venerdì 30 settembre 2011

Questionario sulla Mensa Insiel di Trieste


Considerate le continue lamentele da parte dei colleghi sul servizio mensa e le risposte insufficienti ricevute da chi gestisce per conto dell'Azienda il rapporto tra la ditta fornitrice e l'Insiel, abbiamo la necessità di raccogliere informazioni direttamente dai colleghi, in quanto per l'Insiel il servizio è buono (l'azienda ha registrato diversi commenti positivi).
Vi invitiamo a rispondere al questionario da noi proposto e di inoltrare la mail con il link a più colleghi possibile in modo da ottenere un'immagine veritiera e incontestabile.


Rispondere al questionario non vi porterà via più di qualche minuto!

giovedì 29 settembre 2011

Schema Accordo sulla Mobilità e Contatti


In merito all'assemblea odierna alleghiamo lo schema sull'accordo della mobilità in Insiel e il riferimento del Patronato INCA per procurarsi l'estratto conto certificativo.

In caso di problemi non esitate a contattarci.





Il giorno 29 settembre 2011, presso la mensa aziendale, si sono riuniti in Assemblea Unitaria i lavoratori di Insiel SPA della sede di Trieste.
Durante l'Assemblea le RSU hanno letto il testo dell’Accordo sulla mobilità.
Dopo aver commentato con i lavoratori il foglio esplicativo presentato per chiarezza e risposto alle domande poste dai lavoratori stessi, si è passati ad una votazione per alzata di mano dalla quale, a fronte di circa 150 presenti, non vi sono stati voti contrari alla sigla dell’accordo e sette sono stati gli astenuti.
In base al mandato così ricevuto dall’Assemblea dei lavoratori, l’Accordo, dopo il passaggio in Cda, verrà firmato dall’Azienda, dalle RSU e dai rappresentanti sindacali territoriali.



Patronato INCA
STRUTTURA
INDIRIZZO
TEL
FAX
ORARIO
TRIESTE 
via Pondares 8
040.3788205
040.3788203
lunedì, martedì e giovedì
8.30-12.30; 15.30-18.30
mercoledì 8.30-12.30; 16.30-18.30
venerdì 8.30-13.00
TRIESTE-DOMIO
Str. della Rosandra 58
040.829698
040.281296
lunedì 15.00-18.30
martedì e venerdì 09.00-13.00
giovedì 15.00-18.30
MUGGIA
Via Mazzini 3
040.271086
040.273410
lunedì, martedì, giovedì e venerdì
09.00-13.00
AURISINA
P.za San Rocco 103
040.200036
040.2024053
lunedì e venerdì 09.00-13.00
martedì e giovedì 15.00-18.00

Cremaschi: "Lettera Bce: un’aggressione reazionaria alla Costituzione italiana."

Finalmente conosciamo il testo integrale della lettera Bce, pubblicata sul Corriere della Sera. E’ chiaro da questa lettera che la Banca Europea aggredisce la Costituzione italiana, i diritti sociali, i diritti del lavoro.
Le misure decise dal governo Berlusconi, come temevamo, avvengono sotto dettatura della Banca, e non sono ancora sufficienti perché nel testo della lettera ci sono ancora altre iniquità terribili ancora non realizzate. Lo stesso famigerato articolo 8 della manovra, che autorizza la libertà di licenziamento, è chiaramente ispirato dalla lettera della Banca Europea.
movimenti di lotta e per la democrazia nel nostro paese hanno quindi oggi due avversari chiarissimi. Il governo Berlusconi e i banchieri reazionari d’Europa, che guidano un attacco senza precedenti ai diritti del lavoro e alle principali conquiste sociali e civili del Continente.
Per questo ci troviamo il 1° ottobre a Roma, per lanciare anche in Italia una campagna contro la schiavitù del debito, la schiavitù della Banca Europea, per dire no a  quest’Europa delle banche che sta distruggendo la nostra democrazia.

Gli usurai d'Europa: testo integrale della lettera della Bce al Governo

Francoforte 5 Agosto 2011
Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l'assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). C'è l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

mercoledì 28 settembre 2011

Dove vuole andare la Fiom?

L'Assemblea Nazionale dei 500 delegati Fiom, tenutasi a Cervia il 22 e 23 settembre, rischia di rappresentare qualcosa di più di una semplice battuta d'arresto.
Purtroppo, come spesso accade in questi casi, nel materiale prodotto in questa due giorni di assise non si troveranno che tracce molto labili di questi pericolosi segnali. Non è tanto quello che è stato detto e scritto nei documenti e negli interventi (su cui torneremo tra breve), ma quello che NON è stato scritto e detto che ci induce a suonare con forza il campanello d'allarme sul futuro della Fiom.
Nella relazione e nelle conclusioni del compagno Landini non vi è stata praticamente traccia, se non una breve quanto larvata allusione, della gravissima decisione assunta dalla segreteria CGIL, proprio il giorno prima, di apporre la firma definitiva sull'accordo del 28 Giugno scorso. Questa è stata la ragione di fondo per cui Susanna Camusso ha partecipato all'assemblea e dato il suo pieno avvallo alla piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale presentato dalla Fiom. 
Landini ha scelto, assieme a quasi tutto il gruppo dirigente, di tentare un accordo con la confederazione. In cambio dell'appoggio alla vertenza per il rinnovo del CCNL da parte della Cgil, la Fiom accetta, pur senza rinnegare il proprio giudizio critico in merito, di sorvolare e non continuare la battaglia contro l'accordo del 28 Giugno. Lo stesso Fausto Durante, leader dell'ala filo-Camusso in Fiom ha dichiarato che c'è un “percorso di riavvicinamento già iniziato”.
La ragione di questa scelta è stata ben sintetizzata dalla battuta del segretario nazionale Giorgio Airaudo quando ha affermato “sei [cioè la Fiom NdR] sott'acqua senza ossigeno e qualcuno [cioè la Cgil NdR] ti passa due bombole” (Liberazione 23/09/2011).
É per di più evidente come la scelta del silenzio di Landini sia in netto contrasto con le dichiarazioni di fuoco, assolutamente condivisibili, rilasciate dal compagno Rinaldini (coordinatore nazionale dell'area La Cgil che vogliamo) proprio contro l'accordo: “La firma della Cgil va contro lo statuto dell'organizzazione” e “con questa firma Bonanni e Confindustria incassano contemporaneamente l'accordo di giugno e l'articolo 8 inserito nella manovra da Sacconi” [la Repubblica 22/09/2011]. Come possono conciliarsi queste due posizioni diametralmente opposte? Delle due l'una.
Inutile dire che chi scrive ritiene grave anche il solo pensare di poter sorvolare su una questione centrale come la battaglia per contrastare l'intesa del 28 Giugno. Un accordo che ha permesso, tra l'altro, al giudice di Torino di considerare come “legittimi” i contratti separati siglati da Fiat e Fim-Cisl e Uilm-Uil a Pomigliano e Mirafiori.
Spiace che, nei fatti, la vera sostanza dell'assemblea di Cervia non sia stata chiaramente esplicitata, se non sulle pagine dei giornali, e sia stata di fatto affrontata solo nel finale, frettolosamente, durante la discussione su un ordine del giorno messo ai voti.
La piattaforma per il rinnovo del CCNL e i suoi punti deboli
Tutto il dibattito si è nei fatti incentrato su due punti della piattaforma che hanno suscitato una certa perplessità tra delegati.
Nella discussione sul contratto non vi è dubbio che il primo limite è stato di metodo. Quella che doveva passare alla storia come la piattaforma più democratica e partecipata, è risultata essere la più blindata. Non solo non si sono svolte, come precedentemente stabilito, le assemblee nei luoghi di lavoro per raccogliere i contributi “dal basso”. Pure durante la due giorni di Cervia non è stato possibile conoscere il testo della piattaforma se non qualche ora prima che venisse posta in votazione. Inoltre non è stata prevista una modalità di voto punto per punto, né la possibilità di proporre emendamenti modificativi di singole parti del testo. Si è proceduto esclusivamente alla votazione separata di due paragrafi, su cui il dissenso e la richiesta di cancellazione era emersa all'interno della Segreteria e della Direzione.
Da un lato il testo presentato prevede le richieste classiche della Fiom sulla democrazia, il ruolo del contratto nazionale, il rifiuto delle deroghe e una richiesta di aumento di 206 euro (in cui però sono inclusi i 44euro dell'ultima tranche del contratto separato di Fim e Uilm). Dall'altro però introduce due elementi di novità su materie molto delicate che rischiano di aprire precedenti molto pericolosi.
In primo luogo si avanza la richiesta della costituzione di un “fondo nazionale per la sicurezza del lavoro e le tutele sociali”. Non v'è dubbio che tale richiesta, per quanto si dica esplicitamente che dovrebbe essere a integrazione delle risorse pubbliche, rischia di andare esattamente nella direzione di chi, usando questi istituti, vuole ridurre il ruolo del pubblico a favore del privato nell'ambito dello stato sociale. Inoltre, per quanto non scritto nel testo ed esplicitamente negato nel dibattito, è evidente che una proposta del genere può lasciare intendere una disponibilità ad introdurre quegli enti bilaterali contro cui la Fiom da sempre si batte.
Il secondo, e più discusso, punto di dissenso riguarda il capitolo delle “Procedure di informazione e confronto preventivo”. La richiesta avanzata è quella che si stabilisca il diritto di proposta per le RSU e i sindacati ogni qualvolta le aziende vogliano modificare aspetti inerenti le politiche industriali, gli investimenti, l'organizzazione del lavoro, la ristrutturazione e la trasformazione dell'impresa. Il diritto cioè di essere informati e coinvolti preventivamente, attraverso l'apertura di specifici tavoli di confronto. Qualora tale sistema di relazioni industriali venisse introdotto, la Fiom darebbe la disponibilità, a livello aziendale, a concordare, “con il consenso di tutte le parti, una procedura di confronto entro la quale verranno esaminati i problemi e ricercare le soluzioni senza che le parti procedano ad azioni unilaterali”. 
Mentre la parte inerente la richiesta di maggior coinvolgimento nelle scelte aziendali vedeva tutti concordi, è sulla seconda parte che sono emerse le contrarietà di diversi delegati, specie, e non a caso, del gruppo Fiat oltre che di chi scrive e del compagno Cremaschi. A scanso di equivoci, è bene precisare che attraverso la suddetta clausola, per come è stata scritta e qui integramente citata, la Fiom non dà né la disponibilità a limitare il diritto di sciopero, né tanto meno ad avallare esplicitamente procedure cosiddette di raffreddamento. Per come è scritta si intende dire che prima che vi siano cambiamenti nella vita aziendale di qualsiasi tipo, ci deve essere una trattativa. Perciò l'azienda non potrà agire unilateralmente in alcun modo prima di aver consultato il sindacato e la RSU, e, di converso, questi si impegnano a non proclamare sciopero (ma solo sulle questioni specifiche in quel momento materia di confronto) fino a che la fase “partecipativa” non sarà ritenuta conclusa. Certamente, in astratto, poter impedire ad un padrone di fare quello che gli pare in azienda senza manco avvertire, può essere considerato, come fanno gli estensori del testo, un diritto in più. Tuttavia è chiaro che una clausola del genere è gravida di innumerevoli rischi. Dimostrazione ne è il fatto che tra quello che si è illustrato nella relazione e nel dibattito e quello che poi si è scritto in piattaforma ci sono state svariate oscillazioni e modifiche. Per esempio, in un primo momento, una delle ragioni, forse la più grave, addotte da Landini nella sua introduzione per giustificare tale clausola è stata che se non si regola a livello sindacale la questione, il governo potrebbe varare una legge per limitare il diritto di sciopero. Oltre ad essere una argomentazione che ricorda molto (troppo) quella usata dalla Cgil per giustificare l'accordo del 28 Giugno (poi miseramente franata nei fatti col famoso l'art.8 della finanziaria), è evidente che con una tale argomentazione il Segretario Generale stava smentendo esplicitamente se stesso quando poco prima aveva affermato che in tale clausola non vi era alcun riferimento al diritto di sciopero.
Inoltre, chi scrive afferma con forza che non vi è alcuna ragione o modalità di relazioni sindacali per cui un sindacato di classe possa mai accettare anche solo di moderare temporaneamente la propria conflittualità. Ogni qualvolta i lavoratori scendono in lotta, per qualsiasi ragione e in qualsiasi forma, il sindacato non deve mai fare da pompiere o pacificatore, nemmeno per un sol giorno. È la lotta che fa avanzare la coscienza di classe e la forza dei lavoratori, perciò non può né deve mai essere frenata ma bensì alimentata e diretta alla conquista di nuovi diritti e migliori condizioni.
Su questo punto il problema vero non è tanto quello che è stato scritto formalmente nella piattaforma, ma il segnale politico che si rischia di dare. In un contesto come quello attuale è evidente che avversari e nemici della Fiom leggeranno questa come una apertura e disponibilità a discutere di limitazioni agli scioperi. Non è forse ciò che è emerso su tutti i giornali a partire da quello di Confindustria che scrive “è una clausola di raffreddamento che vincola sia le aziende che i sindacati che durante le vertenze si impegnano a sospendere gli scioperi” [il sole24ore 23/09/2011]?
Infine, anche da un punto di vista strettamente e tatticamente sindacale, nessuno mai, quando avanza delle rivendicazioni in una piattaforma, inserisce già le mediazioni che sarebbe disposto a fare. Soprattutto se stiamo parlando di un testo che Confindustria, con ogni probabilità, rispedirà immediatamente al mittente giudicandolo comunque irricevibile. L'unica conseguenza pratica sarà che rischiamo di rendere questa clausola parte integrante della linea contrattuale della Fiom, trovandoci così su ogni tavolo di trattativa aziendale padroni che chiedono clausole di raffreddamento. Non è forse quanto avvenuto alla LEAR di Napoli dove anche la Fiom proprio il 21 settembre ha firmato un contratto aziendale gravissimo che prevede clausole di raffreddamento del conflitto? Recita quell'accordo: “Il sistema delle relazioni sindacali è improntato ai principi di correttezza, buona fede e trasparenza dei comportamenti ed orientato, in particolare, alla prevenzione dei conflitti. Pertanto in caso di vertenzialità, le parti concordano un primo incontro in sede aziendale con la RSU, da tenersi entro 5 giorni dalla richiesta avanzata da una delle parti. In caso di esito negativo del confronto, su richiesta di una delle parti, ed entro 10 giorni dalla stessa, si terrà un incontro in sede territoriale, finalizzato alla risoluzione del conflitto. Durante l'attivazione delle suddette procedure, le Parti non assumeranno iniziative unilaterali sulle materie oggetto della vertenza.”...insomma ci vogliono 15 giorni per fare uno sciopero. 
Per come è stata scritta e spiegata, la clausola presente nella piattaforma Fiom per il CCNL non dovrebbe avere nulla a che vedere con accordi di questo genere.
Tuttavia è evidente che nei fatti essa può ingenerare enormi ambiguità e confusioni, con il rischio fortissimo di una diffusione a macchia d'olio di clausole di raffreddamento proprio in stile LEAR.
Gli ordini del giorno sull'accordo 28 Giugno: la vera discussione...mancata!
Le votazioni sui due punti controversi hanno fatto registrare rispettivamente i seguenti risultati: il primo 72 favorevoli alla cancellazione e 442 contrari, il secondo 88 favorevoli all'abrogazione  e 416 contrari. Alla Fine la piattaforma è stata approvata con soli 7 astenuti ed un contrario.
Tuttavia, il vero significato dell'assemblea dei 500 si è palesato al momento della discussione su un ordine del giorno presentato da una ventina di delegati, tra cui chi scrive assieme al compagno Antonio Santorelli, a diversi RSU del gruppo Fiat, Piaggio ecc., e che ha visto come primo firmatario il compagno Paolo Ventrella della Rsu Ferrari. Tale testo, oltre ad esprimere un giudizio fortemente negativo in merito alla scelta della Cgil di firmare l'accordo del 28 Giugno, affermava altresì che essendo questa firma avvenuta in violazione dello statuto Confederale, la Fiom non riconosceva come valido e vincolante l'accordo. A tale OdG Landini ne ha presentato in contrapposizione un altro, approvato a larga maggioranza, che ribadiva sì il giudizio negativo sul 28 Giugno, ma cancellava completamente la parte inerente al non rispetto di tale accordo da parte della categoria. 
Qui sta il punto vero da chiarire nella discussione che dovremo fare in Fiom nel prossimo periodo.
Una volta che la confederazione ha firmato l'accordo del 28 Giugno, come si comporterà la Fiom? Lo applicherà disciplinandosi o lo contrasterà? Tutto quanto accaduto a Cervia fa sorgere il timore che un pezzo molto consistente dell'apparato dei meccanici Cgil stia pensando che l'accordo del 28 Giugno possa diventare il “non detto”. Possa cioè essere lo strumento mal celato attraverso cui ritornare a firmare un contratto unitario con Fim e Uilm. In questo senso, la pronta dichiarazione del Segretario della Fim Giuseppe Farina ha il sapore di un sincronismo davvero perfetto: “Mi sembra che ci siano primi segnali di cambiamento […] Segnali che vanno tutti approfonditi, a partire dalla necessità di sapere se la Fiom condivide o meno le regole del 28 Giugno e se vuole applicarle al contratto dei metalmeccanici. […] Noi abbiamo interesse a fare un contratto unitario. Però le nostre posizioni sono molto chiare: la base sono le regole nuove sulla rappresentanza e sui contratti”.
Anche gli iscritti, i militanti, i delegati della Fiom che per dieci anni hanno seguito la nostra organizzazione sentono il bisogno, per ragioni diametralmente opposte a quelle di Farina, di sapere se il loro sindacato riconosce o meno le regole dell'accordo del 28 Giugno. Non si può  glissare questo argomento magari in attesa che a metà dell'anno prossimo si apra il tavolo di trattativa per il rinnovo del CCNL di Fim e Uilm e magari si utilizzi quell'occasione per rientrare al tavolo di trattativa. Per rispetto della nostra base questa discussione la dobbiamo fare ora e stabilire inequivocabilmente dove vuole andare la Fiom. Se si deciderà di proseguire non solo nella lotta  contro gli attacchi padronali, ma anche nel contrasto intransigente della linea adottata dalla Confederazione, allora la Fiom rimarrà quel grande punto di riferimento per chiunque decida di alzare la testa. Ma se il gruppo dirigente dei meccanici, pur continuando ad esprimere le proprie critiche, accetterà di disciplinarsi alle scelte della Cgil accettando nei fatti di applicare l'accordo del 28 Giugno, questa costituirà nei fatti una vera capitolazione. Se così sarà, si sappia che c'è chi non ha nessuna intenzione di piegarsi e continuerà la battaglia anche dentro la stessa Fiom. Noi non abbiamo nessuna intenzione di gettare alle ortiche dieci anni di lotte gloriose né, tanto meno, di piegarci alla logica dell'unità nazionale!

Paolo Brini, Comitato centrale Fiom Cgil

domenica 25 settembre 2011

Dove va la FIOM?

I pochissimi voti di dissenso nell'assemblea dei delegati che ha approvato la  piattaforma della Fiom per il rinnovo del Contatto dei metalmeccanici, non devono essere fraintesi. Il voto comune dell'assemblea è dovuto alla scelta politica di presentare alle controparti ed agli altri sindacati una piattaforma sostenuta da tutti,  a partire dal no alle deroghe e dalla cancellazione dei contratti separati.
Se su questi temi c'è stata larga condivisione, in realtà sia nel dibattito sia sugli stessi contenuti della piattaforma si è sviluppato un forte dissenso. Una percentuale tra il 15 e il 20% dell'assemblea non ha condiviso la scelta della maggioranza della segreteria, con il dissenso di Sergio Bellavita, di aggiungere alla griglia di richieste già decise precedentemente, due novità. L'apertura verso il raffreddamento del conflitto in cambio di maggiore partecipazione alle decisioni aziendali e la richiesta di un non ben precisato fondo bilaterale su sicurezza del lavoro e welfare. 
Su questi due punti la minoranza dell'assemblea non è stata convinta dalle argomentazioni di Maurizio Landini che ha presentato le novità come richieste più avanzate, mentre Fausto Durante le ha fortemente sostenute considerandole  invece segnali di apertura verso le controparti e Fim e Uilm.
Ancor più nel dibattito i segnali contenuti nella piattaforma sono stati amplificati. L'assemblea ha visto un sostanziale riavvicinamento, in particolare nelle conclusioni di Maurizio Landini, verso la Confederazione. Il dissenso sul 28 giugno e su altre scelte della Cgil è stato formalmente mantenuto, ma sostanzialmente archiviato nel passato. In particolare Landini ha più volte ribadito di considerare superate le differenze congressuali. A sua volta Susanna Camusso, che ha riproposto integralmente le scelte e la linea della Cgil di questa fase, ha in qualche modo messo al passato i dissensi e ha proposto al gruppo dirigente della Fiom di superare le conflittualità  con la confederazione. 
Nella sostanza nel gruppo dirigente della Fiom si è creato un nuovo equilibrio, ove le posizioni di di Maurizio Landini e della maggioranza dell'organizzazione si sono molto avvicinate a quelle di Fausto Durante e della sua area, mentre si sono polemicamente allontanate  da quelle della sinistra della Fiom. 
Dunque,più ancora che nel testo della piattaforma,  la svolta c'è stata nelle conclusioni politiche dell, assemblea. 
Naturalmente si può obiettare che un riavvicinamento alle posizioni della maggioranza della Cgil era obbligato per la Fiom, di fronte alle difficoltà della vertenza contrattuale. Però anche su questo piano è evidente la contraddizione tra una piattaforma che dice formalmente no alle deroghe e un accordo del 28 giugno, firmato anche dalla Cgil, che quelle deroghe autorizza. Prima o poi Federmeccanica, Fim e Uilm presenteranno alla Fiom il contrasto tra la sua piattaforma e l'accordo confederale; allora si vedrà quale sarà il vero sostegno della confederazione. 
Ma se la resa dei conti tra piattaforma e accordo confederale è rinviata nel tempo, la svolta politica della Fiom apre una crisi immediata nella minoranza congressuale. 
La Cgil che Vogliamo ha accentuato la critica nei confronti di Susanna Camusso proprio mentre Landini l'attenuava. Questo apre una crisi evidente in una minoranza e in un'area che finora non sono mai riuscite a dar seguito ai propositi di costruire una vera opposizione alla linea della Cgil. Ora la ricollocazione della maggioranza di Landini fuori dal confronto congressuale, le sue ripetute affermazioni che il congresso è superato, aprono formalmente la crisi dell'area. La minoranza dovrà scegliere se seguire la linea di Landini e ridurre la propria a una funzione simile a quella esercitata da Lavoro e Società, oppure organizzare una vera opposizione all'accordo del 28 giugno e alla  linea del patto sociale volute da Susanna Camusso. Anche a costo di verificare che in Fiom sono cambiati gli equilibri e che la maggioranza che guida la categoria non è più quella del congresso. Noi siamo per questa scelta.

venerdì 23 settembre 2011

Contratto metalmeccanici. Fiom: “Con 506 favorevoli, un contrario e 7 astenuti, l'Assemblea nazionale della Fiom ha approvato l'ipotesi di piattaforma per il rinnovo contrattuale”

L'Assemblea nazionale della Fiom-Cgil, in corso a Cervia, ha approvato oggi l'ipotesi di piattaforma per il rinnovo del Contratto dei metalmeccanici, in scadenza a fine anno. I voti favorevoli sono stati 506, un solo contrario e 7 astenuti. L'Assemblea ha anche indetto un pacchetto di 8 ore di sciopero per fare le assemblee, al termine di queste si terrà il referendum sulla piattaforma nelle giornate del 26, 27 e 28 ottobre 2011.

L'obiettivo della Fiom, si legge nell'ipotesi di piattaforma, è la riconquista di un Contratto nazionale condiviso dalle lavoratrici e dai lavoratori metalmeccanici sottoscritto da tutte le organizzazioni sindacali e datoriali.

Secondo lo Statuto della Fiom, l'Assemblea nazionale è l'unico Organismo in grado di deliberare su materie contrattuali.

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa


mercoledì 21 settembre 2011

DURANTE ( MINORANZA FIOM MAGGIORANZA CGIL) RIESCE NELL'INCREDIBILE IMPRESA DI DIFENDERE ACCORDO 28 GIUGNO DA SINISTRA

Noi non l'abbiamo capita questa cosa caro Durante, se l'accordo del 28 giugno è recepito di fatto nell'art 8, che è legge, come si fa a dire che lo disarticola? Non è che magari i padroni saranno più forti di prima? Sarà che non ci occupiamo delle "vicende" sindacali e difendiamo i lavoratori, ma l'affermazione di Durante a noi sembra un'assurdità. 

Roma, 21 set. - (Adnkronos) - «Chiunque si occupi di vicende sindacali capisce che l'intesa di stamattina, confermativa dell'accordo del 28 giugno, è un colpo mortale all'articolo 8 della manovra del governo in quanto ne vanifica gli effetti, almeno per le aziende aderenti a Confindustria». Così Fausto Durante, esponente dell'ala riformista della Fiom, commenta la firma definitiva sull'accordo interconfederale tra Confindustria e sindacati, Cgil compresa, duramente criticata, invece, dalla maggioranza delle tute blu della Cgil. «Per questo la firma va salutata positivamente; permette infatti di isolare ancor più il governo mettendone in luce le velleità di divisioni tra le forze sociali e mettendo al riparo l'autonomia delle parti su rappresentanza e contratti. Invocare la disobbedienza contro questo accordo è atto di pure irresponsabilità», dice.

Due errori della CGIL nel sottoscrivere l'intesa con Confindustria CISL e UIL

Con la firma odierna dell'intesa applicativa dell'Accordo del 28 giugno la CGIL  compie due gravi errori.
Sottoscrivere un Accordo senza la consultazione degli iscritti, come esplicitamente previsto dallo Statuto della CGIL, è un atto di gravissima lesione della democrazia interna:qualsiasi pronunciamento degli organismi, qualsiasi atto di responsabilità dei gruppi dirigenti non può sovrapporsi all'espressione di volontà e al diritto dell'iscritto.
Pensare,poi, di aver messo in tutela i lavoratori dai guasti dell'art.8 con questa intesa applicativa è pura illusione perché la legge è comunque superiore a qualsiasi accordo. L'intesa odierna non fa che rafforzare  il principio contenuto nell'articolo 8, secondo il quale si può derogare da una legge con un accordo sindacale. Bene, oggi l'accordo sindacale deroga la deroga in una spirale infinita di confusione giuridica e politica che finisce per offuscare l'unica cosa seria da fare, vale a dire cancellare l'articolo 8 della manovra.
Ai lavoratori italiani, e persino al Paese , servirebbe una CGIL forte con una strategia di attacco al danno, e non una CGIL impegnata in rincorse tattiche di riduzione dello stesso.

Dichiarazione di Gianni Rinaldini, coordinatore de La CGIL che Vogliamo

FIAT: CGIL, LAVORATORI IRISBUS CARICATI DA POLIZIA, INACCETTABILE

Roma, 21 set. (Adnkronos) - «Caricati dalla polizia i lavoratori della Irisbus in protesta davanti al ministero dello Sviluppo economico. Sale la tensione a poche ore dal nuovo incontro sul futuro dello stabilimento della società Fiat Iveco che segue l'annuncio della chiusura dello sito in provincia di Avellino da parte del Lingotto». È quanto fa sapere la Cgil che, attraverso il segretario confederale, Vincenzo Scudiere, denuncia «il comportamento inaccettabile con cui sono trattati i lavoratori davanti al Ministero». Per il dirigente sindacale, infatti, «i lavoratori non si toccano ed è assurdo che il governo, sotto una propria sede, lasci che siano caricati dalla polizia mentre stanno soltanto testimoniando la voglia di lavorare e di salvare la propria azienda», conclude Scudiere

www.controlacrisi.org

Firma Cgil: disobbedienza organizzata

La decisione della segreteria della Cgil di apporre la firma all’accordo del 28 giugno, senza consultazione, è una gravissima violazione dello Statuto e, per questo, nessuno dell’organizzazione può ritenersi impegnato nel rispetto di tale atto. Ancor più grave è il  fatto che si sia firmato l’accordo quando la sentenza sulla Fiat del giudice di Torino ha chiaramente affermato che quell’intesa autorizza le deroghe al contratto nazionale. Oltre a ciò, naturalmente, resta la spada di damocle dell’articolo 8 della manovra del governo, che trasferisce la deroga dal contratto alla legge, in particolare allo Statuto dei lavoratori. Di tutto questo non c’è traccia nella scelta della decisione della segreteria della Cgil di apporre la firma conclusiva. Le ridicole assicurazioni da parte della Confindustria che non si avvarrà della legge lasciano il tempo che trovano e, in ogni caso, non impegnano alcuna azienda, alcuna altra organizzazione padronale.
E’ quindi, quello della segreteria della Cgil, un cedimento gravissimo, che viene nascosto dal clima di crisi generale del paese e dalla catastrofe del governo Berlusconi, ma che non per questo danneggia meno i diritti dei lavoratori e la libertà di contrattazione. Tutto è in discussione nel mondo del lavoro, i diritti e le libertà fondamentali, e questa firma è solo un atto di rassegnazione e di opportunismo nella speranza che un governo che succeda a Berlusconi riduca i danni dell’articolo 8.
Il cedimento della segreteria della Cgil viola le regole ma anche lo spirito profondo dell’organizzazione. Abbiamo già chiesto più volte le dimissioni della segretaria generale, sapendo bene di essere una voce isolata nei gruppi dirigenti. A questo punto, nel rinnovare la richiesta, possiamo solo dire che ci impegniamo nella disobbedienza organizzata nei confronti di questo accordo.

www.rete28aprile.it

venerdì 16 settembre 2011

Cremaschi: "La sentenza di Torino: l’accordo del 28 giugno dà ragione al padrone"

Le motivazioni della sentenza del giudice di Torino su Pomigliano confermano il giudizio assolutamente negativo sull’accordo del 28 giugno. Infatti il magistrato nell’elencare le ragioni della validità dell’accordo separato di Pomigliano utilizza anche l’accordo interconfederale del 28 giugno. Secondo il giudice esso, infatti, autorizza “senza dubbio” a deroghe al contratto nazionale e coincide sostanzialmente con la clausola aggiuntiva sottoscritta da Fim e Uilm nel loro contratto separato. Pur essendo l’accordo di Pomigliano diverso da una semplice deroga, dice il magistrato, lo spirito dell’accordo è “in linea con gli orientamenti delle parti sociali”, compresa la Cgil di cui la Fiom fa parte. Con questa motivazione per la prima volta un accordo firmato dalla Cgil viene usato in sentenza contro una causa della Fiom e, soprattutto, al di là di tante chiacchiere, si dice con chiarezza che l’accordo del 28 giugno autorizza a derogare al contratto nazionale. Chi sostiene il contrario o non conosce ancora il testo dell’accordo o è in malafede. Si conferma con la sentenza di Torino che l’unica cosa seria che può fare la Cgil è rigirare la firma da quel disastroso accordo.

giovedì 15 settembre 2011

Fiat. Landini e Airaudo (Fiom): “La sentenza del Tribunale di Torino cancella il tentativo dell'Azienda di escludere chi dissente dalle sue fabbriche. Confermiamo la nostra intenzione di procedere con le cause individuali”

Il Segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, e il Segretario nazionale e responsabile del settore Auto, Giorgio Airaudo, hanno rilasciato oggi la seguente dichiarazione congiunta.
“La Fiat è stata condannata per attività antisindacale. Le motivazioni della sentenza depositate stamani al Tribunale di Torino confermano che il comportamento tenuto dalla Fiat a Pomigliano configura un abuso di diritto, anche in riferimento a normative europee, e produce un'attività antisindacale nei confronti della Fiom che va rimossa per rispetto da quanto previsto dallo Statuto dei Lavoratori.”
“L'obiettivo della Fiat di escludere la Fiom, i suoi delegati e i lavoratori che dissentono è fallito. In Italia non è possibile eliminare la libertà sindacale.”
“Manteniamo un diverso parere in riferimento alla violazione dell'art. 2112 sul trasferimento d'impresa e alla validità per tutti i lavoratori dell'accordo di Pomigliano quale sostitutivo del contratto nazionale. Su questo punto confermiamo l'intenzione di procedere con cause individuali e ci riserviamo, sentito il nostro collegio di legali, di impugnare questa parte della sentenza.”
“Mentre ancora non conosciamo l'intero piano industriale di Fabbrica Italia, la Fiat conferma la sua intenzione di chiudere stabilimenti nel nostro Paese, a partire da quello di Termini Imerese e dell'Irisbus di Grotta Minarda. L'Azienda mantiene la volontà di cancellare diritti e scarica le sue incertezze sulla cassa integrazione dei lavoratori. Inoltre, il mancato accordo con i sindacati statunitensi di queste ore, dimostra l'allergia dell'ad Sergio Marchionne a rapportarsi ai sindacati quando questi non sono disposti a dire solo di sì.”

Fiom-Cgil/Ufficio


15 settembre, un giorno nero per la democrazia

Con la firma del Presidente della Repubblica sono diventati veramente operativi i decreti che incorporano la manovra voluta dal Governo e approvata dal Parlamento. E’ un giorno nero per la democrazia italiana e non solo perché questa manovra produrrà drammatici tagli sociali, aumenterà la disoccupazione, aggraverà tutta la condizione economica del paese senza minimamente porre rimedio alla speculazione sul debito. Ma anche perché questa manovra contiene gravissime violazioni di principi fondamentali della nostra Costituzione.
Con la parte del decreto che riguarda le liberalizzazioni e le privatizzazioni si è completamente ignorato il risultato del referendum di giugno. Sostanzialmente il decreto Ronchi sulla privatizzazione dei beni comuni viene ripristinato, alla faccia del pronunciamento dei cittadini. Per quanto riguarda il lavoro c’è poi il famigerato articolo 8, che la Camera ha votato di rivedere, ma che intanto diventa pienamente operativo. I contratti in deroga potranno stabilire contratti e legislazioni diverse  da quelle della Repubblica italiana, nel nome della competitività e della produttività. E’ la cancellazione di tutti gli articoli sociali della Costituzione e la soppressione, prima ancora che il Parlamento lo abbia deciso, dell’articolo 41 della nostra Carta.
E’ vero che la raccomandazione della Camera chiede di trovare una soluzione che attenui la portata liberticida di quel decreto, riconducendo tutta la materia all’accordo del 28 giugno. Ma intanto il decreto c’è e l’amministratore delegato della Fiat, Marchionne, prima di scontrarsi con i sindacati americani, ne ha apprezzato il rigore e la chiarezza. Il confronto fra le parti sociali dovrebbe quindi correggere l’articolo 8 , avvicinandolo al già disastroso accordo del 28 giugno, con la spada di Damocle della legge già approvata e del ricatto della Fiat e di chiunque sia interessato a distruggere i diritti del lavoro.
Duole che il capo dello Stato abbia ignorato gli appelli a lui rivolti perché i commi anticostituzionali venissero rinviati alle Camere, mentre l’ufficio stampa della Presidenza della repubblica ha espressamente polemizzato con chi faceva richieste in tal senso, a partire dal segretario generale della Fiom. A chi si deve rivolgere, in Italia, chi crede che una legge violi brutalmente la Costituzione? A un Parlamento che ha votato a maggioranza che Rubi è effettivamente la nipote di Mubarak? No. E’ evidente che in quella sede i dubbi di costituzionalità non possono trovare soluzione. E’ quindi sacrosanto rivolgersi alla più alta carica dello Stato, quando si vedono messi in discussione diritti fondamentali. Ed è un sacrosanto diritto anche criticare la Presidenza della Repubblica quando ignora queste richieste. Che per rassicurare i mercati si debba così tranquillamente soprassedere a principi fondamentali della nostra Costituzione, è un ulteriore segno della crisi della nostra democrazia.
di Giorgio Cremaschi

GALLINO: LA MINACCIA DELL´ARTICOLO 8

I commenti all´articolo 8 del decreto sulla manovra finanziaria hanno insistito per lo più sul rischio che esso faciliti i licenziamenti, rendendo di fatto inefficace l´articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori allorché si realizzino "specifiche intese" tra sindacati e azienda. È stato sicuramente utile richiamare l´attenzione prima di tutto su tale rischio, di importanza cruciale per i lavoratori. Tuttavia un´attenzione non minore dovrebbe essere rivolta ad altre parti dell´articolo 8 che lasciano intravvedere un grave peggioramento delle condizioni di lavoro di chiunque abbia o voglia avere un´occupazione alle dipendenze di un´azienda. 
Vediamo dunque che cosa potrebbe succedere ad un lavoratore (o lavoratrice) che già è occupato in un´azienda, oppure stia trattando la propria assunzione, laddove associazioni dei lavoratori rappresentative sul piano nazionale o territoriale abbiano sottoscritto con quell´azienda le "specifiche intese" previste dall´articolo 8. Sappia in primo luogo l´interessato che – se ci sono state delle intese in merito – ogni suo movimento sul lavoro sarà controllato istante per istante da un impianto audiovisivo. L´articolo 4 dello Statuto dei lavoratori lo vieterebbe, ma l´articolo 8 del decreto permette di derogarvi. Gradirebbe forse, quel lavoratore, un orario intorno alle 40 ore? Se lo tolga dalla testa. In forza di un´altra "specifica intesa", entro quell´azienda l´orario normale è di 60 ore, il limite massimo posto da una direttiva della Commissione europea, limite che per particolari mansioni può salire a 65; però, in forza della stessa intesa, può in qualche mese scendere a 20. Vorrebbe essere classificato come operaio specializzato, come lo è da tanti anni? Gli viene fatta presente un´altra intesa, stando alla quale quell´azienda può attribuire a uno specializzato la qualifica di operaio generico: prendere o lasciare. Può anche accadergli, dopo qualche tempo, che l´azienda gli proponga di convertire il contratto di lavoro a tempo indeterminato in un contratto da collaboratore a progetto rinnovabile, se garba all´azienda, di tre mesi in tre mesi. Un contratto grazie al quale si ritroverebbe a lavorare nella veste di un autonomo - tali essendo i collaboratori a progetto - che deve effettuare la sua prestazione con tutti i vincoli del lavoratore subordinato, a partire dall´orario e dai controlli audiovisivi, ma senza fruire dei benefici che questi hanno, tipo avere per contratto le ferie retribuite. 
Le situazioni lavorative sopra indicate non sono illazioni gratuite. Se le parole del decreto hanno un senso, sono tutte situazioni rese materialmente e immediatamente possibili, nel caso in cui l´articolo 8 diventi legge, dai punti che vanno da a) (concernente gli audiovisivi) fino ad e) (riguardanti le modalità del rapporto di lavoro, comprese le collaborazioni) del comma 2 dell´articolo in questione. Con un minimo impegno se ne possono individuare innumerevoli altre; quale, per dire, un´organizzazione del lavoro che abolisca del tutto le pause sulle catene di produzione, o introduca operazioni di dieci secondi da ripetere seicento volte l´ora. 
La giungla di situazioni lavorative in cui qualsiasi lavoratore o lavoratrice potrebbe trovarsi sommerso è resa possibile dal comma 2-bis (o 3 che sia, nell´ultima versione). Tale comma costituisce un mostro giuridico quale la Repubblica italiana non aveva mai visto concepire dai suoi legislatori. Infatti esso permette nientemeno che di derogare, ove si siano stipulate le suddette intese tra associazioni dei lavoratori o le loro rappresentanze sindacali operanti in azienda, dalle disposizioni di legge che disciplinano le materie richiamate dal comma 2. Non qualcuna: tutte. Al riguardo la formulazione dell´articolo 8 non lascia dubbi: esso mira a stabilire per legge che è realmente possibile derogare da tutte le leggi che hanno finora disciplinato le materie sopra elencate. Dette leggi comprendono non soltanto lo Statuto dei Lavoratori del 1970, il pacchetto Treu del 1997, la legge 30 del 2003 con il successivo decreto attuativo (emanati dalla stessa maggioranza di governo), ma pure le centinaia di disposizioni legislative introdotte dagli anni 60 in poi che si trovano citate in calce a ogni manuale di diritto del lavoro (si veda ad esempio quello del compianto Massimo Roccella). Oltre che ignorare, ma per il governo attuale son piccolezze, gli articoli 3 e 39 della Costituzione. 
Di fronte a una simile mostruosità, eventuali accordi tra i sindacati confederali che si impegnassero a rifiutare ogni deroga di quella parte dell´articolo 8 riguardante i licenziamenti senza giusta causa del comma 2 sarebbero evidentemente scritti sull´acqua (a parte l´amenità di sottoscrivere di corsa una deroga a un decreto millederoghe). Per un verso perché rappezzare il vulnus dell´articolo 18 dello Statuto sarebbe certamente utile; ma al prezzo di accettare il gravissimo stravolgimento di tutte le regole concernenti l´organizzazione del lavoro e della produzione che il decreto pretende di introdurre. Per un altro verso, l´ambiguo comma 1 spalanca palesemente la porta a ogni genere di degrado dell´attività dei sindacati: dalla contrattazione sindacale al ribasso (nota fattispecie del diritto del lavoro), alla formazione di mille sigle locali, alla concreta possibilità che anche rappresentanze sindacali delle maggiori confederazioni cedano sul piano locale a pressioni, lusinghe, o calcoli di convenienza. A sommesso avviso di chi scrive, l´articolo 8 del decreto sulla manovra economica non è in alcun modo emendabile o assoggettabile a pattuizioni. Se non si vuole far fare un salto indietro di mezzo secolo alla nostra civiltà del lavoro, va semplicemente cancellato.

di LUCIANO GALLINO - LA REPUBBLICA del 15 SETTEMBRE 2011 

mercoledì 14 settembre 2011

Marchionne ringrazia: "Good Job Sacconi"

Il silenzio a volte è uno strumento di comunicazione molto forte e fino ad ora l’AD di fiat Marchionne sulla manovra non si era espresso, evidentemente soddisfatto di ciò che questa manovra, in ambito lavorativo, ha messo sul tavolo, ma per essere sicuro di essere capito in merito alle proprie idee,qualche giorno fa  ha pensato bene di elogiare la manovra, più in specifico il famoso articolo 8.

Queste le parole che  Marchionne, in visita al salone dell’ auto, ha espresso in merito alla manovra: "Quello che ci serviva ci è stato dato". "La mossa fatta dal ministro Sacconi con l'articolo 8 è importantissima", ha spiegato, e "ha risolto tantissimi problemi", dal momento che le nuove norme "ridaranno certezze non solo alla Fiat, ma a tutti quelli che vogliono investire in Italia". Un provvedimento, dunque, "che va incontro non solo alle nostre richieste, ma di tutti gli industriali". E a proposito delle critiche dei sindacati, Marchionne ha detto: "Il provvedimento è di una chiarezza bestiale: se la maggioranza dei lavoratori è d'accordo, la proposta va avanti".

Evidentemente per esprimere tutto ciò ha voluto aspettare che i suoi amici del governo ponessero la fiducia alla manovra.

Il tutto si contorna con ancora imprecisati piani industriali, che vedono una continua incertezza per i vari stabilimenti dislocati su tutto il territorio nazionale per ultimi in ordine di temporalità quelli della maserati, dove da una parte si parla d’investimenti (Grugliasco e Usa) mentre dall’altra vige l’incertezza più assoluta (Modena)

E’ evidente come l’asse governo–Marchionne, da buoni amici, abbiano fatto le loro mosse per mettere alle spalle i sindacati (e in parte anche Confindustria) per avere pieno potere sul mondo del lavoro, riscrivendo i modelli della gestione dello stesso nonostante fossero altri gl’input che stavano arrivando, usando il ricatto come arma. Tutto questo però mette in risalto le enormi difficoltà nel contrastare questo attacco al mondo del lavoro, da parte delle parti sociali, un attacco che non colpisce solo chi attualmente lavora ma anche chi al lavoro dovrà entrarci, come studenti e migranti ai quali si prospetterà una vita basata sull’ incertezza e sulla precarietà.

E’ giunta l’ora di porre quelle basi per contrastare chi vuole continuare ad imporre modelli degenerativi al mondo del lavoro ma non solo all’intera società e per fare ciò è palese come non lo si possa fare costruendo cartelli elettorali o chissà quali forme istituzionali ma è necessario tornare a mettere come prima scelta la lotta. Una lotta che sia intelligente e strategica, che non si faccia prendere dall’euforia, che possa fare in modo che al momento opportuno sia capace, entrando nel merito, di mettere in continua contraddizione e abbattere i poteri forti di questo paese. Le lotte all’interno dei paesi arabi ne sono stato un buon esempio.

www.infoaut.org

L’emergenza che non vediamo

L’ Economist dedica la copertina alla ricerca del lavoro che non c’è in tutto l’Occidente. Nei 34 Paesi dell’Ocse, i più avanzati del mondo, i disoccupati sono 44 milioni, più o meno gli abitanti della Spagna. Ma per calcolare quanti posti mancano davvero andrebbero considerati anche i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe dall’attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi). I posti che mancano nell’area Ocse diventerebbero così 100 milioni. Il diavolo che minaccia l’Occidente è dunque peggiore di quello dipinto dal settimanale britannico. E tuttavia, al di là dei numeri, colpisce l’enfasi dell’antica testata liberale sulla questione del lavoro mentre i governi europei e la Bce combattono il deficit dei bilanci pubblici senza troppo curarsi degli effetti collaterali che deprimono l’economia, e dunque l’occupazione. Certo, da tempo la Banca d’Italia invoca politiche per la crescita basate su riforme a costo zero come quella, peraltro inderogabile, della giustizia civile e quella, tutta da approfondire, del mercato del lavoro. Ma oggi tra la durezza della crisi e il riformismo in stile anni Novanta emerge la stessa distanza che separa i fatti dalle parole: vanno male anche i maestri di quella stagione. E allora torniamo a chiederci se ci possa essere una ripresa duratura senza invertire la ridistribuzione sempre più ineguale della ricchezza, quando sappiamo che il disastro è cominciato dall’insolvenza dei poveri fatti indebitare per farli consumare senza aumentare loro le paghe. E poi crediamo davvero che l’Italia possa basarsi soltanto sull’estero quando le imprese esportatrici, peraltro ottime, importano sempre più componenti? E l’Eurozona potrà mai riprendersi se i suoi 450 milioni di cittadini non torneranno a spendere? Forse non è un caso se George Magnus, l’economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui «subprime » prima della Casa Bianca, ora scrive su Bloomberg : «Date a Marx una chance di salvare l’economia mondiale». La sua è una provocazione. Ma resta il fatto che il balzo della produttività è avvenuto attraverso il taglio dei costi, il trasferimento delle produzioni nei Paesi emergenti, gli arbitraggi fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la disoccupazione a tutto vantaggio dei profitti. Un’impresa riceverà applausi, se batte questa strada. Un Paese pure, se avrà l’accortezza di non costringere poi i clienti alla recessione, come invece sta facendo la Germania in Europa. Ma se lo fanno tutti? Se lo fanno tutti, ironizza Magnus, si entra nel paradosso marxiano della sovrapproduzione: il sistema ha fatto investimenti per sfornare una quantità di merci superiore alla sua capacità di consumo. E qualcuno deve pagare il conto. Se non vogliono resuscitare il rivoluzionario di Treviri o, più probabilmente, esporre a tumulti nordafricani democrazie che ai giovani derubati della speranza sembreranno inutili, i governi dovrebbero porre in cima all’agenda il lavoro, non il deficit dei conti pubblici. E il lavoro si crea attivando la domanda interna. Anche a costo di un po’ di inflazione. Sul Financial Times , sir Samuel Brittan critica i flirt marxisteggianti. Ma non censura i rischi della stagnazione salariale né gli auspici d’inflazione. Del resto, la Bank of England e la Federal Reserve continuano a stampare moneta, sia pur virtuale. E pur avendo conti peggiori dell’Eurozona, i debiti pubblici di Regno Unito e Usa galleggiano. La Bce non lo fa perché non ha alle spalle un governo che glielo chieda. E l’euro trema. In queste condizioni, l’Italia non può lasciar correre il deficit né disimpegnarsi sulla riduzione del debito. Ma rischia anche la recessione se non riesce a riorientare il risparmio privato dai deludenti impieghi finanziari verso gli investimenti nell’economia reale attraverso la leva della politica industriale (che non vuol dire un’altra Finsider ma, per esempio, no ai contributi esagerati per le fonti rinnovabili e sì al risparmio energetico). E la domanda interna non parte se, in attesa di poter alzare i salari, non si usa con coraggio la leva fiscale. È possibile, a parità di gettito, trasferire almeno in parte l’Irap alle retribuzioni e al tempo stesso aumentare l’Irpef? Far pagare la sanità a tutti i cittadini secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti sarebbe anche un atto di giustizia. E se si vuole fare un po’ di inflazione, a sollievo del debito pubblico, l’Italia dovrebbe convincere l’Eurozona ad aumentare l’Iva, così da spostare un po’ di peso anche sulle importazioni, avendo cura di salvaguardare i redditi bassi con ritocchi dell’Irpef. Insomma, possiamo rialzarci. Ma ci vorrebbe un governo. Capace di politica interna e di politica estera. Massimo Mucchetti 13 settembre 2011 12:37] L'emergenza che non vediamo

L' Economist dedica la copertina alla ricerca del lavoro che non c'è in tutto l'Occidente. Nei 34 Paesi dell'Ocse, i più avanzati del mondo, i disoccupati sono 44 milioni, più o meno gli abitanti della Spagna. Ma per calcolare quanti posti mancano davvero andrebbero considerati anche i lavoratori part-time che vogliono il tempo pieno (un posto ogni due tempi parziali), i dipendenti sottoposti a sospensioni lunghe dall'attività (un posto ogni 1.800 ore di integrazione salariale) e infine gli scoraggiati (coloro i quali non hanno più cercato lavoro negli ultimi tempi). I posti che mancano nell'area Ocse diventerebbero così 100 milioni.

Il diavolo che minaccia l'Occidente è dunque peggiore di quello dipinto dal settimanale britannico. E tuttavia, al di là dei numeri, colpisce l'enfasi dell'antica testata liberale sulla questione del lavoro mentre i governi europei e la Bce combattono il deficit dei bilanci pubblici senza troppo curarsi degli effetti collaterali che deprimono l'economia, e dunque l'occupazione. Certo, da tempo la Banca d'Italia invoca politiche per la crescita basate su riforme a costo zero come quella, peraltro inderogabile, della giustizia civile e quella, tutta da approfondire, del mercato del lavoro. Ma oggi tra la durezza della crisi e il riformismo in stile anni Novanta emerge la stessa distanza che separa i fatti dalle parole: vanno male anche i maestri di quella stagione. E allora torniamo a chiederci se ci possa essere una ripresa duratura senza invertire la ridistribuzione sempre più ineguale della ricchezza, quando sappiamo che il disastro è cominciato dall'insolvenza dei poveri fatti indebitare per farli consumare senza aumentare loro le paghe. E poi crediamo davvero che l'Italia possa basarsi soltanto sull'estero quando le imprese esportatrici, peraltro ottime, importano sempre più componenti? E l'Eurozona potrà mai riprendersi se i suoi 450 milioni di cittadini non torneranno a spendere?

Forse non è un caso se George Magnus, l'economista principe di Ubs che aveva capito la crisi dei mutui «subprime » prima della Casa Bianca, ora scrive su Bloomberg : «Date a Marx una chance di salvare l'economia mondiale». La sua è una provocazione. Ma resta il fatto che il balzo della produttività è avvenuto attraverso il taglio dei costi, il trasferimento delle produzioni nei Paesi emergenti, gli arbitraggi fiscali e regolatori tra legislazioni e non solo attraverso il progresso tecnologico. Un processo che ha congelato i salari reali e aumentato la disoccupazione a tutto vantaggio dei profitti. Un'impresa riceverà applausi, se batte questa strada. Un Paese pure, se avrà l'accortezza di non costringere poi i clienti alla recessione, come invece sta facendo la Germania in Europa. Ma se lo fanno tutti? Se lo fanno tutti, ironizza Magnus, si entra nel paradosso marxiano della sovrapproduzione: il sistema ha fatto investimenti per sfornare una quantità di merci superiore alla sua capacità di consumo. E qualcuno deve pagare il conto.

Se non vogliono resuscitare il rivoluzionario di Treviri o, più probabilmente, esporre a tumulti nordafricani democrazie che ai giovani derubati della speranza sembreranno inutili, i governi dovrebbero porre in cima all'agenda il lavoro, non il deficit dei conti pubblici. E il lavoro si crea attivando la domanda interna. Anche a costo di un po' di inflazione.

Sul Financial Times , sir Samuel Brittan critica i flirt marxisteggianti. Ma non censura i rischi della stagnazione salariale né gli auspici d'inflazione. Del resto, la Bank of England e la Federal Reserve continuano a stampare moneta, sia pur virtuale. E pur avendo conti peggiori dell'Eurozona, i debiti pubblici di Regno Unito e Usa galleggiano. La Bce non lo fa perché non ha alle spalle un governo che glielo chieda. E l'euro trema.

In queste condizioni, l'Italia non può lasciar correre il deficit né disimpegnarsi sulla riduzione del debito. Ma rischia anche la recessione se non riesce a riorientare il risparmio privato dai deludenti impieghi finanziari verso gli investimenti nell'economia reale attraverso la leva della politica industriale (che non vuol dire un'altra Finsider ma, per esempio, no ai contributi esagerati per le fonti rinnovabili e sì al risparmio energetico). E la domanda interna non parte se, in attesa di poter alzare i salari, non si usa con coraggio la leva fiscale. È possibile, a parità di gettito, trasferire almeno in parte l'Irap alle retribuzioni e al tempo stesso aumentare l'Irpef? Far pagare la sanità a tutti i cittadini secondo aliquote progressive anziché alle imprese e ai dipendenti sarebbe anche un atto di giustizia. E se si vuole fare un po' di inflazione, a sollievo del debito pubblico, l'Italia dovrebbe convincere l'Eurozona ad aumentare l'Iva, così da spostare un po' di peso anche sulle importazioni, avendo cura di salvaguardare i redditi bassi con ritocchi dell'Irpef. Insomma, possiamo rialzarci. Ma ci vorrebbe un governo. Capace di politica interna e di politica estera.

Articolo di Massimo Mucchetti, pubblicato su "Il Corriere della Sera" del 13 settembre 2011

martedì 13 settembre 2011

lunedì 12 settembre 2011

Le falsità degli economisti al soldo dei potenti

Non occorre essere tecnici per comprendere la ferocia con cui la questione del debito viene utilizzata da "lor signori" per distruggere diritti e tutele del lavoro. Ultimo in ordine di tempo Maurizio Ferrera che si spinge sino a denunciare nel suo editoriale del Corsera di oggi "le verità nascoste sullo stato sociale". Il nostro sarebbe un paese che ha vissuto largamente al di sopra delle proprie possibilità e che oggi dovrebbe fare i conti con la realtà e quindi ridurre lo stato sociale, tagliando anche i diritti acquisiti: pensioni,scuola,sanità, salari, tutto deve essere una variabile dipendente del mercato. Un paese in cui al profitto si sacrifica tutto: salute,affetti,qualità della vita e persino la vita stessa. Un paese di cittadini senza potere. Come si concilia infatti nell'immaginifico e per fortuna irrealizzabile paese di Ferrera il diritto di voto, il diritto di decidere le politiche economiche e sociali se il gioco e' truccato dalla cosiddetta ineluttabilità del mercato e delle sue regole? Ecco! Il pensiero economico dominante disvela il carattere brutale e autoritario del neoliberismo. Si può votare ancora dice Ferrera (bontà sua...)ma non devono esistere più diritti acquisiti. Ferrera non dice che l'Italia e' fanalino di coda nella spesa sociale. Non dice nulla sulla inaccettabile e crescente diseguaglianza sociale, sui salari da fame, sulla precarietà, sulla crescente disoccupazione mentre aumenta vergognosamente l'età pensionabile. Costoro pretendono di farci credere che non essendoci più' denari bisogna tagliare tutto. Dopo che per decenni ci hanno raccontato che le tante (contro)riforme;pensioni,sanità,lavoro servivano a creare un nuovo benessere grazie all'euro, ora ci dicono che proprio per salvare l'euro e le banche dobbiamo cancellare quel che resta dei nostri diritti e delle nostre tutele sociali. E' falso!!! E' necessario cominciare a dire con chiarezza che se il pagamento del debito diventa un dogma ,anche a sinistra,tutto verrà travolto trascinando le classi popolari in una condizione drammatica. occorre dire con chiarezza che non ci saranno più politiche a favore delle classi popolari se non si rompe la subordinazione del nostro paese all'Europa delle banche. Occorre costruire un movimento che si opponga al pagamento del debito, cancellando tutte le ipocrisie che tentano di calmierare i devastanti effetti sociali delle continue manovre lacrime e sangue. Onorare il debito, cioè dare i soldi, che vengono sottratti a salari,pensioni e stato sociale, alla più bieca speculazione finanziaria e' inaccettabile. Gli stessi Eurobond non solo non sono una risposta ma introducono un'ulteriore balzello sulle spalle dei lavoratori. Non pagare il debito significa combattere L'Europa delle banche,dei banchieri,dei profittatori e degli usurai. L'Europa dei popoli passa per la sconfitta dell'Europa di Lisbona e dell'austerità. 

Sergio Bellavita Segretario nazionale FIOM

Sbagliate e gravi le decisioni assunte dal Direttivo CGIL del 9 settembre

Le decisioni assunte dal Comitato Direttivo Nazionale della CGIL in riferimento al rapporto tra l'ipotesi di accordo interconfederale del 28 giugno scorso e il Decreto sul lavoro, previsto nella manovra finanziaria, sono sbagliate e gravi.
Sbagliate. Perchè non può coesistere il sostegno di Confindustria CISL e UIL ad un Decreto che prevede la cancellazione del Contratto Nazionale, del diritto del lavoro, la legittimazione dell'accordo Fiat, con un accordo unitario su democrazia e regole sindacali.
E' incompatibile l'approvazione del Decreto lavoro, anche grazie al sostegno fondamentale di Confindustria CISL e UIL, e la richiesta agli stessi soggetti di confermare l'applicazione di quell'ipotesi di accordo. 
Un capolavoro di ipocrisia, dove la Confindustria e le altre Organizzazioni sindacali portano “a casa” la legge senza conseguenze sul piano delle relazioni sociali.
Questo appare evidente alla luce del fatto che è stata respinta la proposta-avanzata da La CGIL che Vogliamo- di sospendere la riunione del Comitato Direttivo per chiedere a CISL e UIL e Confindustria, una posizione comune per il ritiro del Decreto dalla manovra finanziaria in discussione nei prossimi giorni in Parlamento. 
Questo avrebbe permesso all'Organismo Dirigente della CGIL di decidere di conseguenza senza alcuna forma di ambiguità. 
Devo constatare di avere male interpretato le affermazioni fatte durante le manifestazioni nel corso dello sciopero generale, dove “ il Decreto o l'accordo sindacale”, voleva dire ” il Decreto e l'accordo sindacale”.
Gravi. Perchè il Comitato Direttivo Nazionale a maggioranza ha dato mandato alla segreteria di svolgere la verifica con CISL, UIL e Confindustria sul fatto che si applica l'ipotesi di accordo sindacale del 28 giugno, e su questa base procedere alla firma. 
Come dire che è stata abolita la democrazia interna,cioè il voto vincolante degli iscritti alla CGIL come previsto dalle norme statutarie della nostra Organizzazione, perché a quel punto la consultazione dopo la firma è una colossale presa in giro, non rispettosa della dignità dei lavoratori. 
Di fatto si vuole in questo modo imporre l'accordo del 28 giugno che non a caso non prevede il voto dei lavoratori e delle lavoratrici sui loro accordi. 
Non riesco a capacitarmi del fatto che si discute, si delibera, si decide sui contratti e sulla democrazia senza che i diretti interessati possano mai pronunciarsi e decidere liberamente. Una vera e propria deriva che può riguardare la stessa mutazione genetica della CGIL, visto che è stato perfino possibile fare un documento nel mese di agosto con tutte le forze sociali e presentarlo al Governo, dove al primo punto è prevista la richiesta di inserire nella Costituzione il pareggio di bilancio, mentre il documento CGIL sulla contro-manovra dice esattamente l'opposto.
Nel Direttivo tutti hanno ritenuto opportuno di non parlarne.

G.Rinaldini - La Cgil che vogliamo

domenica 11 settembre 2011

F.S.: Cremaschi, il successo dell’assemblea di Roma è fuori discussione.

G.C.: Si riconferma che c’è uno spazio sociale unitario che chiede un cambio netto e che va oltre la semplice cacciata del governo Berlusconi. E quindi, per questo, incontra due avversari: uno è Belusconi, e l’altro è il fronte delle banche, che stanno chiaramente distruggendo i diritti sociali. L’idea di fondo è che è che il cosiddetto debito si può anche non pagare. Bisogna far pagare i ricchi, certo, ma non per dare i soldi alla Bce, bensì per finanziare le case, le scuole, gli ospedali e i diritti sociali.


Non è esattamente quello di cui si sente parlare sui maggiori giornali.

Sta passando l’idea che il Pd sta producendo uno scontro con il Governo, ma in realtà dietro c’è il grande capitale che contemporaneamente porta avanti l’offensiva contro i diritti attraverso il famigerato articolo 8. Contro questo disegno c’è attualmente una radicalità sociale che non ha rappresentanza.

La Cgil, che si è espressa contro l’articolo 8, non dovrebbe rappresentare questa radicalità? Non mi sembra sia in queste condizioni. Cioè mi sembra stare nell’angolo. All’ultimo direttivo non è riuscita nemmeno a chiedere a Confindustria e a Cisl e Uil lo stralcio dell’articolo 8. E’ chiaro che la confederazione è in crisi e che questa crisi si risolve in un sostanziale comportamento schizofrenico.

Cosa vuoi dire?

Voglio dire che il 4 agosto la Cgil ha firmato un manifesto con gli imprenditori in cui si sbandiera l’importanza delle privatizzazioni, dell’attacco alle pensioni, della tassazione degli straordinari e di tante altre perle di questo tipo, e poi il 6 settembre ha fatto lo sciopero generale. Senza contare che quello stesso manifesto, e l’accordo del 28 giugno, sono stati la base utilizzata dal governo per attaccare i diritti sociali. Questa contraddittorietà ha una sola spiegazione, e cioè che il gruppo dirigente usa i movimenti sociali, ma appoggia la formula politica dell’unità nazionale. E allora dico: basta fare politica pensando all’angoscia dei mercati, occorre pensare all’angoscia dei lavoratori e degli strati sociali più deboli. La Cgil è nella tenaglia e il gruppo dirigente rischia di trasformare l’accordo del 28 giugno in una piattaforma che cerca di limitare i danni dell’articolo 8 del ministro Sacconi. La schizofrenia porterà fatalmente ad una subalternità a Cisl e Uil, oppure a restare nell’angolo, impotenti.

Cosa dovrebbe fare la Cgil e l’opposizione in Cgil?

Questa Cgil non è in grado di usare l’unica parola giusta: discontinuità. Ed è per questo che non incontra la radicalità che si sta esprimendo in questo paese. E poi basta con questa subalternità del gruppo dirigente al Pd. In Cgil occorre alzare la voce. Il gruppo dirigente deve sapere che chi lotta non può accettare che tutto finisca in un governo di unità nazionale. Il punto non è mettere in equilibrio i sacrifici, ma smetterla con la pratica dei sacrifici. Ed è per questo, per esempio, che vanno trovati cinquanta miliardi da mettere a disposizione di un piano a favore del lavoro. E’ chiaro che un provvedimento del genere apre un conflitto, anche con il presidente della Repubblica. Ma il punto è che fino ad oggi quella istituzione non ha rappresentato gli interessi al di sopra delle parti. E quindi è criticabilissima.

A parte l’opposizione interna in Cgil non sembra muoversi granché…

Ci sono tanti dirigenti sindacali che nei corridoi dicono di non essere d’accordo e poi votano a favore. Stanno diventando una caricatura della politica. E all’opposizione lancio un appello: occorre rendere visibile il dissenso nelle piazze. Tra l’altro è necessario che reagiamo con fermezza a un inaccettabile clima autoritario in Cgil. Penso a tanti episodi in tutta Italia di mortificazione, in particolare all’espulsione di Ezio Casagrande, dirigente storico della Cgil trentina, e al licenziamento del vice-presidente del Comitato direttivo, Maurizio Scarpa, che viene rimandato a lavorare per puri motivi politici.

Che bilancio fai di questa prima fase di presenza della Fiom nelle piazze a pochi giorni dal varo della piattaforma per il rinnovo del contratto nazionale?

La Fiom il prossimo 22 e 23 settembre dovrà discutere della piattaforma, ma anche del fatto che se passa definitivamente l’articolo 8 la piattaforma per il rinnovo contrattuale si collocherebbe paradossalmente fuori dalla legge. E quindi un contratto nazionale che tuteli veramente i lavoratori è raggiungibile solo facendo saltare il banco.

Fabio Salvatori, pubblicato su Liberazione