gettare il sangue vuol dire faticare». E noi ci crediamo.La pensionata di Macerata e la zingara spericolata, il pacifista trentino e il cassintegrato autorecluso all'Asinara, il No Tav della Valle di Susa e persino i venditori di fischietti chiedono una cosa: la riunificazione delle lotte che si incrocia con la riunificazione del lavoro chiesto dagli operai arrivati, ancora una volta e più numerosi e decisi di sempre, a Roma. «Basta con le escort e le case a Montecarlo», chiede un cartello. Inutile dire di cosa si debba occupare la politica, di lavoro, democrazia, diritti, legalità. «Di contratti, per dio», grida il pensionato abruzzese. Ma c'è anche chi chiede «10-100-1000 Same» portando in corteo uova finte.Di miracoli ieri se ne sono visti molti, a Roma: i soggetti organizzati, chi si batte per l'acqua pubblica e i beni comuni, chi guida le battaglie contro il precariato, chi chiede un reddito di cittadinanza, chi vuole una scuola libera e pubblica chi chiede lavoro per sé e galera per i suoi padroni (le maschere dell'Eutelia), tutti questi pezzi di mondo hanno iniziato a camminare insieme. C'è addirittura chi parla dello «spirito di Genova». Inutile ricordare che anche la Fiom, nel G8 del 2001, c'era, insieme a chi gridava «un altro mondo è possibile».Il secondo miracolo romano è che dal palco tutte queste domande e sensibilità sono state raccolte nell'intervento di Maurizio Landini, un operaio speciale che sa parlare alla sua gente e al popolo multicolore di piazza San Giovanni. «C'è una domanda di cambiamento a cui bisogna dare una risposta». Piace ai comunisti, i tantissimi di Rifondazione ma anche del Pdci, del Pcl, di Sinistra critica. Piace a Vendola e alla Sel, forse piace anche ai tre eroi che trascinano in corteo altrettante bandiere del Partito democratico. E il «nuovo modello di sviluppo» di Landini piace agli ambientalisti, con o senza bandiera verde.Tutti chiedono la stessa cosa: le lotte devono andare avanti, fino allo sciopero generale. Meglio prima che dopo. Lo ricordano senza tregua al segretario generale Guglielmo Epifani al suo ultimo comizio da capo della Cgil.Non sono eroi, sono però degli esempi. Coccolati da tutti, orgogliosi, rumorosi, determinati, allegri persino. Sono gli operai di Pomigliano, quelli dei No a Marchionne da cui è partito tutto questo casino che ha ridato una speranza al paese. Meglio, alle persone per bene. Coccolati sono anche i tre licenziati di Melfi che hanno vinto la causa ma che il padrone tiene fuori dalla fabbrica. C'è anche il manifesto in piazza, con i suoi circoli e i suoi giornalisti, i suoi stand e il suo grido di dolore. Siamo accolti molto bene in piazza, e persino dal palco c'è chi ricorda la resistenza di un giornale amico degli operai, un giornale senza padroni, senza partiti e senza soldi. Un giornale schierato, come e con questi chissà quanti italiani e migranti di buone speranze.

Loris Campetti 
Articolo su il manifesto del 17/10/2010